Volodyk - Paolini2-Eldest
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D'accordo, borbottò lei.
Ti sentirai meglio quando l'avrai fatto. Sorrise. Te lo dico per esperienza personale.
Lei sbuffò e si avvicinò all'ingresso della caverna, dove si accovacciò per contemplare l'ondulata foresta. Dovremmo andare. Presto farà buio. Stringendo i denti, Eragon si alzò - ogni movimento gli costava fatica - e si issò in groppa a Saphira, mettendoci il doppio del tempo che normalmente impiegava. Eragon?... Grazie di essere venuto. So quello che hai rischiato con la tua schiena.
Lui l'accarezzò sulla spalla. Siamo di nuovo uno?
Di nuovo uno.
Il dono dei draghi
I giorni che precedettero l'Agaeti Blòdhren furono i migliori e i peggiori per Eragon. La schiena lo tormentava più che mai, minandogli la salute e la resistenza, offuscandogli la mente; viveva nel costante terrore che si scatenasse un altro accesso. Eppure lui e Saphira non erano mai stati tanto vicini. Vivevano l'uno nella mente dell'altra come nella propria. E di quando in quando Arya andava a far loro visita nella casa sull'albero, e passeggiava per Ellesméra con loro. Tuttavia non andava mai da sola, ma portava sempre con sé Orik, o Maud, la gatta mannara.
Durante le loro passeggiate, Arya presentò a Eragon e Saphira un certo numero di elfi di riguardo: grandi guerrieri, poeti e artisti. Li portava ai concerti che si tenevano sotto i pini. E mostrò loro le innumerevoli meraviglie nascoste di Ellesméra.
Eragon approfittava di ogni occasione per parlare con lei. Le raccontò della sua infanzia nella Valle Palancar, di Roran e di Garrow, della zia Marian, aneddoti su Sloan, Ethlbert e altri compaesani, e del suo amore per le montagne che circondavano Carvahall, e delle fiammeggianti strisce di luce che adornavano il cielo notturno d'inverno. Le raccontò di quando una volpe cadde nelle vasche per la concia di Gedric e dovette essere ripescata con una rete. Le parlò della gioia di coltivare una piantagione, di come estirpava le erbacce e la nutriva fino a scorgere i primi germogli verdi che spuntavano dal terreno: sapeva che lei più di tutti poteva apprezzare quella gioia.
In cambio, Eragon ebbe l'opportunità di sapere qualcosa di più sul suo conto. La sentì parlare della sua infanzia, dei suoi amici e della sua famiglia, e delle sue esperienze fra i Varden, di cui parlava con allegria, descrivendo razzìe e battaglie a cui aveva partecipato, trattati che aveva aiutato a negoziare, le sue dispute con i nani, e gli eventi più importanti a cui aveva assistito in qualità di ambasciatrice.
Grazie a lei e a Saphira, Eragon provava una profonda pace nel cuore, ma una pace in precario equilibrio, dato che la minima influenza riusciva a turbarla. Il tempo era suo nemico, poiché Arya era destinata a partire subito dopo l'Agaeti Blòdhren. E così Eragon assaporava i momenti passati con lei, e aspettava con angoscia l'arrivo dell'imminente celebrazione.
L'intera città brulicava di intensa attività in preparazione dell'Agaeti Blòdhren. Eragon non aveva mai visto gli elfi così eccitati. Decoravano la foresta di festoni e lanterne colorate, specie intorno all'albero di Menoa, mentre l'albero stesso era abbellito da lanterne appese alla fine di ogni ramo, dove risplendevano come gocce di rugiada. Persino le piante, notò Eragon, avevano assunto un'aria festosa con un tripudio di nuovi fiori dai colori scintillanti. Spesso sentiva gli elfi che li cantavano fino a tarda notte.
Ogni giorno, centinaia di elfi giungevano a Ellesméra dalle altre città sparse nella foresta, perché nessun elfo si sarebbe mai perso la ricorrenza centenaria del trattato con i draghi. Eragon intuì che molti erano venuti anche per conoscere Saphira. Mi sembra di non fare altro che ripetere saluti all'infinito, si disse. Gli elfi assenti perché impegnati altrove avrebbero festeggiato la ricorrenza nello stesso momento, e avrebbero partecipato alle celebrazioni di Ellesméra divinando attraverso specchi magici che mostravano le sembianze di chi stava osservando, perché nessuno si sentisse spiato.
