Udendo l’ingresso del Signore della Morte, Krell balzò in piedi e gridò infuriato: «Guardate che cosa mi ha fatto quella lì, mio signore!». La sua voce si innalzò fino a diventare uno strillo. «Guardate!»
Chemosh guardò e desiderò di non avere guardato. La vista del corpo nudo di quell’uomo di mezza età, villoso, pallido come il ventre di un pesce, panciuto e flaccido, era sufficiente a fare rivoltare lo stomaco perfino a un dio. Guardò torvo Krell con disgusto mescolato a collera.
«Allora Zeboim ti ha beccato», disse freddamente Chemosh. «Dov’è?»
«Zeboim? Non è stata Zeboim!» Krell nella sua furia artigliò l’aria con le mani, come artigliando la carne di qualcuno. «È stata Mina! Mina!»
«Non mentirmi, perdigiorno», disse Chemosh, ma pur respingendo l’affermazione di Krell il Signore della Morte sentì un dubbio terribile oscurargli la mente. «Dov’è Mina? Ancora rinchiusa?»
Krell si mise a ridere. Il suo volto si contorse per il disprezzo e la paura. «Rinchiusa!» ripeté, con l’ilarità che gli gorgogliava in gola come se questa fosse stata la cosa più buffa del mondo.
«Questo disgraziato è impazzito», mormorò Chemosh, e abbandonò il delirante Krell per andare a cercare Mina.
La notte era illuminata da un bagliore d’ambra che inondava le finestre e brillava attraverso le fessure delle pareti e le crepe nella muratura. Chemosh trovava difficile vedere a causa di quella luce sfolgorante e, mentre si schermava gli occhi immortali contro quella luce, i dubbi gli aumentarono.
Si stava dirigendo verso la camera di Mina quando il castello si scosse e i muri tremarono. Un rombo tonante e fragoroso come lui aveva udito solo una volta in precedenza lo fece fermare per lo stupore. L’ultima volta che aveva udito quel rombo era stato quando era nato il mondo. Venivano sollevate le montagne, si intagliavano baratri in mezzo ai monti, e i mari erano bianchi per la spuma e per la gloria della creazione.
Chemosh cercò di vedere che cosa stesse succedendo, ma la luce era troppo intensa. Corse su per le scale uscendo sul parapetto merlato e si fermò di colpo.
Su un’isola di roccia nera appena formatasi sorgeva la Torre del Mare di Sangue. La Torre brillava di un bagliore d’ambra, e lì vi era Mina, in piedi davanti a lui con le braccia allargate, e alla vista abbagliata di Chemosh parve che Mina tenesse la torre fra le mani. Quindi Mina crollò sulla pietra e rimase lì immobile.
Chemosh poté soltanto restare a guardare.
Zeboim si sollevò dal mare, percorse l’etere e venne a mettersi in piedi sopra Mina.
I tre cugini abbandonarono le loro dimore celesti e discesero per guardare Mina.
L’uomo-toro, Sargonnas, scavalcò il muro del castello e si piantò nel cortile guardando torvo Chemosh. Comparve pure Kiri-Jolith, armato e abbigliato per la battaglia; e la Signora Bianca, Mishakal, bellissima e forte, al suo fianco. Arrivò Habbakuk, e Branchala con la sua arpa, e il vento toccò le corde e ne ricavò un suono mesto.
Morgion rimase nell’ombra, osservando tutti quanti con disprezzo ma trovandosi qui comunque, fra di loro. Chislev, Shinare, Simon erano assieme, accomunati dalla meraviglia. Reorx si accarezzava la barba. Aprì la bocca per dire qualcosa, poi sentendo il peso del silenzio il dio dei nani richiuse di scatto la bocca e parve a disagio. Hiddukel aveva l’aria arcigna e nervosa, nella certezza che la cosa sarebbe stata negativa per gli affari. Zivilyn e Gilean arrivarono per ultimi, impegnati in una conversazione, ma si zittirono quando videro gli altri dèi.
«Manca uno di noi», disse Gilean, e il suo tono era terribile. «Dov’è Majere?»
«Sono qui.» Majere camminò lentamente in mezzo a loro, senza dirigere lo sguardo su nessuno. Guardò soltanto Mina e sul suo volto vi era un dolore inesprimibile.
«Zivilyn mi dice che tu ne sai qualcosa.»
Majere continuò a guardare Mina. «Sì, Dio del Libro.»
«Da quando lo sai?»
«Da molti, molti eoni, Dio del Libro.»
«Perché tenerlo segreto?» domandò Gilean.
