Volodyk - Paolini2-Eldest
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se avesse la febbre, il cuore gli martellava nel petto, e dovette resistere all'impulso di mettersi a correre. Che cosa mi succede? Gli costò uno sforzo immane persino incoccare una freccia.
A est, un'ombra si staccò dall'orizzonte. Visibile soltanto come uno spazio vuoto fra le stelle, si spostò lenta come un velo strappato fino a coprire la luna, dove si fermò, librandosi sospesa. Illuminate da dietro, Roran riconobbe le ali translucide di una delle cavalcature dei Ra'zac.
La nera creatura aprì il becco ed emise un lungo, lacerante strido. Roran trasalì di dolore per l'acutezza e la frequenza del grido. Gli feriva i timpani, raggelandogli il sangue nelle vene, e sostituì la speranza e la gioia con l'angoscia più cupa. L'ululato svegliò tutta la foresta. Gli uccelli e gli animali nel raggio di miglia esplosero in un coro di schiamazzi terrorizzati, compresi - notò Roran sgomento i pochi capi superstiti del bestiame del villaggio.
Correndo a testa bassa di albero in albero, Roran tornò all'accampamento, sussurrando a chiunque incontrasse: «I Ra'zac sono qui. Non fiatare e resta dove sei.» Vide le altre sentinelle muoversi fra i contadini spaventati, diffondendo lo stesso messaggio.
Fisk emerse in fretta e furia dalla sua tenda con una lancia in mano e ruggì: «Ci attaccano? Chi ha suonato quei maledetti...» Roran lo placcò per farlo tacere, lasciandosi sfuggire un lamento soffocato quando caddero a terra e lui urtò la spalla destra ferita contro il carpentiere.
«Ra'zac» mormorò Roran a Fisk.
Fisk rimase immobile e domandò con un filo di voce: «Che cosa posso fare?»
«Aiutami a calmare gli animali.»
Insieme attraversarono l'accampamento fino al campo vicino, dove erano stati radunati i muli, i cavalli, le pecore e le capre. I contadini proprietari del grosso del bestiame dormivano con loro, ed erano già svegli e impegnati ad ammansire le bestie. Roran ringraziò la cautela che lo aveva spinto a suggerire di tenere gli animali disseminati lungo i margini del campo, dove gli alberi e i cespugli li nascondevano da occhi ostili.
Mentre cercava di tranquillizzare un gruppo di pecore, Roran alzò lo sguardo verso la terribile ombra nera che ancora oscurava la luna, come un gigantesco pipistrello. Con orrore, si accorse che cominciava a spostarsi verso di loro. Se quella creatura grida ancora, siamo spacciati.
Quando il Ra'zac volò in cerchio su di loro, gli animali si zittirono, tranne un mulo che insisteva a emettere un rauco hi-ho. Senza un attimo di esitazione, Roran si calò su un ginocchio, incoccò una freccia e colpì l'asino fra le costole. La sua mira fu precisa e l'animale stramazzò senza emettere un suono.
Troppo tardi, però; il raglio aveva già insospettito il Ra'zac. Il mostro voltò la testa verso la radura e cominciò a scendere con gli artigli distesi, preceduto dal suo alito fetido.
Questo è il momento di vedere se si può uccidere un incubo, pensò Roran. Fisk, accovacciato accanto a lui nell'erba, alzò la lancia, preparandosi a scagliarla non appena il mostro fosse arrivato a tiro.
Proprio mentre Roran tendeva l'arco, nel tentativo di cominciare e finire la battaglia con un'unica freccia ben diretta, fu distratto da un clamore nella foresta.
Un branco di cervi sbucò dalla vegetazione, piombando in massa nel campo, ignorando uomini e animali nella frenetica fuga dai Ra'zac. Per quasi un minuto, i cervi balzarono intorno a Roran, calpestando il terreno molle con gli zoccoli, il chiaro di luna che si rifletteva nel bianco dei loro occhi rotondi. Erano così vicini che riusciva a sentire i tiepidi ansiti del loro respiro affannato.
La moltitudine di cervi doveva aver nascosto gli abitanti del villaggio, perché, dopo un ultimo giro di ricognizione sul campo, il mostro alato virò verso sud e si allontanò lungo la Grande Dorsale, perdendosi nella notte. Roran e i suoi compagni rimasero immobili come conigli braccati, nel timore che il Ra'zac si fosse allontanato solo per farli uscire allo scoperto, o che il gemello della creatura fosse nascosto nei paraggi. Aspettarono per ore, tesi e angosciati, senza osare muoversi se non per incordare un arco.
