— Chi è?
— È zia Pannocchia, la protettrice dei gatti. Tutte le sere porta un pacchettino di avanzi ai gatti randagi che si radunano vicino al parco della reggia di Giacomone.
Zia Pannocchia era una vecchia diritta, secca, alta quasi due metri, dall'aspetto severo. A guardarla, si sarebbe detto quel tipo di signora che caccia i gatti con la scopa. Invece, stando alle parole di Zoppino, era tutto il contrario.
Essa guidò Gelsomino e il suo compagno in una piazzetta, in fondo alla quale il muro del parco metteva in mostra i suoi merli sormontati da cocci aguzzi di bottiglia. Una decina di gatti piuttosto malandati e spelacchiati l'accolsero abbaiando disordinatamente.
— Stupidi, — disse Zoppino. — Ora vedrai come li sistemo.
Nell'istante in cui zia Pannocchia svolgeva il suo cartoccio e ne posava il contenuto accanto al marciapiedi Zoppino balzò nella mischia e lanciò un acutissimo: «MIAO!»
Un gatto che miagolava invece di abbaiare era più di quanto i gatti di quei paese fossero abituati a vedere. La sorpresa fu così forte che essi rimasero lì, immobili come statue di gatti con la bocca spalancata.
Zoppino addentò due teste di merluzzo e la spina di una sogliola e in quattro salti fu sul muro del parco, lo scavalcò, si lasciò cadere in un cespuglio.
Gelsomino si guardò attorno: avrebbe voluto scavalcare il muro a sua volta, ma zia Pannocchia lo stava osservando con sospetto.
«Non voglio che dia l'allarme», pensò. E fingendosi un passante qualunque, diretto in un qualsiasi posto, se ne andò per un'altra strada.
I gatti, passato il primo istante di sorpresa, abbaiavano aggrappandosi alle gonne di zia Pannocchia che, per la verità, era rimasta più meravigliata di loro. Infine sospirò, distribuì ai gatti il resto delle provviste, diede un'ultima occhiata al muro dietro il quale era scomparso Zoppino e tornò a casa.
Gelsomino, appena girato l'angolo, trovò finalmente la moneta falsa che cercava e potè comprarsi pane e formaggio (ossia, come si diceva laggiù, «un tramezzino di inchiostro e gomma da cancellare»).
La notte scendeva rapidamente, era stanco, aveva sonno. Trovò un portoncino aperto, si infilò in una cantina e si addormentò su un mucchio di carbone.
Zoppino scopre per combinazione le cento parrucche di rè Giacomone
Mentre Gelsomino dorme (senza sospettare che proprio nel sonno gli capiterà una nuova avventura, della quale vi dirò in seguito) seguiremo le orme delle tre rosse zampe di Zoppino. Le teste di merluzzo e la spina di sogliola gli parvero deliziose. Era la prima volta che metteva qualcosa sotto i denti: fin ch'era rimasto sul muro infatti, non gli era mai capitato di aver fame. Era anche la prima volta che un gatto si trovava a passare la notte ne! parco reale.
«Peccato non ci sia anche Gelsomino, — egli si disse. — Avrebbe potuto fare una serenata a rè Giacomone e mandargli in pezzi le vetrate».
Levando gli occhi sul palazzo, vide appunto, all'ultimo piano, una fila di finestre illuminate.
«Rè Giacomone sta andando a letto, — pensò. — Non voglio perdermi lo spettacolo».
Svelto come quel gatto che era, si arrampicò da un piano all'altro e si affacciò su un immenso salone, che era poi l'anticamera della stanza da letto di Sua Maestà.
Due file interminabili di camerieri, servitori, cortigiani, ciambellani, ammiragli, ministri ed altre autorità si inchinavano al passaggio di Giacomone, grande, grosso e brutto da spaventare. Aveva però due cose bellissime: i capelli folti, lunghi, ondulati, di un fiammante colore d'arancio, e una camicia da notte viola, col nome ricamato sul petto.
Al suo passaggio tutti si inchinavano e mormoravano rispettosamente:
— Buongiorno, Maestà. Felice giornata, Sire.
Giacomone si fermava di quando in quando a sbadigliare, e subito un cortigiano gli metteva educatamente la mano davanti alla bocca. Poi Giacomone riprendeva il cammino borbottando:
— Questa mattina non ho proprio voglia di dormire. Mi sento fresco come un cocomero.
