Volodyk - Paolini2-Eldest
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Saphira guardò Eragon alzarsi a fatica, barcollando per mantenere l'equilibrio sull'albero che oscillava come una nave in balia delle onde. Abbassò la testa contro la furia del vento e camminò a tentoni lungo la parete fino a trovare l'apertura a forma di goccia da cui entrava il fortunale.
Eragon fece capolino per guardare il terreno sottostante; l'impressione era che ondeggiasse da un lato e dall'altro. Deglutì e cercò di ignorare la nausea.
Sempre a tentoni, trovò il bordo della membrana di tessuto che si poteva srotolare dal muro per coprire l'apertura. Si preparò a lanciarsi dall'altro lato, sapendo che se fosse scivolato, niente gli avrebbe impedito di schiantarsi ai piedi dell'albero.
Aspetta, disse Saphira.
Si spostò dalla pedana su cui dormiva e distese la coda accanto a lui perché potesse usarla come corrimano. Tenendo la stoffa soltanto con la mano destra, Eragon usò le punte cornee della coda di Saphira per spostarsi dall'altro lato del portale. Non appena lo raggiunse, afferrò la stoffa con tutte e due le mani e ne spinse il bordò nella scanalatura che la bloccava.
Nella stanza scese il silenzio.
La membrana si gonfiava verso l'interno sotto la furia degli elementi, ma non dava cenni di cedimento. Eragon premette un dito contro la stoffa: era tesa come la pelle di un tamburo.
È sorprendente ciò che gli elfi riescono a fare, disse.
Saphira tese il collo, poi sollevò la testa fino ad appiattirla contro il soffitto, in ascolto. Faresti meglio a chiudere anche lo studio; il vento sta mandando tutto a soqquadro.
Mentre Eragon saliva le scale, l'albero sussultò, e lui barcollò urtando un ginocchio.
«Maledizione» ringhiò.
Lo studio era un tornado di fogli e penne, che volavano da tutte le parti come dotati di volontà propria. Eragon si tuffò nel caos con le braccia intorno alla testa e la sensazione di trovarsi sotto una sassaiola quando le punte delle penne lo colpivano.
Lottò con tutte le sue forze per chiudere il portale superiore senza l'aiuto di Saphira. Nel momento in cui ci riuscì, il dolore - uno smisurato, devastante dolore - gli spezzò la schiena.
Lanciò un grido straziato che gli bruciò la gola. La vista gli si annebbiò di macchie rosse e gialle, poi sfumò nel nero più assoluto, mentre cadeva di fianco. Sentì Saphira di sotto che ululava di frustrazione; la scala era troppo piccola e, fuori il vento era troppo violento perché lei tentasse di raggiungerlo. Il suo legame con lei si assottigliò. Eragon si arrese alle tenebre come una liberazione dalla sua agonia.
Si ridestò con un sapore amaro in bocca. Non sapeva quanto tempo era rimasto raggomitolato sul pavimento, ma i muscoli delle braccia e delle gambe gli dolevano per essere stati troppo a lungo contratti. La tempesta squassava ancora l'albero, accompagnata da una pioggia battente che andava di pari passo con il martellare che gli pulsava nella testa.
Saphira...?
Sono qui. Vieni giù?
Ci provo.
Si sentiva troppo debole per alzarsi sul pavimento ondeggiante, così strisciò fino alle scale e si lasciò scivolare un gradino alla volta, fremendo a ogni contraccolpo. A metà strada, incontrò Saphira, che aveva infilato la testa e il collo nella tromba delle scale, scheggiando il legno nella fretta.
Piccolo mio. La dragonessa fece guizzare la lingua e gli sfiorò la mano con la punta ruvida. Lui sorrise. Allora lei inarcò il collo per ritrarsi, ma non ci riuscì.
Che succede?
Sono incastrata.
Sei... Eragon non riuscì a trattenersi; scoppiò a ridere anche se gli faceva male. La situazione era troppo assurda. Lei ringhiò e inarcò tutto il corpo, scuotendo l'albero con i suoi sforzi e mandando Eragon a gambe all'aria. Alla fine crollò sfinita. Be', non startene seduto lì a sogghignare come una volpe idiota. Aiutami!