Quando la luna fu per tramontare, lo strido agghiacciante del Ra'zac risuonò in lontananza. Poi più nulla. Siamo stati fortunati, si disse Roran, quando si destò il mattino dopo. Ma non possiamo contare sulla fortuna per salvarci, la prossima volta.
Dopo la comparsa dei Ra'zac, nessuno dei contadini osò più protestare contro le chiatte. Al contrario, erano così smaniosi di partire, che molti chiesero a Roran se non fosse possibile prendere il mare quel giorno stesso invece di aspettare l'indomani.
«Lo vorrei anch'io» disse, «ma c'è ancora molto da fare.»
Rinunciando alla colazione, lui, Horst e un gruppo di altri uomini scesero a Narda. Roran sapeva che rischiava di essere riconosciuto, ma la loro missione era troppo importante perché lui non ci fosse. Inoltre era convinto che il suo attuale aspetto fosse molto diverso dal ritratto sul manifesto dell'Impero, e che nessuno avrebbe accostato l'uno all'altro. Non ebbero difficoltà a entrare, poiché c'erano due sentinelle diverse alle porte della città, e andarono al molo per consegnare duecento corone a Clovis, impegnato a supervisionare una squadra di uomini che approntavano le chiatte per il mare.
«Grazie, Fortemartello» disse, legandosi il sacchetto di monete alla cintura. «Non c'è niente di meglio che il giallo dell'oro per illuminare la giornata di un uomo.» Li condusse a un tavolo da lavoro dove srotolò una mappa delle acque che circondavano Narda, completa di appunti sulla forza delle diverse correnti; segnalazioni di scogli, banchi di sabbia e altri pericoli; e misure annotate in decenni di scandagli. Tracciando una riga con l'indice da Narda fino a una piccola insenatura poco più a sud, Clovis disse: «Qui imbarcheremo il bestiame. Le maree sono deboli in questo periodo dell'anno, ma dobbiamo pur sempre evitare di combatterle, perciò partiremo subito dopo l'alta marea.»
«Alta marea?» disse Roran. «Non sarebbe più facile aspettare la bassa, e poi lasciare che ci porti al largo?» Clovis si massaggiò un lato del naso, con uno scintillio negli occhi. «Già, sarebbe più facile, e molto spesso comincio un viaggio così. Ma quello che non voglio è arrivare sulla spiaggia, caricare gli animali, e trovarmi col riflusso dell'alta marea che spinge verso terra. Non correremo questo rischio, così, ma dovremo muoverci in fretta, per non restare all'asciutto quando la marea si ritirerà. Se ce la faremo, il mare lavorerà per noi.»
Roran annuì; si fidava dell'esperienza di Clovis. «Quanti uomini ti servono per integrare gli equipaggi?» «Be', sono riuscito a scovare sette giovanotti, forti, onesti, e marinai in gamba, che hanno accettato di imbarcarsi in questa avventura, per quanto suoni strana. Bada bene, la maggior parte di loro erano ubriachi fradici quando li ho incastrati ieri notte; si erano scolati fino all'ultima goccia delle loro ultime paghe, ma domattina saranno sobri come zitelle, te lo garantisco. Siccome ne ho trovati soltanto sette, me ne servirebbero altri quattro.»
«Quattro, d'accordo» disse Roran. «I miei uomini non sanno niente di mare, ma sono sani, robusti, e disposti a imparare.»
Clovis borbottò. «Di solito prendo a bordo qualche giovane mozzo inesperto nei miei viaggi. Perciò, purché obbediscano agli ordini, per me va bene; altrimenti si beccheranno un calcio sulla zucca, te lo assicuro. Quanto alle guardie, me ne occorrono nove, tre per ciascuna barca. E sarà meglio che non siano acerbi come i tuoi marinai, o non mi stacco dalla banchina, neppure per tutto il whisky del mondo.»
Roran gli rivolse un sorriso duro. «Ogni uomo che mi accompagna si è dimostrato capace in più di una battaglia.» «E rispondono tutti quanti a te, Fortemartello, eh?» disse Clovis. Si grattò il mento, adocchiando Gedric, Delwin e gli altri che erano nuovi di Narda. «Di quanti uomini puoi disporre?»
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