Margaret Weis - Ambra e ferro

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La vita sul mondo di Krynn è in rapida evoluzione e persino gli dei ne rimangono sconcertati. Che dire allora dei mortali? Di fronte a forze apparentemente invincibili, una piccola ma determinata banda di avventurieri pone in atto un disperato tentativo di arrestare un’invasione. Mina, enigmatica come sempre, riesce a fuggire dalla sua prigione sottomarina e parte per una ricerca che metterà a dura prova la sua forza di volontà, mentre il male sembra diffondersi inesorabilmente...

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«Non credo», mormorò Nightshade, parlando al dio, «che abbiate mai aiutato nessuno a scassinare una serratura prima d’ora, né che abbiate mai inteso aiutare qualcuno a scassinare una serratura prima d’ora, ma per favore, Majere, per favore aiutatemi a farlo!».

Il sudore gli colava lungo il naso. Nightshade fece ruotare la scheggia qua e là nel lucchetto, cercando quella cosa che doveva trovare e che doveva fare clic e aprire il lucchetto. Tutto ciò che sapeva era che l’avrebbe sentita al tatto, l’avrebbe fatta scattare e, in caso di successo, avrebbe udito un rumore secco.

Si concentrò, escludendo da sé ogni altra cosa, e all’improvviso lo inondò una sensazione dolce: una sensazione di gioia, la sensazione che tutto in questo mondo appartenesse a lui, e che se non ci fossero state serrature, né porte chiuse, né segreti, questo mondo sarebbe stato un luogo notevolmente migliore. Sentì la gioia della strada aperta, del non dormire mai due volte nello stesso posto, del trovare una prigione che fosse calda e asciutta e un carceriere simpatico come Gerard. Sentì la gioia dell’imbattersi in cose interessanti che luccicavano, avevano un buon odore o erano morbide o lucenti. Sentì la gioia dei borsellini pieni.

La scheggia toccò ciò che doveva toccare, e qualcosa scattò, e quello fu il rumore più bello dell’universo.

Il ceppo si aprì nella mano di Nightshade.

«Papà!» gridò emozionato. «Papà, hai visto?»

Non aveva il tempo di attendere una risposta, che poteva metterci molto ad arrivare, poiché suo padre da tempo se n’era andato a scassinare serrature in un’altra esistenza. Strisciando sopra le macerie e nell’acqua, e tenendosi stretta la scheggia, Nightshade trovò il ceppo che era serrato attorno all’altro polso di Rhys e spinse la scheggia nel lucchetto e anche questo scattò.

Nightshade impiegò un momento per sollevare la testa di Rhys fuori dall’acqua. Appoggiò Rhys a una pietra e poi cercò nell’acqua finché trovò i piedi di Rhys. Nightshade dovette estrarli da sotto una catasta di macerie ma Atta lo aiutò, e dopo altre abili operazioni di scasso udì altri due scatti immensamente soddisfacenti, e Rhys fu libero.

Un’ottima cosa, poiché ormai il livello dell’acqua nella grotta si era innalzato tanto che, anche con la testa sollevata, Rhys era in pericolo di annegamento.

Nightshade si accovacciò accanto all’amico. «Rhys, se tu adesso potessi svegliarti, sarebbe davvero utile, perché a me fa male la testa, ho le gambe tutte malferme e ci sono tante pietre in mezzo, per non parlare dell’acqua. Non credo di poterti trasportare fuori di qui, per cui se tu potessi alzarti e camminare...»

Nightshade attese speranzoso, ma Rhys non si mosse.

Il kender emise un altro sospiro profondo e poi, infilandosi in tasca la preziosa scheggia, abbassò le mani e afferrò Rhys per le spalle, intendendo trascinarlo sul fondo della grotta.

Ci riuscì per una quindicina di centimetri, poi le braccia gli cedettero e anche le gambe. Si sedette con un tonfo nell’acqua e si deterse il sudore.

Atta ringhiò.

«Non ce la faccio, Atta», mormorò Nightshade. «Mi dispiace. Ci ho provato. Davvero ci ho provato...»

Atta non ringhiava verso di lui. Nightshade udì un rumore di piedi (tantissimi piedi) che sguazzavano nell’acqua. Quindi vi fu una luce vivida che gli fece dolere gli occhi, e sei monaci di Majere, abbigliati con vesti arancioni e con in mano fiaccole ardenti, superarono di corsa il kender.

Due dei monaci tennero le fiaccole. Quattro monaci si chinarono, sollevarono delicatamente Rhys per le braccia e le gambe e lo trasportarono rapidamente fuori della grotta. Atta corse dietro di loro.

