Volodyk - Paolini2-Eldest
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Alla fine giunsero davanti a un arco acuto costolato cresciuto fra due alberi - da cui si accedeva a un vasto complesso. Sempre nell'antica lingua, Arya intonò: «Radice di albero, frutto di tasso, in nome del mio sangue lasciami il passo.» I due battenti della porta ogivale tremarono, poi si aprirono verso l'esterno, liberando cinque farfalle monarca che volarono verso il cielo violetto. L'arco si affacciava su un vasto giardino floreale che era stato creato per dare l'impressione di un campo selvatico naturale e incontaminato. L'unico elemento che tradiva l'artificio era la grande varietà di piante: molte specie erano in fiore fuori stagione, o erano originarie di climi più caldi o più freddi e non avrebbero potuto prosperare senza la magia degli elfi. Il giardino era illuminato dalle lanterne senza fiamma a foggia di gemma, con l'aggiunta di sciami di lucciole.
Arya si rivolse a Saphira. «Attenta alla coda, non farla strisciare sulle aiuole.»
S'inoltrarono nel giardino, diretti verso una linea di alberi radi. Prima ancora di capire dove fosse, Eragon vide gli alberi che si infittivano fino a diventare compatti come una parete. Si ritrovò sulla soglia di un palazzo di lucido legno, senza essersi nemmeno reso conto di essere entrato.
La sala era calda e accogliente: un luogo di pace, riflessione e conforto. La sua forma era definita dai tronchi degli alberi, che nella parte interna erano stati scortecciati, lucidati e strofinati con olio fino a far risplendere il legno come ambra. Ampie fessure regolari fra i tronchi fungevano da finestre. L'aroma di aghi di pino sminuzzati profumava l'aria. Nella sala c'erano molti elfi, intenti a leggere, scrivere e, in un angolo più buio, a suonare siringhe di canne. Tutti si fermarono per chinare la testa verso Saphira.
«Stareste qui» disse Arya, «se non foste Cavaliere e drago.»
«È magnifico» commentò Eragon, estasiato.
Arya guidò lui e Saphira in ogni luogo del palazzo accessibile ai draghi. Ogni nuova stanza era una sorpresa: non ce n'erano due uguali, e in ogni camera erano stati trovati nuovi modi per incorporare la foresta nella costruzione. In una, un ruscello limpido scorreva lungo la parete rugosa e proseguiva sul pavimento di sassi per dileguarsi sotto il cielo notturno. In un'altra, le pareti erano ricoperte di rampicanti, un arazzo verde ininterrotto ornato di fiori dall'ampia corolla rosa e bianca. Arya la chiamò Lianì Vine.
Videro molte opere d'arte, da fairth e dipinti a sculture e splendenti mosaici di vetro colorato, tutte basate sulle forme curve di piante e animali.
Islanzadi li incontrò per qualche minuto in un padiglione aperto collegato agli altri due edifici da passaggi coperti. S'informò sui progressi di Eragon nell'addestramento e sulle condizioni della sua schiena, e lui rispose con brevi frasi cortesi che parvero soddisfare la regina, che scambiò qualche parola con Saphira e poi se ne andò. Alla fine tornarono in giardino. Eragon camminava al fianco di Arya - con Saphira alle loro spalle - incantato dal suono della sua voce, mentre lei gli parlava delle varietà di fiori, del loro luogo di origine, di come si coltivavano e di come, in molti casi, erano stati alterati con la magia. Indicò anche i fiori che schiudevano i petali soltanto di notte, come una datura bianca.
«Qual è il tuo preferito?» chiese Eragon.
Arya sorrise e lo scortò verso un albero ai margini del giardino, accanto a un laghetto circondato di giunchi. Intorno al ramo più basso dell'albero era avvinghiato un convolvolo con tre piccoli, vellutati boccioli neri.
Soffiando su di loro, Arya sussurrò: «Apritevi.»
I petali frusciarono nello schiudersi, rivelando un cuore colmo di nettare. La gola dei fiori campanulati era di un intenso blu che sfumava nell'inchiostro della corolla come le vestigia del giorno nella notte.
«Non è il più perfetto e adorabile dei fiori?» chiese Arya.
Eragon la guardò, squisitamente consapevole di quanto fossero vicini, e disse: «Sì...» e prima che il coraggio lo abbandonasse, aggiunse: «Come te.»
Eragon! esclamò Saphira.
