Volodyk - Paolini2-Eldest

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«Saperlo potrebbe metterti in grave pericolo.»

«Insisto.»

«Hai mai sentito parlare di Carvahall, nella Valle Palancar?» chiese Roran.

Clovis fece un vago gesto con la mano. «Una o due volte. Perché?»

«Perché adesso la vedi su quella spiaggia. I soldati di Galbatorix ci hanno attaccati senza motivo. Noi abbiamo reagito e quando la nostra posizione è diventata insostenibile siamo fuggiti superando la Grande Dorsale e abbiamo seguito la costa fino a Narda. Galbatorix ha promesso che ogni uomo, donna e bambino di Carvahall sarà ucciso o ridotto in schiavitù. Raggiungere il Surda è la nostra unica speranza di sopravvivere.» Roran evitò di menzionare i Ra'zac, per non spaventare ancora di più il capitano.

La pelle abbronzata del lupo di mare divenne grigia. «Vi inseguono ancora?»

«Sì, ma l'Impero deve ancora trovarci.»

«È per causa vostra che sono state suonate le campane?»

In tono sommesso, Roran disse: «Ho ucciso due soldati che mi avevano riconosciuto.» La rivelazione lasciò Clovis sbigottito: sgranò gli occhi, indietreggiò e i muscoli delle sue braccia si contrassero mentre serrava i pugni. «Fai la tua scelta, capitano. La spiaggia è vicina.»

Capì di aver vinto quando Clovis incurvò le spalle e la spavalderia abbandonò il suo volto. «Che la peste ti porti, Fortemartello. Non sono amico del re. Vi porterò fino a Teirm. Ma poi non voglio avere più niente a che fare con voi.» «Mi dai la tua parola che non cercherai di svignartela durante la notte e non ricorrerai ad altri simili inganni?» «Sì. Hai la mia parola.»

Sabbia e rocce grattarono contro il fondo della Cinghiale Rosso mentre la chiatta si arenava sulla spiaggia, seguita su entrambi i lati dalle sue compagne. L'incessante, ritmico riflusso dell'acqua che bagnava la terra suonava come il respiro di un mostro gigantesco. Una volta imbrogliate le vele e calate le passerelle, Torson e Flint salirono a bordo della Cinghiale Rosso e si avvicinarono a Clovis per chiedere lumi.

«C'è stato un cambiamento di programma» disse Clovis.

Roran lasciò che fosse lui a cavarsela con le spiegazioni - tralasciando i veri motivi per cui i contadini avevano lasciato la Valle Palancar - e balzò sulla sabbia, dove andò in cerca di Horst fra i gruppi agitati di persone. Quando alla fine individuò il fabbro, Roran lo prese da parte e gli raccontò dei morti a Narda. «Se scoprono che sono partito con Clovis, manderanno soldati a cavallo a cercarmi. Dobbiamo far imbarcare la gente il più in fretta possibile.» Horst lo guardò fisso per almeno un minuto. «Sei diventato

un uomo spietato, Roran, più duro di quanto lo sia mai stato io.»

«Ho dovuto.»

«Sta' solo attento a non dimenticare chi sei.»

Roran passò le tre ore successive trasportando e sistemando le vettovaglie dei compaesani sulla Cinghiale Rosso, finché Clovis non espresse la sua soddisfazione. I fagotti furono assicurati perché non rotolassero durante il viaggio, col rischio di ferire qualcuno, e distribuiti uniformemente perché la chiatta galleggiasse dritta, un compito non facile, dato che i bagagli erano diversi per forma e pesantezza. Poi gli animali vennero guidati a bordo, con loro disappunto, e immobilizzati mediante cavezze legate ad anelli di ferro nella stiva.

Infine venne il turno delle persone che, come il resto del carico, furono organizzate in gruppi simmetrici per impedire alla chiatta di capovolgersi. Clovis, Torson e Flint si misero a prua delle rispettive imbarcazioni a gridare ordini alla massa di rifugiati in colonna.

E adesso che cosa succede? si chiese Roran, nel sentire voci concitate sulla spiaggia. Facendosi largo verso l'origine del chiasso, trovò Calitha inginocchiata accanto al suo patrigno, Wayland, intenta a calmare il vecchio. «No! Io non ci salgo, su quella bestia! Non puoi costringermi» gridava Wayland. Agitò le braccia scarne e piantò i tacchi nella sabbia nel tentativo di liberarsi dalla stretta di Calitha. Schizzi di saliva gli uscirono dalle labbra. «Lasciami, ho detto. Lasciami!»

