Volodyk - Paolini2-Eldest

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La porta scorrevole era aperta al suo arrivo, ma nessuno rispose quando bussò. Provò a entrare, con le orecchie tese a cogliere rumore di passi, mentre si guardava intorno nello spazioso salottino tappezzato di rampicanti. Da un lato si accedeva a una piccola camera da letto, dall'altro si passava in uno studio. Due fairth decoravano le pareti: il ritratto di un elfo fiero e severo dai capelli d'argento, che doveva essere re Evandar, e un altro volto di un giovane elfo che Eragon non riconobbe.

Vagò per l'appartamento, osservando tutto ma non toccando niente, assaporando quel barlume di vita di Arya, assorbendo quello che poteva dei suoi interessi e delle sue passioni. Accanto al letto notò una sfera di vetro con un bocciolo del convolvolo nero conservato all'interno; sulla sua scrivania, pile ordinate di rotoli di pergamena, con titoli come Osilon: rapporti sui raccolti e Attività segnalate dalla torre di guardia di Gil'ead; sul davanzale di un bovindo, tre alberi in miniatura crescevano nella forma di glifi dell'antica lingua, quelli che significano pace, forza e saggezza; e accanto agli alberi, un foglio di carta con una poesia incompleta, coperto da parole sbarrate con un tratto d'inchiostro e appunti scribacchiati. Recitava:

Sotto la luna, la luna splendente, C'è uno stagno, placido e sereno,

Tra le felci e i rovi, E i pini dal cuore nero.

Cade una pietra, una pietra vivente, E infrange il disco argenteo e sereno, Tra le felci e i rovi, E i pini dal cuore nero. Schegge di luce, lame di luce

Lo stagno increspano di onde diffuse,

Lo specchio d'acqua mite,

Il solitario laghetto.

Nella notte, la notte oscura e truce, Fluttuano le ombre, ombre confuse,

Dove un tempo...

Tornando nell'ingresso, Eragon lasciò i fiori su un tavolinetto e fece per andarsene. Restò impietrito nel vedere Arya sulla soglia. Lei parve sorpresa dalla sua presenza, ma nascose le sue emozioni sotto una maschera impassibile. Si fissarono in silenzio.

Lui prese il mazzo di fiori per offrirglielo. «Non so creare un bocciolo per te, come fece Fàolin, ma questi sono fiori sinceri, i più belli che sono riuscito a trovare.»

«Non posso accettarli, Eragon.»

«Non sono... non sono quel genere di regalo.» Fece una pausa. «Non ci sono scuse, ma non mi ero reso conto che il mio fairth ti avrebbe messa in una situazione tanto penosa. Per questo sono rammaricato e imploro il tuo perdono... Volevo soltanto creare un fairth, non provocare problemi. Io capisco l'importanza dei miei studi, Arya, e tu non devi temere che possa trascurarli per fantasticare su di te.»

Vacillò e si appoggiò alla parete, troppo stordito per reggersi sulle gambe. «Tutto qui.»

Lei lo guardò per lunghi momenti, poi lentamente prese il mazzolino e se lo portò al naso. I suoi occhi non lo abbandonarono mai. «Sono fiori sinceri» disse, scrutandolo da capo a piedi, per poi tornare a guardargli il volto. «Sei stato malato?»

«No. La schiena.»

«Ho saputo, ma non avrei mai pensato...»

Lui si scostò dalla parete. «Devo andare.»

«Aspetta.» Arya esitò, poi lo guidò verso il bovindo, dove lui si sedette sulla panca che correva lungo il bordo. Prese due tazze da una credenza, Arya vi sbriciolò alcune foglie essiccate di ortica, poi riempì le tazze d'acqua e dicendo «Bolli» riscaldò l'acqua per il té.

Porse una tazza a Eragon, che la prese fra le mani strette a coppa per assorbirne il calore. Guardò fuori dalla finestra verso il terreno venti piedi più sotto, dove gli elfi passeggiavano nei giardini reali, parlando e cantando, e le lucciole volteggiavano nel crepuscolo.

«Vorrei...» disse Eragon, «vorrei che fosse sempre così. È tutto così perfetto e sereno.»

Arya mescolò il suo té. «Come sta Saphira?»

«Bene. E tu?»

«Mi sto preparando per tornare dai Varden.»

Eragon trasalì, sconvolto. «Quando?»

