Da questo punto di osservazione avrebbe dovuto vedere la barriera direttamente davanti a sé.
Adesso invece vedeva la barriera al di sotto. Si trovava centinaia di metri sotto di lui. Guardò su e vide la luce lunare e le stelle...
«Padrone», disse sottovoce Basalt, e poi urlò: «Padrone! Nuitari! Salvateci!».
La Torre riprese a tremare.
Mina si trovava da sola sul parapetto merlato del castello del Signore della Morte. Un misterioso fulgore d’ambra illuminava il cielo, l’acqua e la terra. Mina era un’oscurità al centro del bagliore e nessuno poteva vederla, anche se la stavano cercando. Dèi, mortali, tutti stavano cercando il motivo per cui la terra tremasse.
Mina guardò l’acqua. Il suo amore, la sua brama ardente, il suo desiderio fluivano da lei e diventavano acqua. Mina ne espresse la volontà, e il Mare di Sangue prese a ribollire. Mina ne espresse la volontà, e il movimento dell’acqua si fece irregolare. Le onde si incrociavano e si intersecavano e venivano ricacciate l’una sull’altra.
Mina infilò le mani in quell’acqua rosso-sangue e afferrò il gioiello, l’oggetto del desiderio del suo signore, il dono che l’avrebbe fatto innamorare di lei. Lo scosse per liberarlo, poi lo strappò via dagli ormeggi. I suoi sforzi la sfinivano, e Mina dovette fermarsi per riposare e recuperare, quindi ricominciò.
L’acqua del Mare di Sangue prese a vorticare lentamente attorno a un punto centrale. Il Vortice (creato dagli dèi per costituire per sempre un avvertimento all’umanità nella Quarta Era) ritornò, muovendosi dapprima pigramente, poi roteando sempre più veloce attorno al punto centrale costituito da Mina. Le onde si schiantavano sui dirupi, spruzzando spuma e acqua marina. Mina sentì la spuma salata fresca sul viso. Si leccò le labbra e sentì il sapore del sale, amaro come le lacrime, e dell’acqua, dolce, come il sangue.
Mina sollevò la mano, e dal centro del vortice uscì un’isola di roccia vulcanica nera. L’acqua marina si riversò via dall’isola quando questa spuntò fuori dal centro del vortice, con l’acqua che scendeva a cascata lungo rupi nere lucenti. Mina collocò il suo gioiello sull’isola, come una pietra preziosa su un vassoio nero. La Torre dell’Alta Magia che in precedenza era stata sotto le onde adesso si innalzava al di sopra di esse.
La Torre, con le sue pareti di cristallo sfaccettate, attirava e tratteneva la luce d’ambra degli occhi di Mina, così come l’ambra dei suoi occhi attirava e tratteneva la Torre.
Il vortice smise di roteare. Il mare si acquietò. L’acqua defluì dalle rocce nere dell’isola appena nata e si riversò a catinelle giù dalle lisce pareti di cristallo della Torre.
Mina sorrise. Quindi crollò.
Il bagliore d’ambra svanì. Soltanto la luce delle due lune, argentea e rossa, brillava sulle pareti della Torre, e questi occhi divini non ammiccavano più.
Erano spalancati per la sorpresa.
Nightshade si svegliò con l’acqua fredda in viso e un dolore martellante in testa. Questo lo indusse ad arguire di essere di nuovo un kender bambino, tornato nel suo letto e svegliato dai genitori, i quali avevano scoperto che solo applicando insieme l’acqua e un bel colpo sulla guancia potevano svegliare il figlio che trascorreva le notti a vagare nei cimiteri.
«È ancora buio, mamma!» mormorò irritato Nightshade, e si girò dall’altra parte.
Sua madre abbaiò.
Nightshade lo considerò un comportamento strano per una madre, perfino per una madre kender, ma la testa gli doleva troppo per pensarci. Lui voleva solo tornare a dormire, per cui chiuse gli occhi e cercò di ignorare l’acqua fredda che gli filtrava nei pantaloni alla zuava.
Sua madre lo morsicò piuttosto dolorosamente all’orecchio.
«Ma insomma, mamma!» esclamò Nightshade, indignato, si tirò su a sedere e aprì gli occhi.
