Volodyk - Paolini2-Eldest

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Vorresti rinunciare a tutti i tuoi desideri, dunque? Soltanto a quelli distruttivi.

Ne sei assolutamente convinto?

Sì.

In questo caso, disse Saphira, avvicinandosi, saranno per me un ottimo dessert. In un batter d'occhio, ingoiò i due conigli e poi leccò la pietra con le interiora, grattandola con la lingua barbata fino a farla luccicare. Io, se non altro, non posso vivere di sole piante... quello è cibo per prede, non per draghi. Mi rifiuto di sentirmi in colpa per come mi nutro. Tutto ha il suo posto al mondo. Perfino un coniglio lo sa.

Non sto cercando di farti sentire in colpa, disse Eragon, dandole una pacca sul fianco. È una decisione personale. Non voglio costringere nessuno ad adottare la mia scelta.

Molto saggio, commentò lei con una punta di sarcasmo.

Uova infrante e nido distrutto

Concentrati, Eragon» disse Oromis, con voce paziente. Eragon battè le palpebre e si strofinò gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco i glifi che decoravano il foglio di pergamena davanti a sé. «Mi dispiace, maestro.» La stanchezza lo rallentava come se avesse dei pesi attaccati alle membra. Aguzzò la vista per osservare i glifi curvi e appuntiti, sollevò il calamo di penna d'oca e cominciò a ricopiarli. Attraverso la finestra alle spalle di Oromis, la distesa erbosa in cima alla rupe di Tel'naeir si andava screziando di ombre per il sole morente. In lontananza, brandelli di nuvole rosa striavano il cielo.

La mano di Eragon si contrasse quando una fitta di dolore gli percorse la gamba, e spezzò la punta del calamo, schizzando inchiostro sulla carta. Dall'altro lato del tavolo, anche Oromis trasalì, stringendosi il braccio destro. Saphira! gridò Eragon. Tentò di raggiungerla con la mente, ma con sua sorpresa si trovò ostacolato da una barriera impenetrabile che lei stessa aveva eretto intorno a sé. A stento la percepiva. Era come tentare di afferrare una sfera di liscio granito coperto d'olio. Lei continuava a sfuggirgli.

Eragon guardò Oromis. «È successo qualcosa, vero?»

«Non lo so. Glaedr sta tornando, ma si rifiuta di parlarmi.» Staccando Naegling, la sua spada, dalla parete, Oromis uscì dal capanno e si fermò sul ciglio della rupe, con la testa alzata, in attesa di veder comparire il drago dorato. Eragon lo raggiunse, pensando a tutto quello che poteva essere accaduto a Saphira, il probabile e l'improbabile. I due draghi si erano alzati in volo a mezzogiorno, diretti a nord, in un luogo chiamato la rocca delle Uova Infrante, dove i draghi selvatici dimoravano nei tempi antichi. Era un viaggio facile. Non possono essere stati gli Urgali; gli elfi non li lasciano entrare nella Du Weldenvarden, si disse.

Alla fine scorsero Glaedr come un puntolino nero fra le nubi violette. Mentre scendeva, Eragon vide una ferita sulla zampa anteriore destra del drago, una lacerazione fra le sue squame sovrapposte, grande quanto la mano di Eragon. Sangue scarlatto scorreva nei solchi fra le squame adiacenti.

Nel momento in cui Glaedr toccò terra, Oromis corse verso di lui, ma si fermò quando il drago gli ringhiò contro. Saltellando sulla zampa ferita, Glaedr si rifugiò ai margini della foresta, dove si accovacciò sotto la volta di rami, dando la schiena a Eragon, per leccarsi la ferita.

Oromis si avvicinò e s'inginocchiò sull'erba accanto a Glaedr, tenendosi a distanza con serena pazienza. Era ovvio che avrebbe aspettato tutto il tempo necessario. Eragon si innervosiva sempre di più col passare dei minuti. Alla fine, senza alcun segnale evidente, Glaedr permise a Oromis di avvicinarsi e di ispezionargli la zampa. La magia fluì dal gedwéy ignasia di Oromis quando appoggiò la mano sullo squarcio di Glaedr.

«Come sta?» chiese Eragon, quando Oromis si ritirò.

«Sembra una ferita terribile, ma non è che un graffio per uno come Glaedr.»

«E Saphira? Non riesco ancora a entrare in contatto con lei.»

