Mikhail Bulgakov - Il Maestro e Margherita

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Il racconto della ragazza s’interruppe a questo punto: la valeriana non era servita proprio a niente.

Un quarto d’ora piú tardi, si avvicinarono all’inferriata nel vicolo Vagan’kovskij tre camion su cui fu caricato l’intero organico della filiale, il direttore in testa.

Non appena il primo camion, traballando nel portone, uscí nel vicolo, gli impiegati che, in piedi sul cassone, si sostenevano l’un l’altro di spalle, spalancarono la bocca e la nota canzone risuonò nel vicolo. Il secondo camion fece eco, e poi anche il terzo. E andarono cosí. I passanti, che correvano per i fatti loro, lanciavano ai camion una rapida occhiata senza stupirsi affatto, pensando che si trattasse di una gita in campagna. Stavano effettivamente andando in campagna, ma non in gita, bensí nella clinica del professor Stravinskij

Mezz’ora dopo, il ragioniere, che aveva completamente perso la testa, arrivò alla sezione finanziaria, sperando di potersi finalmente sbarazzare del denaro dell’ufficio. Reso saggio dall’esperienza, anzitutto diede cautamente una capatina nella sala oblunga dove, dietro ai vetri smerigliati con le scritte dorate, sedevano gli impiegati. Il ragioniere non scorse alcun segno di inquietudine o disordine. Regnava il silenzio, come si conviene in un ente che si rispetti.

Vasilij Stepanovič infilò la testa nello sportello su cui stava scritto: «Incassi», salutò un impiegato che non conosceva, e chiese educatamente un modulo di versamento.

— Perché? — chiese il funzionario dello sportello.

Il ragioniere si stupí.

— Voglio fare un versamento. Sono del Varietà.

— Un attimo, — rispose l’impiegato, e immediatamente chiuse l’apertura con una rete.

«Strano!…», pensò il ragioniere. Il suo stupore era perfettamente naturale. Era la prima volta in vita sua che gli capitava una cosa del genere. È noto a tutti come sia difficile riscuotere del denaro, in questo si possono sempre incontrare ostacoli. Ma nella pratica trentennale del ragioniere, non era mai successo che chiunque, fosse persona giuridica o fisica, avesse fatto difficoltà a incassare denaro. Infine la rete fu scostata, e il ragioniere si strinse di nuovo allo sportello.

— Sono tanti? — chiese il funzionario.

— Ventunmilasettecentoundici rubli.

— Oho! — esclamò il funzionario, con un’inspiegabile ironia, e gli porse un foglietto verde.

Conoscendo bene il modulo, il ragioniere lo riempí in un batter d’occhio e cominciò a slacciare lo spago del pacco. Quando disfece l’involto, gli si abbagliarono gli occhi ed egli mugolò qualcosa con un’espressione di dolore.

Davanti ai suoi occhi balenava denaro straniero: c’erano mazzette di dollari canadesi, sterline inglesi, gulden olandesi, lat lettoni, corone estoni…

— È uno di quelli che fanno i trucchi al Varietà, — si udí una voce minacciosa rimbombare sopra il ragioniere inebetito. E subito Vasilij Stepanovič venne arrestato.

CAPITOLO DICIOTTESIMO

Visitatori sfortunati

Nello stesso momento in cui lo zelante ragioniere attraversava Mosca in tassí per imbattersi nel vestito autoscrivente, da un vagone di prima classe riservato del treno n. 9 proveniente da Kiev, arrivava a Mosca, tra gli altri, un passeggero distinto, con in mano una valigia di fibra. Questo passeggero altri non era che Maksimilian Andreevič Poplavskij, lo zio del defunto Berlioz, un economista pianificatore, che viveva a Kiev nell’ex via Institutskaja. Il motivo del suo arrivo a Mosca era un telegramma che egli aveva ricevuto due giorni prima, a tarda sera, e il cui contenuto era il seguente:

«SONO SCHIACCIATO DA TRAM Al PATRIARŠIE STOP FUNERALE VENERDÌ ORE QUINDICI STOP VIENI — Firmato: BERLIOZ».

