— Io non credo che voglia la carne — disse Coraline. Alzò una mano e toccò la chiave nera che portava al collo. Poi entrò in casa.
Si fece il bagno, senza mai togliersi la chiave di dosso. Non se la tolse più.
Dopo che si fu messa a letto sentì grattare sul vetro della finestra. Era quasi addormentata, ma scese e aprì le tende. Una mano bianca dalle unghie rosse saltò dal davanzale alla grondaia e scomparve immediatamente dalla vista. Dall’altra parte del vetro c’erano profonde scanalature.
Quella notte Coraline dormì sonni agitati, svegliandosi di continuo per tramare, programmare, ponderare, e ogni volta che si riaddormentava non era mai sicura di dove finisse il ponderare e iniziasse il sognare, con un orecchio sempre all’erta per sentire se qualcosa grattasse sul vetro della finestra.
Al mattino, Coraline disse a sua madre: — Oggi farò un picnic con le mie bambole. Posso prendere un lenzuolo — uno vecchio, uno che non ti serve più — da usare come tovaglia?
— Non credo di averne uno — disse sua madre. Aprì il cassetto della cucina dove teneva tovaglie e tovaglioli e si mise a frugare. — Aspetta. Questa ti può andar bene?
Si trattava di una tovaglia di carta usa e getta, con dei fiori rossi, rimasta dall’ultimo picnic che avevano fatto diversi anni prima.
— È perfetta — disse Coraline.
— Pensavo che avessi smesso di giocare con le bambole — disse la signora Jones.
— Invece no — ammise Coraline. — È che si mimetizzano.
— Be’, cerca di tornare per l’ora di pranzo — le disse sua madre. — E divertiti!
Coraline riempì una scatola di cartone con le sue bambole e diverse tazzine da tè di plastica. Riempì anche una caraffa d’acqua.
Quindi uscì. S’incamminò lungo la strada, come se stesse andando verso i negozi. Prima di raggiungere il supermercato, superò una staccionata e si ritrovò in un terreno abbandonato, percorse una vecchia strada carrozzabile e strisciò poi sotto una siepe. Dovette fare due viaggi sotto la siepe, per non rovesciare l’acqua nella caraffa.
Fu un viaggio lungo e tortuoso, ma alla fine fu felice che nessuno l’avesse seguita.
Sbucò dietro il malconcio campo da tennis. Lo attraversò e raggiunse il prato dove ondeggiava l’erba alta. Trovò le tavole ai margini del prato. Erano incredibilmente pesanti, quasi troppo pesanti perché una ragazzina, pur facendo ricorso a tutta la forza che aveva, ce la facesse a sollevarle. Ma Coraline ce la fece. Non aveva altra scelta. Tolse di mezzo le tavole, una alla volta, sbuffando e sudando per la fatica, e mise in luce un buco nel terreno, fondo e tondo, delimitato da un muricciolo di mattoni. Puzzava di umidità e di buio. I mattoni erano verdognoli e limacciosi.
Coraline distese la tovaglia e la sistemò con cura in cima al pozzo. Quindi dispose le leggere tazze da tè giocattolo a una ventina di centimetri di distanza l’una dall’altra, ai margini del pozzo, e appesantì ogni tazza riempiendola d’acqua.
Poi, sull’erba, vicino a ogni tazza, mise seduta una bambola. Quindi, tornò sui suoi passi: di nuovo sotto la siepe, lungo la polverosa strada gialla, dietro i negozi, dentro casa.
Si portò una mano al collo e staccò la chiave. La fece dondolare, come se fosse solo qualcosa con cui le piaceva giocherellare. Poi andò a bussare alla porta di Miss Spink e Miss Forcible.
Andò ad aprirle Miss Spink.
— Salve, tesoro — le disse.
— Non entro — disse Coralme. — Volevo solo sapere come sta Hamish.
Miss Spink sospirò. — Il veterinario dice che Hamish è un bravo soldatino — disse. — Per fortuna, pare che la ferita non abbia fatto infezione. Non riusciamo a capire cosa gli sia capitato. Secondo il veterinario è stato un animale, ma non ha idea di quale. Il signor Bobo dice che secondo lui, potrebbe essere stata una donnola.