«Devi andare tu da lei» disse Oromis. «È ferita, ma non soltanto nel fisico. Glaedr mi ha raccontato poco di quanto è successo, ma io ho intuito molto, e ti consiglio di affrettarti.»

Eragon si guardò intorno in cerca di un mezzo di trasporto, e gemette di angoscia nel vedere che non ce n'erano. «Come faccio a raggiungerla? È troppo lontana, non c'è un sentiero, e non posso...»

«Calmati, Eragon. Come si chiamava lo stallone che ti ha portato qui da Silthrim?»

Eragon ci mise qualche istante per ricordare. «Folkvir.»

«Allora chiamalo con la magia. Pronuncia il suo nome e trasmettigli la fretta che hai, nel più potente dei linguaggi, e lui verrà ad aiutarti.»

Lasciando che la magia gli pervadesse la voce, Eragon invocò Folkvir, facendo riecheggiare la sua implorazione fra le colline boscose fino a Ellesméra, con tutta l'urgenza che riuscì a evocare. Oromis annuì, compiaciuto. «Ben fatto.» Una decina di minuti più tardi, Folkvir emerse dai recessi ombrosi della foresta come un fantasma argenteo, scuotendo la criniera e sbuffando di eccitazione. I fianchi dello stallone ansimavano per quanto aveva corso. Saltando in groppa al piccolo cavallo elfico, Eragon disse: «Tornerò appena posso.»

«Fa' quel che devi» rispose Oromis.

Poi Eragon piantò i talloni nei fianchi dello stallone e gridò: «Corri, Folkvir! Corri!» Il cavallo partì al galoppo, addentrandosi nella Du Weldenvarden e facendosi strada con incredibile destrezza fra i pini contorti. Eragon lo guidava verso Saphira con immagini mentali.

In mancanza di una pista nel sottobosco, un cavallo come Fiammabianca avrebbe impiegato tre o quattro ore per raggiungere la rocca delle Uova Infrante. Folkvir coprì la distanza in poco più di un'ora.

Ai piedi del monolito di basalto, che emergeva dalla foresta come un pilastro verde screziato e superava gli alberi di ben oltre cento piedi, Eragon mormorò: «Fermo» poi smontò a terra. Guardò la cima distante della rocca delle Uova Infrante. Saphira era seduta lì.

Camminò intorno al perimetro, in cerca di un modo per scalare il pinnacolo, ma invano, perché la roccia era liscia e inaccessibile: non c'erano fenditure, crepe o altri appigli.

Sarà un problema, pensò.

«Resta qui» disse a Folkvir. Il cavallo lo guardò con i suoi occhi intelligenti. «Pascola, se vuoi, ma resta qui, intesi?» Folkvir nitrì e, col suo muso vellutato, spinse il braccio di Eragon. «Sì, sei stato molto bravo.»

Con lo sguardo fisso sulla vetta del monolito, Eragon chiamò a raccolta le forze e nell'antica lingua disse: «Su!» In seguito si rese conto che se non fosse stato abituato a volare con Saphira, l'esperienza sarebbe stata abbastanza sconvolgente da fargli perdere il controllo sull'incantesimo, col rischio di sfracellarsi al suolo. Il terreno gli sprofondò da sotto i piedi in un lampo, i tronchi degli alberi si assottigliarono, mentre lui fluttuava verso la parte bassa del fogliame, e poi verso il cielo della sera. I rami gli graffiavano la faccia e le spalle come artigli mentre usciva allo scoperto. Al contrario di quando si trovava in groppa a Saphira, questa volta conservò il senso del peso, come se ancora si trovasse con i piedi per terra.

Giunto ai margini della rocca delle Uova Infrante, Eragon si spostò in avanti e sciolse la magia, atterrando su una zona coperta di muschio. Si accasciò, esausto, e aspettò di vedere se lo sforzo gli avrebbe scatenato una crisi alla schiena; non accadde nulla, e così sospirò di sollievo.

La vetta del monolito era composta da torri frastagliate divise da gole ampie e profonde, dove non cresceva niente se non qualche raro fiore selvatico. Nere cavèrne costellavano le torri, alcune naturali, altre scavate nel basalto con artigli grossi quanto il braccio di Eragon. Gli uccelli avevano fatto il nido dove un tempo dimoravano i draghi: erano falchi e aquile, e lo osservavano, pronti ad attaccare se avesse minacciato le loro uova.

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