«Non stava a me svelarlo», rispose Majere. «Ho dato il mio giuramento solenne.»
«A chi?» domandò Gilean.
«A qualcuno che non è più tra noi.»
Gli dèi rimasero in silenzio.
«Presumo che tu intenda Paladine», affermò Gilean. «Ma ce n’è un’altra che non è più tra noi. Questo ha qualcosa a che vedere con lei?»
«Takhisis?» Majere parlò aspramente. La sua voce si indurì. «È lei responsabile di tutto questo.»
Parlò Chemosh: «Le sue ultime parole, prima che il Dio Supremo venisse a prenderla, sono state queste: "State commettendo un errore! Ciò che io ho fatto non può essere disfatto. La maledizione è su di voi.
Se distruggete me distruggete voi stessi"».
«Perché non ce l’hai detto?» ruggì Sargonnas.
«Lei lanciava sempre minacce.» Chemosh alzò le spalle. «Perché questa doveva essere diversa?»
Gli altri dèi non sapevano che rispondere. Rimasero in silenzio, in attesa.
«La colpa è mia», disse alla fine Majere. «Io ho agito per il meglio, o così credevo.»
Mina giaceva fredda e immobile. Chemosh voleva andare da lei, ma non poteva, non certo con tutti loro a osservarlo. Domandò a Majere: «È morta?».
«Non è morta, perché non può morire.» Majere guardò ognuno di loro, l’uno dopo l’altro. «Siete stati ciechi, ma adesso vedete la verità.»
«Vediamo, ma non capiamo.»
«Invece sì», disse Majere. Congiunse le mani e guardò verso il firmamento. «Non volete capire.»
Non vedeva le stelle. Vedeva la prima luce delle stelle.
«È cominciato all’inizio del tempo», disse, «ed è cominciato con gioia». Sospirò profondamente. «Adesso, poiché io non ho parlato, potrebbe finire con aspro dolore.»
«Spiegati, Majere!» ringhiò Sargonnas. «Non abbiamo tempo per le tue ciance!»
Majere spostò lo sguardo dall’inizio del tempo al presente. Guardò i suoi compagni.
«Non vi serve nessuna spiegazione. Potete vedere da soli. Mina è una dea. Una dea che non sa di essere una dea. È una dea ingannata da Takhisis, che l’ha convinta di essere una mortale.»
«Una dea delle tenebre!» disse Sargonnas, esultante.
Majere fece una pausa. Quando parlò, teneva la voce bassa per il dolore. «È stata ingannata da Takhisis che l’ha convinta a mettersi al servizio delle tenebre. Lei è – o era – una dea della luce».
Appendice
I Prediletti di Chemosh
La morte costituisce la più grande paura per le razze mortali di Krynn. Fanciulla e vecchiaccia, guerriero e mago, peccatore e chierico: soltanto quei pochi che hanno trovato la vera pace possono guardare al trapasso della propria anima e non rabbrividire al passaggio delle gelide dita della morte sulla carne calda e viva. Chemosh è il dio della morte ed è conosciuto da tutti, direttamente per nome o semplicemente come terrificante concetto astratto.
La paura della morte ha fatto guadagnare a Chemosh molte anime e adoratori nel corso delle epoche del mondo. I suoi chierici utilizzavano la magia nera, inducendo cadaveri da tempo morti a strapparsi via dalla terra. Anche dei maghi da una vita fedeli al Conclave e agli insegnamenti di Nuitari arrivavano a Chemosh, apprendendo i segreti dello stato cadaverico e diventando potenti agenti di morte. I predatori di tombe, timorosi di offendere il Signore delle Ossa, lasciavano offerte per i suoi sacerdoti.
Il furto del mondo da parte della dea Takhisis, poi decaduta e uccisa, ha cambiato per sempre i regni degli dèi e il loro rapporto con il mondo dei mortali. Alcuni dèi hanno lottato per colmare il vuoto di potere lasciato dai loro ex confratelli, acquisendo la determinazione a occupare i troni del potere. Altri sono stati costretti a riesaminare i propri obiettivi, progetti e metodi (rimasti fissi per eoni) e a valutare quale posto potesse esserci per gli dèi in un’Era dei Mortali. Il dio della morte è deciso a colmare il vuoto lasciato dalla Regina delle Tenebre e anche a modificare l’immagine stessa della morte nella mente dei vivi. Chemosh non ama più ricercare la devozione di negromanti e imbalsamatori. Preferirebbe avere seguaci vibranti, giovani e pieni di vita. Anziché godere della paura dei mortali, guadagnerebbe il loro amore.
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