Nulla, pensò, era mai stato tanto interessante.
E, rapita da tutti quegli interessanti aspetti del mondo, Coraline nemmeno si accorse di essersi rannicchiata come un gatto nella scomoda poltrona di sua nonna, e nemmeno si accorse di essersi addormentata e di essere sprofondata in un sonno profondo e senza sogni.
Sua madre la svegliò scuotendola delicatamente.
— Coraline? — disse. — Tesoro, che strano posto per addormentarti. È proprio vero che questa è una stanza per le occasioni speciali. Ti abbiamo cercata in ogni angolo della casa.
Coraline si stirò e batté le palpebre. — Mi dispiace — disse. — Mi sono addormentata.
— Lo vedo — disse sua madre. — E questo gatto da dove arriva? Quando sono tornata era seduto dietro alla porta di casa. E quando ho aperto la porta, è uscito come un razzo.
— Forse doveva fare qualcosa — disse Coraline. Poi abbracciò sua madre, così forte che cominciarono a farle male le braccia. La madre ricambiò l’abbraccio.
— Si cena tra quindici minuti — disse. — Non dimenticare di lavarti le mani. E guardati i pantaloni del pigiama. Cosa ti sei fatta a quel povero ginocchio?
— Sono inciampata — disse Coraline. Andò nel bagno, si lavò le mani e si ripulì il ginocchio dal sangue. Si mise una pomata sui tagli e sulle abrasioni.
Poi andò in camera sua: la sua vera camera, la sua camera reale. Affondò le mani nelle tasche della vestaglia e tirò fuori tre biglie, un sasso con un buco in mezzo, la chiave nera e un globo con la neve, vuoto.
Agitò il globo e osservò la neve scintillante vorticare nell’acqua e riempire quel mondo vuoto. Lo posò e osservò la neve depositarsi sul fondo, coprendo il punto in cui un tempo c’era stata la minuscola coppia.
Coraline prese un pezzo di spago dalla scatola dei giocattoli e ci legò la chiave nera. Quindi ci fece un nodo e se lo appese al collo.
— Ecco — disse. Si mise qualcosa addosso e nascose la chiave sotto la T-shirt. Era fredda sulla pelle. Il sasso, invece, tornò in tasca.
Coraline attraversò il corridoio fino allo studio di suo padre. Lui le dava le spalle, ma lei sapeva che i suoi occhi, quando si fosse voltato, sarebbero stati quelli grigi e buoni di suo papà; gli si avvicinò di soppiatto e gli diede un bacio dietro la testa pelata.
— Ciao, Coraline — disse lui. Poi si voltò e le fece un sorriso. — Come mai questo bacio?
— Così — rispose Coraline. — Certe volte mi manchi. Tutto qua.
— Oh, bene — disse lui. Mosse il mouse del computer e cliccò su "sleep" quindi si alzò e, senza motivo, prese in braccio la figlia, cosa che non faceva da tantissimo tempo, da quando aveva cominciato a farle notare che era diventata troppo grande per farsi portare in braccio, e andarono in cucina.
Quella sera per cena c’era la pizza, e anche se era fatta in casa da suo padre (in certi punti la crosta era spessa, molle e cruda, in altri troppo sottile e bruciatai, e anche se lui l’aveva farcita con fettine di peperone verde, polpettine e, soprattutto, pezzetti d’ananas, Coraline mangiò l’intera fetta che le avevano messo nel piatto.
Be’, mangiò tutto tranne i pezzettini d’ananas.
E subito dopo fu ora di andare a letto.
Coraline tenne la chiave al collo, ma mise le biglie sotto il cuscino. E quella notte, a letto, fece un sogno.
Si trovava a un picnic, sotto una vecchia quercia, su un prato verde. Il sole era alto nel cielo e, anche se all’orizzonte si profilavano soffici nubi bianche, il cielo sopra la sua testa era di un azzurro calmo e profondo.
Sull’erba era disteso un bianco telo di cotone, con scodelle stracolme di cibo — riusciva a vedere insalate e tramezzini, noci e frutta, caraffe di limonata, d’acqua e di denso latte e cacao. Coraline sedeva da un lato della tovaglia mentre tre ragazzini occupavano gli altri. Erano vestiti in modo assai bizzarro.