— Il signor Bobo?
— L’uomo dell’ultimo piano. Il signor Bobo. Antica e rinomata famiglia circense, credo. Romena o slovena o lituana, uno di quei paesi lì. Benedetta me, non riesco più a ricordarmeli.
Coraline si rese conto che non le era mai venuto in mente che il vecchio pazzo del piano di sopra potesse avere un nome. Se avesse saputo che si chiamava signor Bobo, non avrebbe perso occasione per chiamarlo così. Quante volte ti può capitare di dire a voce alta un nome come "signor Bobo"?
— Oh — disse Coraline a Miss Spink. — Il signor Bobo. Giusto. Be’ — disse con voce leggermente più alta — adesso vado a giocare con le mie bambole, giù in fondo, vicino al campo da tennis.
— Tesoro, che bello! — disse Miss Spink. E poi aggiunse, in tono confidenziale: — Fa’ attenzione al vecchio pozzo. Il signor Lovat, che era qui prima di te, diceva che secondo lui era profondo anche più di mezzo miglio.
Coraline sperò che la mano non avesse sentito quest’ultima osservazione, quindi cambiò subito argomento. — Questa chiave? — disse a voce alta. — Oh, è solo una vecchia chiave di casa nostra. Mi serve per giocare. È per questo che me la porto dietro, attaccata a uno spago. Be’, arrivederci.
— Che bambina eccezionale — disse Miss Spink fra sé e sé, mentre chiudeva la porta.
Lentamente Coraline attraversò il prato in direzione del vecchio campo da tennis, dondolando la chiave nera appesa allo spago.
Più volte ebbe la sensazione di aver visto qualcosa color osso nel sottobosco. Si teneva a una decina di metri di distanza e teneva il suo passo.
Coraline provò a fischiare, ma non funzionò, così si mise a cantare forte una canzone che aveva inventato suo padre quando lei era piccolissima, e che l’aveva sempre fatta ridere. Diceva così:
Oh… Streghettina mia,
la più bella che ci sia,
ti darò pane tostato,
ti darò tanto gelato.
Ti darò baci e bacetti
e poi tanti abbracci stretti;
mai e poi mai farai un assaggio
di un panin con scarafaggio.
Questa era la canzone che cantava mentre camminava senza fretta in mezzo al bosco, con la voce che non le tremava quasi per niente.
Le bambole che prendevano il tè erano rimaste dove le aveva lasciate. Si sentì sollevata dal fatto che non fosse una giornata di vento, perché tutto era rimasto esattamente al suo posto, con ogni tazza di plastica piena d’acqua a tenere ferma la tovaglia di carta, proprio come doveva essere. Coraline si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo.
Adesso arrivava la parte più difficile.
— Salve, bambole — disse in tono allegro. — È l’ora del tè!
E si avvicinò alla tovaglia. — Ho portato la chiave della fortuna — disse alle bambole. — Per essere certa che il nostro sarà un bel picnic.
E poi, con estrema delicatezza, si chinò e posò dolcemente la chiave sulla tovaglia. Senza mai mollare lo spago. Trattenne il fiato, sperando che le tazze con l’acqua tenessero ferma la tovaglia e non la lasciassero sprofondare nel pozzo, nonostante il peso della chiave.
La chiave era al centro della tovaglia. Coraline lasciò lo spago e fece un passo indietro. Adesso toccava alla mano.
Poi si rivolse alle bambole.
— Gradite una fetta di torta alle ciliegie? — domandò. — Jemima? Pinky? Primrose? — e, chiacchierando allegramente, servì a ogni bambola una fetta di torta invisibile su un piattino invisibile.
Con la coda dell’occhio vide qualcosa di bianco saltellare da un tronco all’altro, avvicinandosi sempre di più. Si sforzò di non guardare.
— Jemima! — disse Coraline. — Che bambina cattiva! Hai fatto cadere la torta! Adesso mi toccherà andare a prenderne un’altra fetta! — Fece il giro della tovaglia fino a trovarsi dall’altra parte, a portata della mano. Finse di pulire via la torta rovesciata e poi ne diede un’altra fetta a Jemima.
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