— Però sono riuscita a portarvi tutti e tre indietro — disse Coraline. — Ho riportato indietro mamma e papà. Ho chiuso la porta. L’ho chiusa a chiave. Che altro ancora dovevo fare?
Il ragazzino le strinse la mano nella sua. E Coraline si ricordò di quando era toccato a lei rassicurarlo, quando lui era poco più di un freddo ricordo nel buio.
— Be’, non potete darmi un indizio? — domandò Coraline. — Non c’è qualcosa che possiate dirmi?
— La megera ha giurato sulla sua mano destra — disse la ragazzina alta — ma ha mentito.
— La m-mia governante — disse il ragazzino — diceva che nessuno dovrebbe accollarsi un peso superiore a quello che può sopportare. — Nel dirlo si strinse nelle spalle, come se ancora non avesse deciso se fosse vero oppure no.
— Ti auguriamo buona fortuna — disse la ragazzina con le ali. — Buona fortuna, saggezza e coraggio, anche se già hai dimostrato di possedere tutte e tre queste benedizioni, e in abbondanza.
— Lei ti odia — sbottò il ragazzino. — È tantissimo tempo che non perde. Sii saggia. Sii coraggiosa. Sii astuta.
— Ma non è giusto - disse Coraline arrabbiata in sogno. — Non è per niente giusto. Dovrebbe essere tutto finito.
Il bambino con la faccia sporca si alzò in piedi e la abbracciò forte. — Consolati con questo — sussurrò. — Tu sei viva. Tu vivi.
E, continuando a sognare, Coraline vide che il sole era tramontato e le stelle brillavano nel cielo scuro.
Ferma in mezzo al prato, osservò i tre bambini (due camminavano, una volava) allontanarsi da lei sull’erba inargentata, sotto la luce della grande luna.
I tre giunsero a un piccolo ponte di legno che attraversava un ruscello. Lì si fermarono, si voltarono e salutarono con la mano, e Coraline rispose al loro saluto.
E dopo fu buio.
Coraline si svegliò alle prime ore del mattino, convinta di aver sentito qualcosa muoversi, ma incerta su cosa fosse.
Attese.
Sentì un fruscio davanti alla porta della sua stanza. Si domandò se fosse un ratto. Poi la porta scricchiolò. Coraline scese dal letto.
— Vattene — disse bruscamente. — Vattene o te ne pentirai.
Seguì una pausa, poi la cosa se la filò in fondo al corridoio. I suoi passi avevano un che di strano e irregolare, sempre che di passi si trattasse. Coraline si domandò se non potesse trattarsi di un topo con una zampa in più…
— Non è finita, vero? — disse fra sé e sé.
Poi aprì la porta della sua stanza. La grigia luce che precedeva l’alba le rivelò per intero il corridoio, completamente deserto.
Andò verso la porta d’ingresso, gettando un frettoloso sguardo allo specchio appeso sulla parete all’estremità opposta del corridoio, dove vide soltanto il proprio pallido viso, serio e assonnato, che le restituiva lo sguardo. Dalla stanza dei suoi genitori proveniva un lieve e rassicurante russare, ma la porta era chiusa. Tutte le porte del corridoio erano chiuse. Qualunque cosa fosse stata a muoversi, doveva per forza essere lì da qualche parte.
Coraline aprì la porta di casa e guardò il cielo grigio. Si domandò fra quanto sarebbe spuntato il sole e se il suo sogno fosse stato reale, sapendo in cuor suo che lo era. Qualcosa che aveva preso per l’ombra sotto il divanetto dell’ingresso uscì allo scoperto e attaccò una corsa sfrenata e folle sulle lunghe zampe bianche, in direzione della porta di casa.
Per lo spavento, Coraline rimase a bocca spalancata e si fece da parte, mentre la cosa le passava rumorosamente accanto e usciva fuori, correndo come un granchio sui troppi piedini rumorosi e scalpitanti.
Coraline sapeva cos’era. Negli ultimi giorni l’aveva vista fin troppe volte, mentre si protendeva, afferrava e infilava obbediente gli scarafaggi nella bocca dell’altra madre. Cinque piedi, unghie rosse, pallore d’osso.
Era la mano destra dell’altra madre.
Che rivoleva indietro la chiave nera.