Una settimana prima dell'Agaeti Blòdhren, quando Eragon e Saphira si accingevano a tornare nei propri alloggi dalla rupe di Tel'naeir, Oromis disse: «Dovreste pensare entrambi a che cosa portare alla Celebrazione del Giuramento di Sangue. A meno che le vostre creazioni non abbiano bisogno della magia per manifestarsi o funzionare, vi sconsiglierei di ricorrere alla negromanzia. Nessuno rispetterebbe il vostro lavoro se fosse prodotto di un incantesimo e non delle vostre mani. Vi suggerisco inoltre di preparare opere separate. Anche questa è nostra usanza.»
In volo, Eragon chiese a Saphira: Qualche idea?
Forse una. Ma se non ti dispiace, vorrei vedere se funziona prima di dirtela. Lui colse un frammento d'immagine, un affioramento di nuda roccia che sporgeva dalla foresta, prima che lei lo nascondesse.
Eragon sorrise. Non mi dai nemmeno un indizio?
Fuoco. Tantissimo fuoco.
A casa, Eragon passò in rassegna le proprie capacità e pensò: Più di tutto mi intendo di agricoltura, ma non vedo in che modo possa aiutarmi. Né posso sperare di competere con gli elfi grazie alla magia, o di raggiungere la loro maestria con i mestieri che mi sono familiari. Il loro talento supera di gran lunga quello dei migliori artigiani dell'Impero. Ma tu possiedi una qualità che non ha nessun altro, disse Saphira.
Quale?
La tua identità. La tua storia, le tue avventure, la tua situazione. Usale per dar vita alla tua creazione, e produrrai qualcosa di unico. Qualunque cosa tu faccia, fai che sia fondata su quanto hai di più caro. Soltanto così avrà spessore e significato, e soltanto allora risuonerà in sintonia con le altre opere.
Lui la guardò sorpreso. Non mi ero mai reso conto che ne sapessi tanto di arte.
Infatti, ribattè lei, ma dimentichi che un pomeriggio sono rimasta con Oromis a guardarlo dipingere le sue pergamene, mentre tu volavi con Glaedr. Oromis mi ha parlato a lungo dell'argomento.
Ah. Già. Dimenticavo.
Quando Saphira se ne andò per elaborare il suo progetto, Eragon cominciò a camminare su e giù davanti al portale della sua camera da letto, riflettendo su quanto aveva detto la dragonessa. Che cosa è importante per me? s'interrogò. Saphira e Arya, ovviamente, e il fatto di essere un buon Cavaliere, ma cosa posso dire su questi argomenti che non sia ovvio? Apprezzo la bellezza della natura, ma anche questa è materia che gli elfi hanno decantato in ogni modo possibile. Ellesméra stessa è un monumento alla loro devozione. Si guardò dentro, nel tentativo di comprendere che cosa toccasse le corde più intime e oscure del suo animo. Che cosa gli destava tanta passione - odio o amore - da spingerlo a condividere ciò che provava con gli altri? Tre cose gli vennero in mente: la ferita alla schiena inferta da Durza, la paura di dover combattere un giorno Galbatorix, e le vicende epiche degli elfi che tanto lo affascinavano. Eragon si sentì pervadere da una vampa di eccitazione mentre una storia che combinava tutti questi elementi prendeva forma nella sua mente. Con le ali ai piedi, salì a due a due i gradini che portavano allo studio, si sedette alla scrivania, intinse il calamo nell'inchiostro e lo posò, tremante, su un foglio di carta immacolato.
La punta grattò quando compose i primi versi:
Nel regno lambito dal mare, sui monti screziati di blu...
Le parole fluivano dalla sua penna come dotate di vita propria. Aveva la sensazione di non essere l'inventore della storia, ma un semplice portavoce che aveva il compito di divulgarla al mondo. Non avendo mai composto nulla, Eragon era pervaso dall'eccitazione della scoperta che accompagna le nuove imprese, specie perché non aveva mai sospettato che gli potesse piacere fare il bardo.
Lavorò a ritmo febbrile, senza fermarsi per mangiare o per bere, le maniche della tunica arrotolate fino ai gomiti per non sporcarle con gli schizzi d'inchiostro che volavano dal calamo nella furia della scrittura. Era così concentrato da non sentire altro che il ritmo del suo poema, non vedere altro che la carta bianca, non pensare ad altro che alle frasi impresse a fuoco nella sua mente.
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