Nightshade rimase seduto da solo nel buio, a guardarsi attorno con meraviglia stupita.

La luce delle fiaccole ritornò. Un monaco si mise davanti a lui e lo guardò. «Sei ferito, amico?»

«No», disse Nightshade. «Sì. Forse un po’.»

Il monaco mise una mano fresca sulla fronte di Nightshade. Il dolore scomparve. La forza gli inondò le membra.

«Grazie, fratello», disse Nightshade, consentendo al monaco di aiutarlo a rimettersi in piedi. Si sentiva ancora un po’ malfermo. «Immagino che vi abbia mandati Majere, eh?»

Il monaco non rispose, ma continuò a sorridere, per cui Nightshade, sapendo che nemmeno Rhys parlava molto e presumendo che fosse una cosa normale tra i monaci, prese il silenzio del monaco per un sì.

Mentre Nightshade e il monaco procedevano verso l’ingresso, il kender era immerso nei pensieri, e subito prima che uscissero dalla grotta Nightshade afferrò la manica del monaco e diede uno strattone.

«Io ho parlato a Majere con quello che si potrebbe definire un tono aspro», disse con rimorso Nightshade. «Sono stato piuttosto sfacciato, e potrei avere urtato i suoi sentimenti. Potreste dirgli che mi dispiace?»

«Majere sa che hai parlato per amore del tuo amico», disse il monaco. «Non è in collera. Ti rispetta per la tua fedeltà.»

«Davvero?» Nightshade arrossì di piacere. Quindi si sentì sopraffatto dal senso di colpa. «Mi ha aiutato a scassinare la serratura. Mi ha benedetto. Immagino che dovrei adorarlo, ma non posso. Non mi sembra giusto.»

«Che cosa crediamo non è importante», disse gentilmente il monaco. «L’importante è che crediamo.»

Il monaco si inchinò verso Nightshade, il quale rimase notevolmente turbato da questa dimostrazione di rispetto. A sua volta fece un inchino goffo, piegandosi all’altezza della vita, il che gli fece ruzzolare fuori dalla tasca della camicia diversi oggetti preziosi che lui non ricordava di avere. Si abbassò per ripescarli dall’acqua, e solo quando li ebbe recuperati o li ebbe considerati persi per sempre si rese conto che il monaco e la fiaccola non c’erano più.

Ormai, però, Nightshade non aveva bisogno della luce. Era avvolto in quello strano bagliore d’ambra che aveva notato in precedenza.

Uscì dalla grotta, pensando che mai nella sua vita era stato così contento di uscire da qualunque posto e promettendo solennemente che finché fosse vissuto non avrebbe più messo piede in un’altra grotta. Si guardò attorno, sperando di parlare di nuovo col monaco, poiché non aveva capito bene quella cosa riguardo al credere.

Non c’erano monaci.

Però c’era Rhys, seduto su una collinetta, che cercava di calmare Atta, la quale gli leccava il viso e le mani e gli saliva sopra, facendolo quasi cadere con le sue attenzioni frenetiche.

Nightshade emise un grido di contentezza e corse su per la collina.

Rhys lo abbracciò e lo strinse forte.

«Grazie, amico mio», disse con voce strozzata.

Nightshade sentì di dover tirare su col naso, e l’avrebbe fatto con abbandono, ma in quel momento Atta gli balzò addosso e lo fece cadere a terra, e il naso fu inondato di saliva di cane.

Quando Nightshade finalmente poté togliersi di dosso la cagna emozionata, vide Rhys in piedi che guardava fisso verso il mare, con un’espressione di meraviglia sul volto.

La luce argentea di Solinari brillava fredda su un’isola in mezzo al mare. La luce rossa di Lunitari illuminava una torre, nera sullo sfondo delle stelle, puntata, come un’accusa tenebrosa, contro il cielo.

«Quella lì c’era già prima?» domandò Nightshade, grattandosi la testa e tirandosi via un altro scarafaggio.

«No», disse Rhys.

«Ehi, ragazzi!» esclamò Nightshade, sgomento. «Chissà chi l’ha messa lì?»

E anche se non lo sapeva stava riecheggiando gli dèi.

16

La prima cosa che Chemosh vide entrando nel suo palazzo fu Ausric Krell, vivo e vegeto e nudo come il giorno in cui era venuto (di sedere) al mondo. Il formidabile cavaliere della morte sedeva rannicchiato in un angolo del grande salone, compiangendo il proprio destino e rabbrividendo.

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