Combattendo contro l'impulso di ridacchiare, Eragon le mise un piede sul naso e cominciò a spingere il più forte possibile, mentre Saphira si torceva e si dimenava nel tentativo di liberarsi.
Ci vollero dieci minuti buoni perché il tentativo riuscisse. Soltanto allora Eragon si accorse dell'entità del danno alle scale. Si lasciò sfuggire un gemito. Le squame della dragonessa avevano inciso profondamente la corteccia e cancellato i delicati disegni che crescevano dal legno.
Oops, disse Saphira.
Se non altro sei stata tu, non io. Gli elfi ti perdoneranno. Canterebbero ballate d'amore dei nani notte e giorno, se solo tu glielo chiedessi.
Si sistemò con Saphira sulla pedana e si accoccolò contro le squame lisce del suo ventre, ascoltando la tempesta che infuriava intorno a loro. La grande membrana diventava translucida ogni volta che un fulmine illuminava la notte con la sua traiettoria serpeggiante.
Secondo te che ore sono?
Manca ancora parecchio al nostro appuntamento con Oromis. Coraggio, dormi e riprenditi. Veglierò su di te. Lui non si fece pregare due volte e si addormentò, nonostante i sussulti dell'albero.
Perché combatti?
Il segnatempo di Oromis squillò come un corno gigantesco, assordando le orecchie di Eragon, finché lui non si decise a prenderlo e a caricare di nuovo il meccanismo. Il ginocchio gli era diventato viola, ma gli doleva tutto il corpo, sia per la crisi che lo aveva aggredito, sia per la Danza del Serpente e della Gru; per giunta, non riusciva a emettere che suoni gracchianti con la gola irritata. Ma la cosa peggiore era il terribile presentimento che non sarebbe stata l'ultima volta che la ferita di Durza lo avrebbe tormentato.
Sono passate tante settimane dall'ultima crisi, disse, e cominciavo a sperare, soltanto sperare, di essere guarito... Immagino che solo per un puro caso io sia stato risparmiato così a lungo.
Allungando il collo, Saphira gli sfiorò il braccio col muso. Sai di non essere solo, piccolo mio. Farò qualsiasi cosa per aiutarti. Lui rispose con un flebile sorriso. Lei gli leccò la faccia e aggiunse: Dovresti prepararti per uscire. Lo so. Eragon guardò il pavimento, senza alcuna voglia di alzarsi, poi si trascinò nel camerino da bagno, dove si lavò e usò la magia per radersi.
Si stava asciugando, quando sentì una presenza toccargli la mente. Senza soffermarsi a riflettere, Eragon cominciò a innalzare barriere mentali, concentrandosi sull'immagine del suo alluce con l'esclusione di tutto il resto. Poi sentì Oromis che diceva: Ammirevole, ma inutile. Porta con te Zar'roc, oggi. La presenza svanì.
Eragon si rilassò con un sospiro tremante. Devo stare più attento, disse a Saphira. Se fosse stato un nemico, sarei stato alla sua mercé.
Non con me nei dintorni.
Quando ebbe finito le sue abluzioni, Eragon sganciò la membrana dalla parete e montò su Saphira, tenendo Zar'roc stretta nell'incavo del gomito.
Saphira spiccò il volo e puntò subito verso la rupe di Tel'naeir. Dall'alto videro i danni che la tempesta aveva provocato nella Du Weldenvarden. A Ellesméra non era caduto alcun albero, ma in lontananza, dove la magia degli elfi era più debole, numerosi pini erano stati abbattuti. Il vento residuo faceva cozzare i rami e i tronchi, producendo un sonoro coro di gemiti e scricchiolii. Nuvole di polline dorato, denso come polvere, scorrevano dagli alberi e dai fiori. Mentre volavano, Eragon e Saphira si scambiarono ricordi delle lezioni separate del giorno prima. Lui le raccontò quello che aveva imparato sulle formiche e sull'antica lingua, e lei gli parlò delle correnti discendenti e degli altri fenomeni meteorologici pericolosi, e di come evitarli.
Così, quando atterrarono e Oromis interrogò Eragon sulle lezioni di Saphira, e Glaedr interrogò Saphira su quelle di Eragon, riuscirono entrambi a rispondere correttamente a ogni domanda.
«Molto bene, Eragon-vodhr.»
Già. Benfatto, Bjartskular, disse Glaedr a Saphira.
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