Volodyk - Paolini2-Eldest
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Trianna alzò la testa di scatto. «Dubiti delle mie capacità?»
«Sei capace?»
Trianna esitò, poi prese la sopravveste dalle mani di Nasuada e ne studiò il merletto a lungo. Alla fine, disse: «Credo che sia possibile, ma devo prima effettuare qualche prova per averne la certezza.»
«Comincia subito. Da questo momento in poi, sarà il tuo più importante incarico. E trova un'esperta merlettaia che ti dia consigli sui disegni.»
«Sì, ledy Nasuada.»
Nasuada addolcì i toni. «Bene. Vorrei anche che scegliessi i membri più brillanti del Du Vrangr Gata per elaborare con loro altre tecniche magiche per aiutare i Varden. Questa è una tua responsabilità, non mia.»
«Sì, ledy Nasuada.»
«Adesso sei scusata. Torna domattina a riferirmi.»
«Sì, ledy Nasuada.»
Soddisfatta, Nasuada guardò la maga allontanarsi, poi chiuse gli occhi e si concesse il lusso di godersi un momento di orgoglio per quanto aveva fatto. Sapeva che nessun uomo, nemmeno suo padre, avrebbe mai pensato a quella soluzione. Questo è il mio contributo ai Varden, si disse, desiderando che Ajihad fosse lì a vederla. Ad alta voce, chiese: «Ti ho sorpresa, Farica?»
«Come sempre, signora.»
Elva
"Signora?... Sei desiderata, signora.» «Cosa?» Riluttante a muoversi, Nasuada aprì gli occhi e vide Jòrmundur che entrava nella stanza. Il coriaceo veterano si tolse l'elmo e se lo mise nell'incavo del gomito destro, avanzando con la sinistra poggiata sul pomo della spada.
Gli anelli metallici del suo usbergo tintinnarono quando s'inchinò. «Mia signora.»
«Benvenuto, Jòrmundur. Come sta oggi tuo figlio?» Nasuada era contenta di vederlo. Di tutti i membri del Consiglio degli Anziani, era l'unico ad aver accettato di buon grado la sua guida, servendola con la stessa determinazione e lealtà canina che aveva per Ajihad. Se tutti i miei guerrieri fossero come lui, non ci fermerebbe nessuno. «La tosse gli è passata.»
«Sono lieta di sentirlo. Che cosa ti porta da me?»
Rughe profonde solcarono la fronte di Jòrmundur. Si passò la mano libera tra i capelli, legati indietro in una coda, poi riprese un contegno e abbassò la mano lungo il fianco. «Magia, del genere più inusuale.»
«Oh.»
«Ricordi la bambina benedetta da Eragon?»
«Sì.» Nasuada l'aveva vista soltanto una volta, ma era al corrente delle voci esagerate che circolavano fra i Varden sul suo conto, come anche delle speranze che i Varden nutrivano per i suoi futuri successi una volta cresciuta. Nasuada era più pragmatica sull'argomento. Qualunque cosa fosse diventata, non sarebbe successo ancora per molti anni, e nel frattempo la battaglia contro Galbatorix sarebbe stata vinta, o persa.
«Mi è stato chiesto di portarla da te.»
«Chiesto? Chi? E perché?»
«Sul campo di addestramento un ragazzo mi ha detto che dovresti vedere la bambina. Dice che la troveresti interessante. Il ragazzo si è rifiutato di dirmi come si chiamava, ma assomigliava parecchio a quello in cui si trasforma il gatto mannaro dell'indovina, così ho pensato... Be', ho pensato che forse era il caso di vedere la bambina.» Jòrmundur aveva l'aria imbarazzata. «Ho chiesto ai miei uomini di fare qualche domanda sul suo conto, e a quanto pare lei... è diversa.»
«In che senso?»
Jòrmundur si strinse nelle spalle. «Abbastanza da credere che dovresti fare quel che dice il gatto mannaro.» Nasuada aggrottò la fronte. Sapeva dalle vecchie storie che ignorare quel che diceva un gatto mannaro era la più stolida delle follie, e spesso conduceva alla morte. Tuttavia la sua compagna - Angela l'erborista - era un'altra specie di strega di cui Nasuada non si fidava del tutto; era troppo indipendente e imprevedibile. «Magia» disse, come se fosse una parolaccia.
«Magia» ripete Jòrmundur, anche se lui usò la parola con un certo timore reverenziale.
