Volodyk - Paolini2-Eldest

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daccapo domani, con questo e altri argomenti.» Dal suo profilo, Eragon intuì che Oromis aveva riacquistato il consueto contegno impassibile. «È accettabile per te?»

«Sì, maestro» disse Eragon, grato per la domanda.

«Credo sia meglio, d'ora in poi, se ti sforzerai di parlare soltanto nell'antica lingua. Abbiamo poco tempo a disposizione, e questo è il metodo più rapido per imparare.»

«Anche quando parlo con Saphira?»

«Anche allora.»

Adottando la lingua degli elfi, Eragon promise: «Allora m'impegnerò con tutte le mie forze, finché non soltanto penserò, ma sognerò nella tua lingua.»

«Se ci riuscirai» disse Oromis, usando a sua volta l'antica lingua, «la nostra missione potrà avere qualche speranza di successo.» Fece una pausa. «Invece di volare qui, domattina, accompagnerai l'elfo che manderò da te. Ti condurrà dove gli abitanti di Ellesméra si esercitano alla scherma. Resta là per un'ora, poi continua come di consueto.» «Non mi insegnerai tu?» chiese Eragon, sentendosi respinto.

«Non ho niente da insegnarti. Tu sei fra i migliori spadaccini che abbia mai conosciuto. Di scherma non ne so più di te, e quello che io possiedo e tu no non posso dartelo. A te non resta che preservare il tuo attuale livello di abilità.» «Perché non posso farlo con te... maestro?»

«Perché non mi piace cominciare la giornata con agitazione e conflitto.» Guardò Eragon, poi addolcì i toni e aggiunse: «E perché sarà un bene per te conoscere altri individui che vivono qui. Io non sono l'espressione della mia razza. Ma adesso basta. Guarda, arrivano.»

I due draghi planarono passando davanti al disco solare. Prima arrivò Glaedr con un ruggito di vento, oscurando il cielo con la sua mole imponente prima di atterrare sull'erba e ripiegare le ali dorate, poi Saphira, agile e svelta come un passerotto in confronto a un'aquila.

Come quella mattina, Oromis e Glaedr fecero alcune domande per assicurarsi che Eragon e Saphira avessero prestato attenzione alle reciproche lezioni. Non l'avevano fatto sempre, ma collaborando e condividendo informazioni fra di loro, riuscirono a rispondere a tutte le domande. L'unico punto debole fu la lingua straniera con cui avrebbero dovuto comunicare d'ora in avanti.

Meglio, brontolò Glaedr. Molto meglio. Rivolse lo sguardo su Eragon. Tu e io ci alleneremo insieme molto presto. «Certo, Skulblaka.»

Il vecchio drago sbuffò e arrancò verso Oromis, saltellando sulla zampa sana per compensare quella mancante. Saphira si protese e afferrò con le labbra la punta della coda di Glaedr, lanciandola in aria con uno scatto della testa, come se volesse spezzare il collo di un cervo. Sussultò sorpresa

quando Glaedr si volse di scatto e fece schioccare le fauci a un soffio dal suo collo.

Anche Eragon trasalì e troppo tardi si coprì le orecchie per proteggerle dal ruggito di Glaedr. Dalla rapidità e dall'intensità della reazione di Glaedr, arguì che non era la prima volta quel giorno che Saphira lo importunava. Invece di rimorso, Eragon individuò in lei un'eccitata gaiezza - come una bimba con un nuovo giocattolo - e una cieca devozione verso l'altro drago.

«Contieniti, Saphira!» le intimò Oromis. Saphira indietreggiò e si accovacciò in silenzio, anche se niente del suo atteggiamento esprimeva contrizione. Eragon mormorò una flebile scusa; Oromis agitò una mano e disse: «Filate, tutti e due!»

Senza protestare, Eragon salì in groppa a Saphira.

Dovette spronarla per prendere il volo, e una volta in aria, la dragonessa volò per tre volte in circolo sulla radura prima che lui la costringesse a prendere la rotta per Ellesméra.

Ma che cosa ti è venuto in mente? Dargli quel morso! disse lui. Pensava di saperlo, ma voleva una conferma da lei. Stavo solo giocando.