Maksimilian Andreevič era considerato, e meritatamente, uno degli uomini piú intelligenti di Kiev. Ma anche l’uomo piú intelligente non saprebbe che pesci pigliare di fronte a un simile telegramma. Se una persona telegrafa che è appena stata schiacciata, è chiaro che non è stata schiacciata a morte. Allora che c’entra il funerale? Oppure sta malissimo e prevede di morire? Non è impossibile, ma allora è oltremodo strana la precisione: come può sapere che il suo funerale avrà luogo venerdí alle tre pomeridiane? Un telegramma sbalorditivo!

Però gli intelligenti sono intelligenti proprio per vederci chiaro nelle cose imbrogliate. Semplicissimo: c’era un errore. Il telegramma era stato trasmesso in modo inesatto. La parola «sono» doveva appartenere a un altro telegramma e aveva sostituito la parola «Berlioz» andata a finire in fondo come firma. Con questa rettifica, il senso del testo diventava chiaro ma, naturalmente, tragico.

Quando si calmò lo scoppio di dolore che aveva colpito la consorte di Maksimilian Andreevič, questi cominciò subito a far le valige per andare a Mosca.

Occorre svelare un segreto di Maksimilian Andreevič.

Non c’è dubbio che sentisse pietà per il nipote della moglie, perito nel fiore degli anni. Ma, naturalmente, da uomo pratico, capiva benissimo che la sua presenza al funerale era tutt’altro che indispensabile. Eppure Maksimilian Andreevič non vedeva l’ora di andare a Mosca. Di che si trattava? Di una cosa sola: l’appartamento. Un appartamento a Mosca, questa sí che era una cosa seria! Chi sa perché, Kiev a Maksimilian Andreevič non piaceva, e il pensiero di trasferirsi a Mosca negli ultimi tempi lo rodeva al punto che aveva persino cominciato a perdere il sonno.

Non lo rallegravano le piene primaverili del Dnepr quando, allagando le isole sulla riva bassa, l’acqua si fondeva con l’orizzonte. Non lo rallegrava il panorama di una bellezza sconvolgente che si apriva alla vista dal piedistallo della statua del principe Vladimir. Non lo allietavano le macchie di sole che giocavano in primavera sulle stradette ammattonate della Vladimirskaja gorka. Non voleva niente di tutto ciò, una cosa sola voleva: trasferirsi a Mosca.

Le inserzioni fatte sui giornali, dove proponeva il cambio di un appartamento sulla via Institutskaja con un altro, anche di superficie minore, a Mosca, non avevano dato alcun risultato. Non si trovava gente disposta, o se raramente se ne trovava, le loro proposte non erano oneste.

Il telegramma sconvolse Maksimilian Andreevič. Era un’occasione che sarebbe stato un peccato lasciarsi sfuggire. La gente pratica sa che possibilità del genere non si presentano due volte.

Insomma, malgrado tutte le difficoltà, doveva riuscire a ereditare l’appartamento del nipote sulla Sadovaja. Sí, era complicato, molto complicato, ma queste complicazioni andavano risolte ad ogni costo. L’esperto Maksimilian Andreevič sapeva che il primo passo in questo senso doveva assolutamente essere il seguente: prendere una residenza almeno temporanea, nelle tre stanze del defunto nipote.

Il venerdí, Maksimilian Andreevič entrò nella porta della stanza dove si trovava l’amministrazione della casa n. 302 bis sulla via Sadovaja a Mosca.

Nella stretta stanzuccia, sul muro della quale era appeso un vecchio manifesto che raffigurava, in alcune vignette, i modi di rianimare gli annegati nel fiume, a un tavolo di legno era seduto in completa solitudine un uomo di mezza età, con la barba lunga e gli occhi inquieti.

— Posso vedere il presidente dell’amministrazione? — chiese con cortesia l’economista-pianificatore, togliendosi il cappello e posando la valigia su una sedia libera.

Questa domanda apparentemente semplicissima turbò l’uomo seduto al punto da fargli cambiare faccia. Con gli occhi sfuggenti per l’inquietudine borbottò in modo confuso che il presidente non c’era.

— È a casa sua? — chiese Poplavskij. — Avrei una questione urgentissima da sottoporgli.

L’uomo seduto rispose di nuovo in modo sconnesso, ma si poteva indovinare che il presidente non era a casa sua.

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