Adesso le aveva tutte e tre.
Non le restava che trovare i suoi genitori.
E si rese conto che era facile. Sapeva esattamente dove si trovavano. Se solo si fosse fermata a riflettere, l’avrebbe capito sin dall’inizio. L’altra madre non poteva creare. Poteva solo trasformare, deformare, cambiare.
E la mensola del caminetto, nel salotto della sua vera casa, era praticamente vuota. Ma appena lo capì si rese conto anche di qualcos’altro.
— L’altra madre. Non ha nessuna intenzione di mantenere la parola. Non ci lascerà liberi — disse Coraline.
— Non mi meraviglia — ammise il gatto. — Come ho già detto, non c’è garanzia che lei giochi pulito. — Quindi alzò la testa. — Ehi, sveglia… ma hai visto?
— Cosa?
— Guarda dietro di te — disse il gatto.
La casa si era appiattita ancora di più. Non sembrava più una fotografia, ma un disegno, anzi il rozzo scarabocchio di una casa, tracciato a carboncino su un foglio di carta grigia.
— Qualunque cosa stia succedendo — disse Coraline — grazie per avermi aiutata. Credo di essere quasi alla fine, no? Perciò tu va’ pure nella foschia o dovunque sia il tuo posto, e io, be’, spero di rivedere casa mia. Se mai lei mi permetterà di tornarci.
Il gatto aveva il pelo dritto e la coda alzata come la spazzola di uno spazzacamino.
— Che problema c’è? — domandò Coraline.
— Sono sparite — rispose il gatto. — Non ci sono più. Le entrate e le uscite di questo posto. Si sono annullate.
— È un male?
Il gatto abbassò la coda, facendola oscillare furiosamente da parte a parte. Si senti una specie di brontolio sommesso provenire dalla sua gola. Poi si mise a camminare in circolo, andando a strofinarsi sulla gamba di Coraline. Lei abbassò una mano per accarezzarlo, e sentì quanto forte gli batteva il cuore. E tremava come una foglia morta al vento.
— Non ti succederà niente — disse Coraline. — Si sistemerà ogni cosa. E io ti porterò a casa.
Il gatto non disse nulla.
— Andiamo, gatto — disse Coraline. E fece un passo indietro verso le scale, ma il gatto non si mosse, con l’aria affranta. Sembrava molto più piccolo.
— Se l’unico modo per andarsene è quello di passare davanti a lei — disse Coraline — allora è da quella parte che passeremo. — Tornò dal gatto, si chinò e lo prese in braccio. Lui non oppose resistenza. Continuò semplicemente a tremare. Coraline gli mise una mano sotto le zampe posteriori e gli fece appoggiare quelle anteriori sulla sua spalla. Il gatto era pesante, ma non tanto da non poterlo trasportare. Lui le leccò il palmo della mano, nel punto in cui le usciva il sangue dalla ferita. Coraline salì le scale una alla volta, diretta al proprio appartamento. Sentiva le biglie tintinnare in tasca, sentiva il sasso con il buco, sentiva il gatto che le si stringeva addosso.
Arrivata davanti alla porta di casa — ormai ridotta allo scarabocchio di una porta disegnata da un bambino — spinse con una mano, aspettandosi quasi di trapassarla e di trovarci dietro nient’altro che il buio e una manciata di stelle.
Ma la porta si aprì e Coraline entrò.
Una volta dentro, nel suo appartamento, o meglio, nell’appartamento che non era suo, Coraline fu contenta di vedere che non si era trasformato in un disegno vuoto, come il resto della casa. L’appartamento aveva ombre e profondità, e fra le ombre c’era qualcuno in piedi ad aspettare il suo ritorno.
— Allora sei tornata — le disse l’altra madre. Dal tono non sembrava affatto contenta. — E sei venuta con un parassita.
— No — disse Coraline. — Sono venuta con un amico. — Sentì il gatto irrigidirsi, come se fosse ansioso di andarsene da lì. Coraline avrebbe voluto stringerlo a sé come un orsacchiotto, come qualcosa di rassicurante, ma sapeva che il gatto odiava essere stretto, e immaginò che i gatti spaventati avessero la tendenza a mordere e graffiare se provocati, anche se stavano dalla tua parte.