Il più piccolo, seduto alla sinistra di Coraline, era una maschietto con i pantaloni alla zuava di velluto rosso e una camicetta bianca tutta volant. Aveva la faccia sporca e si stava riempiendo il piatto di patate lesse e di quello che sembrava un’intera trota fredda. — Che bellissimo picnic, signora — le disse.
— Sì — rispose Coraline. — È vero. Chissà chi l’avrà organizzato.
— Be’, credo che sia stata proprio tu, signorina — disse la ragazzina alta seduta di fronte a lei. Indossava un vestito marrone quasi privo di forma, e in testa portava una cuffia marrone annodata sotto il mento. — E noi siamo pieni di gratitudine, anche se le parole non riescono a esprimerla. — Mangiava fette di pane con la marmellata: con un lungo coltello e grande agilità di mano affettava una grossa pagnotta dalla crosta dorata, e con un cucchiaio di legno ci metteva sopra della marmellata viola. Aveva la bocca tutta sporca di marmellata.
— Sì. Sono secoli che non mangio cose così buone — disse la ragazzina seduta alla destra di Coraline. Era una bambina molto pallida, vestita con una sorta di ragnatela e un cerchietto d’argento che le brillava fra i capelli biondi. Coraline ci avrebbe messo la mano sul fuoco: quella ragazzina doveva avere un paio d’ali opache e argentate come quelle di una farfalla che le spuntavano dalla schiena. Sul piatto della bambina bionda torreggiava una montagna di fiori. Lei sorrise a Coraline, come se non sorridesse da un’infinità di tempo e non sapesse quasi più come si fa. Coraline provò subito una grande simpatia nei suoi confronti.
E poi, come succede nei sogni, il picnic era finito e loro stavano giocando sul prato; correvano, gridavano, si lanciavano una palla sfavillante. A quel punto Coraline capì che era un sogno, perche nessuno di loro si stancava mai, né si affannava o restava a corto di fiato. Lei non sudava nemmeno. Ma ridevano e correvano, giocando a un gioco a metà tra l’acchiapparella, la palla prigioniera e una gran confusione.
Tre di loro correvano tutt’intorno, mentre la ragazzina pallida svolazzava di poco sopra le loro teste, scendendo in picchiata con le sue ali di farfalla per acchiappare la palla, e oscillando di nuovo verso l’alto prima di rilanciarla a uno degli altri bambini.
E poi, senza che nessuno lo avesse deciso, il gioco terminò e tutti e quattro tornarono alla tovaglia del picnic, sgombra ormai del pranzo, ma con quattro ciotole pronte per loro, tre con il gelato, una piena di caprifoglio.
Mangiarono tutti con gusto.
— Grazie per essere venuti alla mia festa — disse Coraline. — Ammesso che sia la mia.
— Il piacere è tutto nostro, Coraline Jones — disse la ragazzina con le ali, mordicchiando un altro bocciolo di caprifoglio. — Se ci fosse qualcosa che possiamo fare per te, per ringraziarti e ricompensarti.
— Sì — disse il ragazzino con i pantaloni di velluto rosso e il muso sporco. Tese la mano e prese quella di Coraline nella sua. Adesso era calda.
— È stato molto bello quello che hai fatto per noi, signorina — disse la ragazzina alta. Aveva uno sbaffo di gelato al cioccolato sulle labbra.
— Sono felice che sia tutto finito — disse Coraline.
Se lo era immaginato, o un’ombra aveva offuscato il viso degli altri bambini al picnic?
La ragazzina con le ali e il cerchietto nei capelli che brillava come una stella, posò per un istante le dita sul dorso della mano di Coraline. — È tutto finito, per noi - disse. — Per quel che ci riguarda questa è solo una sosta. Da qui, noi tre partiremo per terre sconosciute, e quello che succederà dopo nessuna persona vivente può dirlo… — Smise di parlare.
— C’è un ma , vero? — disse Coraline. — Me lo sento. Come una nube di pioggia.
Il ragazzino alla sua sinistra si fece coraggio e cercò di sorridere, ma il labbro inferiore cominciò a tremargli e lui se lo morse con gli incisivi superiori, senza dire nulla. La ragazzina con la cuffietta marrone spostava il peso da un piede all’altro, chiaramente a disagio. Poi disse: — Sì, signorina.
Читать дальше