Naturalmente voleva dire tutto il contrario, ma si era tanto abituato a far dire le bugie agli altri che le diceva grosse anche lui, ed era il primo a crederci.
— Vostra Maestà ha una magnifica faccia da schiaffi, — osservò, inchinandosi, uno dei ministri.
Giacomone gli diede un'occhiataccia, ma si ricordò in tempo che quelle parole significavano che aveva una bellissima cera: sorrise, sbadigliò, si voltò a salutare la folla con un gesto della mano, raccolse la coda della sua camicia viola e si ritirò nella sua stanza.
Zoppino cambiò finestra per poter continuare le sue osservazioni.
Sua Maestà Giacomone, appena rimasto solo, corse davanti allo specchio e si pettinò a lungo la bellissima chioma arancione con un pettine d'oro.
«Ci tiene proprio ai suoi capelli, — riflette Zoppino, — e del resto ha ragione: sono belli davvero. Chissà come avrà fatto un uomo con quei capelli a diventare pirata. Doveva fare il pittore o il musicista».
In quel momento Giacomone posò il pettine, afferrò delicatamente due ciocche della capigliatura sulle tempie e uno, due, tre, con un solo movimento della mano, là, rimase calvo come un ciotole. Un indiano d'una volta non avrebbe fatto più in fretta a fare lo scalpo ai suoi ospiti.
— Una parrucca! — mormorò Zoppino, sbalordito.
La bella chioma arancione non era altro che una parrucca: sotto di essa la testa di sua maestà era di un brutto color rosa, e qua e là mostrava dei bozzi e bitorzoli che Giacomone si tastava sospirando tristemente. Poi spalancò un armadio e mostrò a Zoppino, che spalancò ancor di più gli occhi, una raccolta di parrucche di tutti i colori: bionde, blu, nere, pettinate in cento modi diversi.
Giacomone, che compariva in pubblico sempre con la parrucca arancione, in privato, e cioè a letto, amava cambiare parrucca, per consolarsi della sua calvizie. Non c'era nessuna ragione di vergognarsi perché i capelli gli erano caduti: a quasi tutte le persone perbene cadono i capelli, a una certa età. Ma Giacomone era fatto così: la propria testa senza criniera non la poteva soffrire.
Sotto gli occhi di Zoppino, Sua Maestà provò una dopo l'altra decine di parrucche, passeggiando davanti allo specchio per ammirarne l'effetto: si guardava di fronte, di profilo, con uno specchietto si scrutava la nuca, come una primadonna prima di andare in scena.
Finalmente trovò di suo gusto un parrucchino viola, della stessa tinta della sua camicia da notte: se lo calzò stretto sulla pelata, andò a letto e spense la luce.
Zoppino passò ancora una mezz'oretta curiosando qua e là, sui davanzali delle finestre del palazzo reale. Non era un'occupazione da persona educata: se non sta bene origliare alle porte, figurarsi se sta bene curiosare alle finestre; a parte il fatto che voi non ci riuscireste mai, perché non siete né gatti né equilibristi.
Gli piacque particolarmente uno dei ciambellani, che prima di andare a letto si spogliò della sua divisa di corte, lanciando in tutte le direzioni pizzi, decorazioni, spadini. E sapete che cosa indossò? I suoi vecchi abiti da pirata: un paio di calzonacci arrotolati al ginocchio, una blusa a scacchettoni e una benda nera che gli copriva l'occhio destro. In quel costume il vecchio pirata si arrampicò non già sul letto, ma in cima al baldacchino che sovrastava le coperte: doveva aver nostalgia della coffa dell'albero maestro. Infine accese una pipa da quattro soldi, aspirandone golosamente un fumo di cui Zoppino potè a malapena sentire il puzzo senza tossire.
«Guarda, guarda, — si disse il nostro osservatore, — potenza della verità: perfino un vecchio pirata vuol bene ai suoi veri vestiti».
Zoppino decise che dormire nel parco, a rischio di essere sorpreso da qualche sentinella, sarebbe stata un'imprudenza. Tornò dunque a scavalcare il muro di cinta, e ricadde nella piazza principale della città, certamente quella su cui il popolo si radunava ad ascoltare i discorsi di rè Giacomone.
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