— Sai che ti voglio bene — disse l’altra madre in un tono di voce inespressivo.
— Bel modo di dimostrarlo — ribatté Coraline. Si incamminò lungo il corridoio, poi entrò in salotto, a passo costante, fingendo di non avvertire gli occhi neri e inespressivi dell’altra madre puntati sulla sua schiena. I mobili solenni di sua nonna erano ancora lì, e anche il dipinto con quella strana frutta sulla parete (ma adesso la frutta era stata mangiata, e tutto ciò che restava nella fruttiera era il torsolo marrone di una mela, alcune prugne, il nocciolo di una pesca, il raspo di quello che era stato un grappolo d’uva). Il tavolo con i piedi di leone dominava la moquette con le sue zampe di legno artigliate, come se fosse impaziente per qualcosa. In fondo alla stanza, nell’angolo, c’era la porta di legno, che prima, in un altro luogo, aveva aperto su un nudo muro di mattoni. Coraline cercò di non guardarla. Dalla finestra non si vedeva altro che nebbia.
Ci siamo , pensò. Ecco il momento della verità. Il tempo della rivelazione.
L’altra madre l’aveva seguita e si era fermata al centro della stanza, tra Coraline e la mensola del caminetto, con i neri occhi-bottone puntati sulla bambina. Che buffo , pensò Coraline. Non assomigliava nemmeno un po’ alla sua vera madre. Si domandò come avesse fatto a lasciarsi ingannare e a trovarci una somiglianza. L’altra madre era altissima — sfiorava quasi il soffitto con la testa — e molto pallida, il colore del ventre di un ragno. I capelli erano un groviglio, e i denti affilati come coltelli…
— Ebbene? — disse pungente l’altra madre. — Loro dove sono?
Coraline si appoggiò a una poltrona, sistemò il gatto con la mano sinistra, mise in tasca la mano destra ed estrasse le tre biglie di vetro. Erano di un grigio opaco e le tintinnavano nel palmo della mano. L’altra madre tese le lunghe dita verso di esse, ma Coraline se le fece ricadere in tasca. A quel punto, capì che era vero. L’altra madre non aveva nessuna intenzione di lasciarla andare, né di mantenere la promessa fatta. Per lei si era trattato di un semplice passatempo, niente di più. — Aspetta — disse. — Non abbiamo ancora finito, vero?
L’altra madre la guardò con occhi di fuoco, ma le sorrise dolcemente. — No — disse. — Immagino di no. Del resto, devi ancora trovare i tuoi genitori, vero?
— Sì — rispose Coraline. Non devo guardare la mensola del caminetto , pensò. Non devo nemmeno pensarci.
— Ebbene? — disse l’altra madre. — Tirali fuori. Vuoi dare un’altra occhiata giù in cantina? Sai, là sotto ci tengo nascoste altre cose interessanti.
— No — disse Coraline. — Lo so già dove sono i miei genitori. — Il gatto cominciava a pesarle fra le braccia. Fece un passo avanti, liberando la spalla dagli artigli dell’animale.
— Dove?
— È evidente — disse Coraline. — Ho guardato in tutti i posti possibili. Loro non sono in casa.
L’altra madre rimase immobile, senza lasciar trapelare nulla, con le labbra strette. Avrebbe potuto essere una statua di cera. Persino i suoi capelli avevano smesso di fluttuare.
— Allora — proseguì Coraline, con entrambe le mani saldamente allacciate intorno al gatto. — So dove li tieni. Li hai nascosti nella porta che collega le case, vero? Sono dietro quella porta. — E con la testa indicò la porta nell’angolo.
L’altra madre rimase immobile come una statua, ma un mezzo sorriso le affiorò sulle labbra.
— Oh, ma davvero?
— Perché non la apri? — disse Coraline. — Saranno sicuramente lì.
Era l’unica strada per arrivare a casa, ne era certa. Ma tutto dipendeva da quanto l’altra madre avesse bisogno di gongolare, non solo di vincere ma di esibire la propria vittoria.
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