«Mamma?» Non vedeva niente, ma al tatto capiva che non si trovava a letto. Era seduto su un mucchio di pietre estremamente aguzze che lo punzecchiavano nei punti molli: le pietre erano bagnate e si bagnavano sempre più.
Gli rispose un abbaiare, una lingua ruvida gli leccò il viso, una zampa dalle unghie affilate lo grattò, e Nightshade ricordò tutto.
«Rhys!» Rimase senza fiato e allungò la mano per toccare quella di Rhys. Rhys era appena tiepido, e anche lui era bagnato.
Nightshade non aveva idea del perché una grotta precedentemente asciuttissima dovesse ora riempirsi di acqua marina, ma a quanto pareva stava accadendo proprio questo. Il kender sentiva l’acqua gorgogliare fra le macerie disseminate sul fondo della caverna. Ancora non era molto profonda; finora era solo un rigagnolo. L’acqua poteva continuare a essere un rigagnolo, ma d’altronde anche no. Poteva diventare un’inondazione. Se la grotta fosse stata inondata, loro non avrebbero avuto via di scampo. L’acqua si sarebbe fatta sempre più profonda...
«Rhys», disse con fermezza Nightshade, e questa volta faceva sul serio. «Dobbiamo uscire da qui.»
Picchiò la mano sulle pietre per sottolineare la propria determinazione e disse: «Ahi!» seguito da: «Maledizione!».
Aveva picchiato la mano su una scheggia di legno che gli si era sepolta nella parte morbida e carnosa della mano. La estrasse e stava per gettarla via quando gli venne in mente che era una cosa strana trovare una scheggia di legno qui nella grotta. Essendo un kender, Nightshade era per natura curioso (perfino in una situazione così terribile) e passò la mano sulla scheggia, notando che era lunga e liscia e aveva una punta aguzza a entrambe le estremità.
«Ah, capisco. Fa parte del bastone di Rhys», disse tristemente Nightshade serrando la mano sopra la scheggia. «La terrò da parte per lui. Un ricordo. Gli piacerà.»
Nightshade emise un sospiro e appoggiò sulle braccia la testa dolorante, domandandosi come potessero mai uscire da questo luogo orribile. Si sentiva nauseato e assonnato, e di nuovo era un kender bambino, però questa volta suo padre stava cercando di mostrargli come scassinare una serratura.
«Si sfruttano il tatto e il rumore», gli stava spiegando suo padre. «Metti qui dentro l’attrezzo e lo fai oscillare attorno finché non senti che prende...»
Nightshade tirò su la testa tanto rapidamente che gli esplose un dolore lancinante dietro i globi oculari. Non lo notò. Non più di tanto. Guardò giù verso la scheggia che aveva in mano, anche se non riusciva a vederla, essendo tanto buia la grotta, ma non gli serviva vedere. Si sfruttavano il tatto e il rumore.
L’unico problema era che Nightshade non era mai riuscito a scassinare una serratura in vita sua. Per molti versi era stato, come suo padre lamentava spesso, un fallimento in quanto kender.
«Non questa volta», promise solennemente Nightshade, determinato. «Questa volta ci riuscirò. Devo riuscirci», soggiunse in silenzio. «Devo proprio!»
Annaspò con le mani finché trovò uno dei ceppi serrati attorno ai polsi ossuti di Rhys. Il livello dell’acqua continuava a salire, ma Nightshade se lo tolse di testa.
Atta gemette sottovoce e leccò il viso a Rhys e si stese sul ventre accanto a lui. Il fatto che in questo modo causasse uno spruzzo fu piuttosto sconcertante. Nightshade non si permise di pensarci. Aveva altre cose a cui pensare, la prima delle quali era convincere la propria mano a smettere di tremare. Gli ci vollero alcuni istanti e poi, trattenendo il fiato e spingendo fuori la lingua, cosa essenziale per scassinare con successo una serratura, inserì la scheggia di legno nel lucchetto sul ceppo.
«Per favore non spezzarti!» disse alla scheggia, quindi rammentò che il bastone era stato benedetto dal dio, per cui forse anche la scheggia era benedetta.
E anch’io! si rammentò all’improvviso Nightshade.
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