Arya ricambiò il suo sguardo con un'intensità che lo costrinse ad abbassare gli occhi. Quando osò guardarla di nuovo, rimase mortificato nel vederla sorridere, come divertita dalla sua reazione. «Sei troppo gentile» mormorò lei. Tese una mano e sfiorò il bordo di una corolla; poi tornò a guardare Eragon. «Fàolin l'ha creato apposta per me, un solstizio d'estate di tanto tempo fa.»
Il giovane si sentì a disagio e borbottò qualche parola incomprensibile, ferito e offeso dal fatto che lei non avesse preso sul serio il complimento. Avrebbe voluto diventare invisibile, e per un attimo pensò addirittura di evocare un incantesimo che gli consentisse di farlo.
Alla fine drizzò le spalle e disse: «Ti prego di scusarci, Arya Svit-kona, ma è tardi, e dobbiamo tornare al nostro albero.»
Il sorriso di lei si allargò. «Ma certo, Eragon. Capisco.» Li accompagnò all'arco principale, aprì le porte per loro, e disse: «Buonanotte, Saphira. Buonanotte, Eragon.»
Buonanotte a te, Arya, rispose Saphira.
Malgrado l'imbarazzo, Eragon non potè fare a meno di chiederle: «Ci vedremo domani?»
Arya inclinò la testa da un lato. «Temo di essere impegnata domani.» Poi le porte si chiusero, lasciandogli intrawedere un'ultima immagine di lei che si allontanava per tornare al palazzo.
Accovacciandosi sul sentiero, Saphira sospinse Eragon con il muso. Smettila di sognare a occhi aperti e salimi in groppa. Arrampicandosi sulla sua zampa sinistra, Eragon prese posto come al solito sulle spalle della dragonessa e si aggrappò alla punta del collo più vicina a lui, mentre Saphira si ergeva in tutta la sua altezza. Dopo qualche passo, lei disse: Come puoi criticare il mio comportamento con Glaedr e poi fare tu stesso una cosa del genere? Che cosa stavi pensando?
Tu lo sai quello che provo per lei, bofonchiò Eragon.
Bah! Se tu sei la mia coscienza e io la tua, allora è mio dovere dirti che ti stai comportando come un povero corteggiatore goffo e lezioso. Non stai usando la logica, come Oromis ci ha detto di fare. Cosa ti aspetti che succeda fra te e Arya? Lei è una principessa!
E io un Cavaliere.
Lei è un'elfa, tu un umano!
Sembro sempre più un elfo ogni giorno che passa.
Eragon, lei ha più di cent'anni!
Potrei vivere a lungo quanto lei o qualsiasi altro elfo.
Già, ma non ancora, ed è questo il problema. Non colmerai mai questo divario. Lei è una donna adulta con un secolo di esperienza, mentre tu sei...
Avanti, cosa sono? ringhiò lui. Un bambino? È questo che vuoi dire?
No, non un bambino. Non dopo quello che hai visto e fatto da quando ci siamo incontrati. Ma sei giovane, perfino secondo i criteri della tua razza dalla breve vita... figuriamoci per i nani, i draghi, e gli elfi!
Come te.
La sua brusca replica la fece tacere per un minuto. Poi: Sto solo cercando di proteggerti, Eragon. Tutto qui. Voglio che tu sia felice, e temo che non lo sarai se insisti a desiderare Arya.
I due stavano per coricarsi quando udirono sbattere la botola nel vestibolo, e il tintinnio di una cotta di maglia di qualcuno che entrava. Con Zar'roc in pugno, Eragon aprì la porta scorrevole, pronto ad affrontare l'intruso. Abbassò il braccio quando vide Orik sul pavimento. Il nano bevve un lungo sorso da una bottiglia che stringeva nella sinistra, poi guardò Eragon con gli occhi socchiusi. «Ehi, sciacco d'ossa, dove scei? Eccoti lì. Mi chiedevo che fine avevi fatto. Non riuscivo a trovarti... così mi sono detto che in questa bella scierata malinconica magari potevo farti una visitina... Di che vogliamo parlare, tu e io, ora che sciamo insciente in questo bel nido di uccelli?» Prendendolo per il braccio libero, Eragon lo aiutò ad alzarsi, sorpreso da quanto fosse pesante e massiccio il nano, come un macigno in miniatura. Quando Eragon gli lasciò il braccio, Orik cominciò a ondeggiare da un lato e dall'altro, col rischio di cadere al minimo gesto.
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