«Dopo la Celebrazione del Giuramento di Sangue. Sono rimasta anche troppo, ma mi dispiaceva partire, e Islanzadi voleva che restassi. Inoltre... non ho mai partecipato a una Celebrazione del Giuramento di Sangue, che è la nostra ricorrenza più importante.» Lo guardò da sopra il bordo della tazza. «Non c'è niente che Oromis possa fare per te?» Eragon si strinse nelle spalle. «Ha già tentato tutto quello che sa.»

Bevvero insieme il té, guardando i gruppi e le coppie che passeggiavano per i sentieri dei giardini. «I tuoi studi proseguono bene?» chiese lei.

«Sì.» Nel silenzio che seguì, Eragon prese il foglio di carta scribacchiato ed esaminò le strofe, come se le leggesse per la prima volta. «Scrivi spesso poesie?»

Arya tese la mano per prendere il foglio che lui le porse, e lo arrotolò perché le parole non fossero più visibili. «È nostra usanza che tutti coloro che partecipano alla Celebrazione del Giuramento di Sangue portino una poesia, una canzone, o qualche altra opera d'arte che hanno fatto per condividerla con l'assemblea. Ho appena cominciato a lavorare sulla mia.»

«Mi sembra buona.»

«Perché, hai letto molte poesie...?»

«Sì.»

Arya tacque, poi chinò il capo e mormorò: «Scusami. Non sei più la persona che ho conosciuto a Gil'ead.» «Io...» Eragon s'interruppe e si rigirò la tazza fra le mani, cercando le parole giuste. «Arya... tu partirai presto. Sarebbe un peccato se questa fosse l'ultima volta che ci vediamo prima di quel momento. Non potremmo incontrarci, di quando in quando, come facevamo prima? Potresti mostrare ancora altre meraviglie di Ellesméra a me e a Saphira.» «Non sarebbe prudente» disse lei con voce gentile ma risoluta.

Lui la guardò. «Il prezzo della mia indiscrezione deve quindi essere la nostra amicizia? Non posso negare quello che provo per te, ma preferirei subire un'altra ferita da Durza che permettere alla mia sventatezza di distruggere l'amicizia che c'era fra di noi. Per me è troppo importante.»

Arya bevve l'ultimo sorso di té, prima di rispondere. «La nostra amicizia continuerà, Eragon. Quanto a trascorrere del tempo insieme...» Le sue labbra si curvarono in un flebile sorriso. «Può darsi. Ma dobbiamo aspettare e vedere che cosa ci riserva il futuro, perché sono molto impegnata e non posso prometterti niente.»

Eragon sapeva che le sue parole erano quanto di più vicino a una riconciliazione lei fosse disposta a concedergli, e ne fu lieto. «Certo, Arya Svit-kona» disse, con un inchino del capo.

Si scambiarono altri convenevoli, ma era evidente che Arya si era già spinta fino al limite di quanto intendeva quel giorno, così Eragon tornò da Saphira con il cuore più leggero per quanto era riuscito a ottenere. Ora sarà il destino a decidere cosa accadrà, pensò, srotolando una delle ultime pergamene che gli aveva dato Oromis. Infilando una mano nella saccoccia che portava alla cintura, Eragon trasse un astuccio di steatite che conteneva nalgask, un unguento a base di cera d'api mescolata a olio di noci, e se lo spalmò sulle labbra per proteggerle dal vento gelido che gli tagliava la faccia. Chiuse la piccola borsa e abbracciò il collo di Saphira, affondando la faccia nell'incavo del gomito per ridurre il riverbero delle nubi ammassate sotto di loro. L'instancabile battito d'ali di Saphira gli rimbombava nelle orecchie, più sonoro e più rapido di quello di Glaedr, che stavano seguendo.

Volarono in direzione sudovest dall'alba fino al primo pomeriggio, facendo frequenti soste per avvincenti duelli di allenamento fra Saphira e Glaedr, durante i quali Eragon doveva legarsi le braccia alle cinghie della sella per impedirsi di cadere a seguito delle evoluzioni acrobatiche. Poi si liberava tirando i nodi con i denti.

Il viaggio terminò presso una piccola catena montuosa composta da quattro vette che torreggiavano sulla foresta, le prime montagne che Eragon vedeva nella Du Welden-varden. Incappucciate di neve e spazzate dai venti, bucavano la coltre di nubi ed esponevano le pendici ricche di crepacci al sole, che a quell'altitudine non aveva calore. Sembrano così piccole, in confronto ai Beor, commentò Saphira.

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