Era la verità, dato che parlavano nell'antica lingua, eppure Eragon sospettava che si trattasse soltanto di una piccola parte di una verità più ampia. Già, ma a che gioco? La sentì irrigidirsi sotto di lui. Dimentichi il tuo dovere. Continuando a... Cercò la parola giusta. Continuando a provocare Glaedr, distrai lui, Oromis e me... pregiudicando la riuscita dei nostri sforzi. Non sei mai stata così sventata prima d'ora.

Non credere di essere la mia coscienza.

Eragon scoppiò a ridere, per un momento dimentico di dove era seduto, gettando la testa all'indietro col rischio di cadere di sella. Oh, ma quale ironia, dopo tutte le volte che sei stata tu a dirmi che cosa fare. Io sono la tua coscienza, Saphira, come tu sei la mia. Hai avuto ragione a rimproverarmi e ad ammonirmi in passato, e adesso mi vedo costretto a fare lo stesso con te. Smettila di infastidire Glaedr con le tue attenzioni.

La dragonessa rimase in silenzio.

Saphira?

Ti sento.

Lo spero.

Dopo un minuto di volo tranquillo, lei disse: Due crisi in un giorno solo. Come stai adesso?

Ammaccato e indolenzito. Fece una smorfia. In parte per la Rimgar e l'allenamento di scherma, ma soprattutto per i postumi della crisi. È come un veleno, che mi indebolisce i muscoli e mi annebbia la mente. Spero soltanto di restare sano abbastanza a lungo da vedere la fine di questo addestramento. In seguito, però... non so cosa farò. Di sicuro non posso combattere per i Varden in questo stato. Non pensarci, gli suggerì lei. Non puoi farci niente, e rimuginarci sopra ti fa soltanto sentire peggio. Vivi nel presente, ricorda il passato, e non temere il futuro, perché il futuro non esiste e mai esisterà. C'è soltanto il momento presente.

Lui le diede una pacca sulla spalla e sorrise con rassegnata gratitudine. Alla loro destra, un astore cavalcava una corrente d'aria calda mentre pattugliava la foresta in cerca di prede pennute o pelose. Eragon lo osservava, riflettendo sul quesito che Oromis gli aveva posto: come poteva giustificare la sua guerra contro l'Impero, sapendo che avrebbe causato tante morti e sofferenze?

Ho la risposta, disse Saphira.

Ossia?

Galbatorix ha... La dragonessa esitò, poi disse: No, non te lo dico. Dovrai scoprirlo da solo.

Saphira! Sii ragionevole.

Lo sono. Se non sai perché quello che facciamo è la cosa giusta, tanto vale arrenderti a Galbatorix. Nonostante le sue insistenti suppliche, Eragon non riuscì a cavarle più nulla, perché lo aveva escluso da quella parte della sua mente. Tornati sull'albero, Eragon consumò una cena leggera, e stava per aprire uno dei rotoli di Oromis quando qualcuno disturbò la sua quiete bussando alla porta scorrevole.

«Avanti» disse lui, sperando che fosse Arya.

Era lei.

Arya salutò Eragon e Saphira, poi disse: «Ho pensato che ti sarebbe piaciuto visitare il Palazzo di Tialdarì e i suoi giardini, dato che hai espresso questo interesse ieri. Se non sei troppo stanco.» Indossava una lunga, morbida tunica rossa, orlata da preziosi ricami neri. L'abbinamento di colori ricordava i mantelli della regina ed enfatizzava la forte somiglianza fra madre e figlia.

Eragon spinse da parte i rotoli. «Mi piacerebbe moltissimo.»

Vuole dire ci piacerebbe moltissimo, intervenne Saphira.

Arya rimase sorpresa quando entrambi parlarono nell'antica lingua; perciò Eragon le spiegò la volontà di Oromis. «Un'idea eccellente» commentò lei, nella stessa lingua. «E molto più appropriata, finché resterete qui.» Quando tutti e tre furono scesi dall'albero, Arya li guidò verso ovest, in una zona sconosciuta di Ellesméra. Incontrarono molti elfi lungo la strada, e tutti si fermarono per inchinarsi a Saphira.

Eragon notò ancora una volta che non si scorgevano bambini. Lo disse ad Arya, che rispose: «Sì, abbiamo pochi bambini. Al momento ce ne sono soltanto due a Ellesméra, Dusan e Alanna. Per noi i bambini sono la cosa più preziosa del mondo perché sono la più rara. Avere un figlio è il più grande fra gli onori e le responsabilità che un essere vivente possa ricevere.»

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