Sembrava che i genitori di Coraline non ricordassero assolutamente nulla del tempo trascorso nel globo di neve. O, quanto meno, non ne facevano mai parola, e Coraline dal canto suo evitava di parlarne.
Certe volte, però, si domandava se si fossero mai resi conto di aver perso due giorni nel mondo reale, e alla fine decise di no. Ma del resto ci sono persone che tengono il conto preciso di ogni giorno e di ogni ora che passa, e ce ne sono altre che non lo fanno, e indubbiamente i genitori di Coraline appartenevano alla seconda categoria.
Coraline aveva messo le biglie sotto il cuscino prima di addormentarsi, in quella prima notte trascorsa di nuovo nella sua vera stanza. Dopo aver visto la mano dell’altra madre tornò a letto, anche se non c’era più tanto tempo per dormire, e appoggiò di nuovo la testa sul cuscino.
E mentre lo faceva, qualcosa scricchiolò delicatamente.
Si tirò su a sedere e sollevò il cuscino. I frammenti delle biglie sembravano i resti dei gusci d’uovo che si trovano sotto gli alberi a primavera: come le uova vuote e rotte dei pettirossi, o persino più delicate. Come quelle degli scriccioli, forse.
Qualunque cosa ci fosse stata dentro quelle sfere di vetro, ora non c’era più. Coraline pensò ai tre bambini che le facevano ciao con la mano al chiaro di luna, salutandola prima di attraversare il ruscello argentato.
Facendo molta attenzione, raccolse i sottili frammenti e li ripose nella scatoletta azzurra del braccialetto che sua nonna le aveva regalato quando era piccola. Il braccialetto era andato perduto da chissà quanto tempo, ma la scatoletta era rimasta.
Miss Spink e Miss Forcible, che erano state a trovare la nipote di Miss Spink, erano tornate, così Coraline scese da loro per il tè. Era un lunedì. Mercoledì Coraline sarebbe tornata a scuola: cominciava un nuovo anno scolastico.
Miss Forcible insistette per leggerle le foglie di tè.
— Bene, sembrerebbe che quasi tutto sia in perfetto ordine e con ampie schiarite all’orizzonte, carina — disse Miss Forcible.
— Come, scusi? — disse Coraline.
— Tutto andrà nel migliore dei modi — disse Miss Forcible. — Be’, quasi tutto. Non sono sicura di cosa sia quello. - E indicò un mucchietto di foglie di tè appiccicato di lato alla tazza.
Miss Spink pronunciò un ohibò e prese in mano la tazza. — Seriamente, Miriam, dammi qua. Lasciami vedere… — Batté le palpebre dietro le spesse lenti degli occhiali. — Oddio. No, non ho proprio idea di cosa possa significare. Sembrerebbe quasi una mano.
Coraline guardò anche lei. Quell’ammasso di foglioline sembrava veramente una mano, tesa verso qualcosa.
Hamish, il terrier scozzese, si era nascosto sotto la sedia di Miss Forcible e non voleva venire fuori.
— Credo che sia rimasto coinvolto in una baruffa — disse Miss Spink. — Ha una ferita profonda sul fianco. Oggi pomeriggio lo portiamo dal veterinario. Vorrei tanto sapere cosa gliel’ha provocata.
Coraline capì che bisognava agire. In quell’ultima settimana di vacanza il tempo fu splendido, come se l’estate stesse cercando di rimediare al tempo orrendo che c’era stato fino ad allora, regalando delle magnifiche giornate di sole prima di concludersi.
Il vecchio pazzo dell’ultimo piano chiamò Coraline, quando la vide uscire dall’appartamento di Miss Spink e Miss Forcible.
— Ehi! Tu! Ciao! Caroline! — gridò dal parapetto.
— Mi chiamo Coraline — disse lei. — Come stanno i topi?
— Qualcosa li ha spaventati — rispose l’uomo grattandosi i baffi. — Credo che ci sia una donnola in casa. Gira qualcosa. L’ho sentito stanotte. Nel mio paese avremmo messo subito una tagliola con un po’ di carne o un hamburger, e quando la bestia si avvicina per banchettare, allora — bam! - presa e finita. I topi sono talmente spaventati che nemmeno prendono più in mano i loro piccoli strumenti musicali.
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