«D'accordo, vediamo questa bambina. Si trova nel castello?»
«Orrin ha dato a lei e alla sua domestica un alloggio nell'ala ovest del maschio.»
«Portami da lei.»
Raccogliendo le gonne, Nasuada ordinò a Farica di posticipare gli altri appuntamenti della giornata, poi lasciò le sue stanze. Dietro di sé, sentì Jòrmundur che schioccava le dita per ordinare a quattro guardie di schierarsi intorno a lei. Un momento dopo, si pose al suo fianco per indicarle la strada.
Il caldo all'interno del Castello Farnaci era aumentato al punto da dare la sensazione di trovarsi in una gigantesca fornace. L'aria tremolava come vetro liquido lungo i davanzali.
Pur a disagio, Nasuada sapeva di sopportare meglio di tanta gente quel caldo terribile, grazie alla pelle scura. Chi aveva seri problemi a resistere alle alte temperature erano quelli come Jòrmundur e le guardie, che indossavano l'armatura tutto il giorno, anche sotto i raggi impietosi del sole.
Nasuada osservava i cinque uomini, mentre il sudore gli imperlava le parti di pelle esposta e il loro respiro si faceva sempre più affannato. Da quando erano arrivati ad Aberon, un certo numero di Varden erano svenuti per un colpo di calore - due erano addirittura morti un paio d'ore più tardi - e lei non aveva alcuna intenzione di perderne altri spingendoli oltre i loro limiti fisici.
Quando le parve che avessero bisogno di riposare, ordinò loro di fermarsi - ignorando le loro obiezioni - e chiese ai servitori acqua da bere. «Non voglio vedervi cadere come birilli.»
Dovettero fare altre due soste prima di raggiungere la loro destinazione, una porta quasi invisibile, incassata nella parete interna del corridòio. Il pavimento davanti alla soglia era disseminato di regali.
Jòrmundur bussò, e una voce tremula dall'interno chiese: «Chi è?»
«ledy Nasuada, venuta a far visita alla bambina» rispose lui.
«Sei di cuore sincero e di solida volontà?»
Questa volta rispose Nasuada. «Il mio cuore è puro e la mia volontà di ferro.»
«Varca la soglia, dunque, e sii la benvenuta.»
La porta si aprì su un ingresso illuminato da una sola lanterna rossa, tipica dei nani. Non c'era nessuno alla porta. Nasuada entrò e vide che le pareti e il soffitto erano coperti da strati di tessuto scuro, dando all'ambiente l'aspetto di una grotta o di una tana. Con sua sorpresa, l'aria era abbastanza fresca, quasi fredda, come una frizzante notte autunnale. L'apprensione affondò i suoi artigli velenosi nel suo ventre. Magia.
Una tenda di rete nera ostruiva il cammino. Scostandola, si ritrovò in quello che un tempo doveva essere un salottino. I mobili erano stati tolti, a parte una fila di sedie addossate alle pareti rivestite. Un grappolo di lanterne rosse era appeso in una piega del tessuto increspato, proiettando strane ombre multicolori in ogni direzione.
Una vecchia dalla schiena curva la osservava dai recessi di un angolo, affiancata da Angela l'erborista e dal gatto mannaro, che aveva i peli del collo ritti. Al centro della stanza era inginocchiata una bambina pallida che Nasuada calcolò dovesse avere tre o quattro anni. La bambina piluccava da un piatto di cibo che teneva in grembo. Nessuno parlava.
Confusa, Nasuada domandò: «Dov'è la neonata?»
La bambina alzò lo sguardo.
Nasuada trasalì nel vedere il marchio del drago splendere sulla fronte della bambina, che la scrutava con profondi occhi viola. La bimba le rivolse un terribile, saggio sorriso. «Io sono Elva.»
Nasuada indietreggiò d'istinto, stringendo l'elsa del pugnale che teneva legato all'avambraccio sinistro. Era una voce da adulta, ed emanava l'esperienza e il cinismo di un'adulta. Suonava profana emessa dalla bocca di una bambina. «Non temere» disse Elva. «Sono tua amica.» Mise da parte il piatto; adesso era vuoto. Si rivolse alla vecchia: «Ancora.» La vecchia si affrettò a uscire dalla stanza. Elva batte il palmo sul pavimento accanto a sé. «Prego, siediti. Ti aspettavo da quando ho imparato a parlare.»
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