Volodyk - Paolini2-Eldest
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«Sire» disse Nasuada. Come si conveniva a una persona di rango pari al re, lei rimase ferma, mentre Farica faceva la riverenza. «A quanto pare ti sei ripreso dall'esplosione della settimana scorsa.»
Orrin le rivolse un sorriso bonario. «Ho imparato che non è saggio mescolare fosforo e acqua in uno spazio chiuso. Il risultato può essere alquanto violento.»
i sovrani conoscevano il rischio dell'usurpazione, ma gli
minaccia che un singolo individuo determinato poteva «Ti è tornato l'udito?»
«Non del tutto, ma...» Sorridendo come un ragazzino davanti al suo primo pugnale, il re accese una sottile candela con i carboni di un braciere - Nasuada non riusciva a capire come potesse sopportarlo con quel clima torrido -, poi riportò la fiammella al banco di lavoro e la usò per accendere una pipa riempita di foglie di cardo.
«Non sapevo che fumassi.»
«Infatti» confessò lui. «Solo che, grazie al mio timpano non ancora del tutto rimarginato, ho scoperto di essere capace di fare questo...» Trasse una boccata dalla pipa e gonfiò le guance finché un sottile filo di fumo non gli uscì dall'orecchio sinistro, come un serpentello che lasciava la tana e risaliva a spirale al lato della testa. Fu una scena così inaspettata che Nasuada scoppiò a ridere. Dopo un momento, anche Orrin prese a ridere, liberando uno sbuffo di fumo dalla bocca. «È una sensazione molto particolare» le confidò. «Fa un solletico terribile mentre esce.» Tornando seria, Nasuada gli chiese: «C'è qualcos'altro di cui vuoi discutere con me, sire?»
Lui fece schioccare le dita. «Ma certo.» Intinse il lungo tubo di vetro nel crogiolo, lo riempì di mercurio, poi tappò con un dito l'estremità aperta e le mostrò il tubo. «Convieni che qui dentro c'è soltanto mercurio?»
«Convengo.» È per questo che mi ha mandata a chiamare?
«E adesso?» Con un rapido movimento, capovolse il tubo e infilò l'estremità aperta nel crogiolo, togliendo il dito. Invece di uscire tutto, come Nasuada si aspettava, il mercurio nel tubo calò fino alla metà, poi si fermò. Orrin indicò la sezione vuota sul metallo sospeso, e le chiese: «Cosa occupa questo spazio?»
«Dev'essere aria» dichiarò Nasuada.
Orrin sogghignò e scrollò il capo. «Se fosse così, come ha fatto l'aria a sorpassare il metallo liquido o a diffondersi nel vetro? Non ci sono vie possibili per cui l'atmosfera possa essere entrata.» Fece un cenno a Farica. «Qual è la tua opinione, ancella?»
Farica esaminò il tubo, poi si strinse nelle spalle e disse: «Non c'è niente, sire.»
«Ah, ma è esattamente quel che penso io: niente. Credo di aver risolto uno dei più antichi enigmi della filosofia naturale creando e dimostrando l'esistenza del vuoto! Questo invalida completamente le teorie di Vacher e significa che Làdin era un genio. Quei dannati elfi hanno sempre ragione.»
Nasuada si sforzò di mantenere un tono cortese nel chiedere: «Qual è il suo scopo?»
«Scopo?» Orrin la guardò con sincero stupore. «Nessuno, naturalmente. Almeno non uno che mi venga in mente. Tuttavia, questo ci aiuterà a comprendere la meccanica del nostro mondo, come e perché le cose accadono. È una scoperta meravigliosa. Chissà a cosa potrà condurci.» Mentre parlava, svuotò il tubo e lo depose con cura in un astuccio foderato di velluto che conteneva altri strumenti ugualmente delicati. «La prospettiva che mi eccita di più, devo ammettere, è quella di usare la magia per scoprire i segreti della natura. Sai, giusto ieri, con un solo incantesimo, Trianna mi ha aiutato a scoprire due nuovi gas. Immagina che cosa potremmo imparare se la magia venisse sistematicamente applicata alle discipline della filosofia naturale. Sto pensando di imparare io stesso la magia, ammesso che ne abbia il talento, e se riuscirò a convincere qualche stregone a divulgare le sue conoscenze. E un peccato che il tuo Cavaliere dei Draghi, Eragon, non ti abbia accompagnata qui; sono sicuro che avrebbe potuto aiutarmi.» Rivolgendosi a Farica, Nasuada disse: «Aspettami fuori.» La donna s'inchinò e uscì. Quando Nasuada sentì chiudersi la porta del laboratorio, esclamò: «Orrin, ti è andato di volta il cervello?»