Chinando il capo sotto i suoi colpi, Calitha disse: «Ha perso il senno da quando ci siamo accampati la scorsa notte.» Sarebbe stato meglio se fosse morto sulla Grande Dorsale, visti i problemi che continua a darci, pensò Roran. Si inginocchio accanto a Calitha, e insieme riuscirono a placare il vecchio perché non gridasse e scalciasse più. Come ricompensa per il buon comportamento, Calitha gli diede un pezzo di carne secca, che occupò tutta la sua attenzione. Mentre Wayland si concentrava a masticare la carne, lei e Roran lo guidarono sulla Edeline, dove lo misero in un cantuccio vuoto perché non desse fastidio a nessuno.

«Muovete le chiappe, lumaconi» gridò Clovis. «La marea sta cambiando. Forza, su!»

Dopo un ultimo sussulto di attività, le passerelle furono ritirate, lasciando un gruppo di venti uomini sulla spiaggia davanti a ciascuna chiatta. I tre gruppi si radunarono intorno alle prue e si prepararono a spingerle in acqua. Roran guidava il gruppo della Cinghiale Rosso. Cantando all'unisono, lui e i suoi uomini spinsero l'enorme peso della chiatta, con la sabbia grigia che cedeva sotto i loro piedi, i legni e le cime che gemevano, e il lezzo di sudore nell'aria. Per un momento, i loro sforzi parvero inutili, poi la Cinghiale Rosso sobbalzò e scivolò di un passo. «Ancora!» gridò Roran. Passo dopo passo, avanzarono nel mare, fino a ritrovarsi con l'acqua gelida all'altezza della cintola. Un'onda si infranse su Roran, riempiendogli la bocca di acqua salata; lui sputò, disgustato dal sapore del sale, molto più intenso di quanto si fosse aspettato.

Quando la chiatta si liberò dal fondo sabbioso, Roran nuotò lungo la Cinghiale Rosso e si issò a bordo con una cima che penzolava oltre il parapetto. Nel frattempo, i marinai impiegarono lunghi pali per spingere la Cinghiale Rosso in acque più profonde, come fecero gli equipaggi della Merrybell e della Edeline.

Nell'istante in cui furono a distanza ragionevole dalla spiaggia, Clovis ordinò di ritirare i pali a bordo e di mettere in mare i remi, con i quali i marinai diressero la prua della Cinghiale Rosso verso l'imboccatura dell'insenatura. Issarono la vela, la orientarono per cogliere il vento sull'immensa distesa di mare ondulato. leggero e, all'avanguardia del trio di chiatte, puntarono verso Teirm

Il principio della saggezza

Le giornate che Eragon passava a Ellesméra si susseguivano sempre uguali; lo scorrere del tempo sembrava non influire sulla città fra i pini. Le stagioni non invecchiavano, malgrado i pomeriggi e le serate fossero più lunghi e riempissero la foresta di ombre dense. Fiori tipici di ciascun mese sbocciavano sotto l'influsso della magia elfica, nutriti da incantesimi evocati nell'aria.

Eragon amava Ellesméra, per la sua bellezza e la sua quiete, i leggiadri edifici ricavati negli alberi, le canzoni struggenti che echeggiavano al crepuscolo, le opere d'arte nascoste nelle misteriose dimore, e la riservatezza degli elfi, che si alternava a scoppi di allegria.

Gli animali selvatici della Du Weldenvarden non temevano i cacciatori. Spesso dalla sua camera sospesa fra i rami Eragon osservava un elfo coccolare un cervo o una volpe argentata, o mormorare parole carezzevoli a un orso timido che arrancava ai margini di una radura, riluttante a farsi vedere. Alcuni animali non avevano forma riconoscibile; comparivano di notte, muovendosi furtivi nel sottobosco, e fuggivano se Eragon tentava di avvicinarli. Una volta scorse una creatura simile a un serpente dotato di pelliccia; in un'altra occasione, una donna vestita di bianco che palpitò e scomparve per lasciare il posto a una lupa ghignante.

Eragon e Saphira continuavano a esplorare Ellesméra ogni volta che potevano. Andavano da soli o insieme a Orik, poiché Arya non li accompagnava più, né Eragon aveva avuto modo di parlarle da quando lei aveva infranto il fairth. A volte intrawedeva la sua snella figura fra gli alberi, ma se cercava di avvicinarsi con l'intenzione di porgerle le sue scuse, lei si dileguava, lasciandolo solo fra i pini. Alla fine Eragon capì che doveva prendere l'iniziativa se voleva riuscire a fare pace con lei. Così una sera raccolse un mazzo di fiori che crescevano lungo il sentiero che portava al suo albero e si avviò al Palazzo di Tialdari, dove, nella sala comune, chiese a un elfo indicazioni per raggiungere gli appartamenti di Arya.

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