«Che vuoi dire?»
«Mentre passi il tuo tempo rinchiuso qui dentro a condurre esperimenti che nessuno capisce, mettendo in pericolo la tua stessa salute, il tuo paese vacilla sull'orlo di una guerra. Una moltitudine di problemi aspetta una tua decisione, e tu te ne stai qui a soffiare fumo dalle orecchie e a giocare col mercurio?»
Il volto del sovrano s'indurì. «Sono più che consapevole dei miei dovéri, Nasuada. Tu sarai anche il capo dei Varden, ma io resto il re del Surda, e dovresti ricordartene prima di rivolgerti a me in modo così irriguardoso. Occorre forse rammentarti che la vostra permanenza qui dipende dalla mia benevolenza?»
Nasuada sapeva che si trattava di una minaccia futile: molti surdani avevano parenti fra i Varden, e viceversa. Erano troppo intimamente legati per abbandonarsi a vicenda. No, la vera ragione per cui Orrin si era offeso era la questione dell'autorità. Dato che era quasi impossibile mantenere cospicue truppe armate, pronte a combattere, per prolungati periodi di tempo - come Nasuada aveva imparato, sfamare tante bocche inattive era un incubo logistico - i Varden avevano cominciato a svolgere dei lavori, a impiantare fattorie e a integrarsi nel paese ospitante. Dove mi porterà tutto questo alla fine? Diventerò il capo di un esercito fantasma? Un generale o un consigliere sotto il governo di Orrin? La posizione di Nasuada era precaria. Se si fosse mossa troppo in fretta o avesse dimostrato troppa iniziativa, Orrin l'avrebbe potuta prendere come una minaccia e voltarle le spalle, specie ora che lei poteva vantare la gloriosa vittoria dei Varden nel Farthen Dùr. Ma se avesse indugiato troppo, avrebbero perso l'occasione di sfruttare la momentanea debolezza di Galbatorix. Il suo unico vantaggio in quel ginepraio era l'autorità che deteneva sull'unico elemento che aveva generato quell'atto del dramma: Eragon e Saphira.
Disse: «Non ho alcuna intenzione di minare la tua autorità, Orrin. Non ho mai voluto una cosa del genere, e ti chiedo scusa se il mio comportamento ti ha indotto a crederlo.» Lui chinò il capo con il collo rigido. Non sapendo bene come continuare, Nasuada appoggiò le dita sull'orlo del bancone. «È solo che... ci sono così tante cose da fare. Io lavoro giorno e notte, tengo una lavagnetta accanto al letto per scrivere appunti, e ancora non riesco a sbrogliare la matassa. Ho sempre la sensazione di essere in bilico sull'orlo del disastro.»
Orrin prese un pestello macchiato di nero e se lo fece rotolare fra i palmi a un ritmo costante e ipnotico. «Prima che tu venissi... no, non è corretto. Prima che il tuo Cavaliere si materializzasse dall'etere come Moratensis dalla fontana, mi aspettavo di vivere la mia vita come mio padre e mio nonno prima di me. Ossia opponendomi a Galbatorix in segreto. Devi capire che mi occorre del tempo per abituarmi a questa nuova realtà.»
Era quanto di più vicino a un atto di contrizione lei si potesse aspettare. «Capisco.»
Lui smise di rigirare il pestello per un momento. «Hai da poco preso il potere, mentre io conservo il mio da un certo numero di anni. Se posso permettermi di darti un consiglio, ho scoperto che è essenziale per la mia sanità mentale dedicare una certa frazione del giorno ai miei interessi personali.»
«Io non potrei mai farlo» obiettò Nasuada. «Ogni momento perso potrebbe essere il momento dello sforzo necessario a sconfiggere Galbatorix.»
Il pestello si fermò di nuovo. «Non fai che danneggiare i Varden se insisti a spremerti in questo modo. Nessuno può agire con lucidità senza un momento di pace e tranquillità. Non devono essere lunghi intervalli, bastano cinque o dieci minuti. Potresti allenarti con l'arco e continuare a perseguire i tuoi obiettivi, anche se in maniera diversa... Ecco perché ho allestito questo laboratorio. Perché quando soffio fumo dalle orecchie o gioco col mercurio, come dici tu, almeno non urlo di rabbia e delusione per il resto della giornata.»
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