L’altra madre infilò lentamente la mano nella tasca del grembiule da cucina e ne estrasse la chiave di ferro nera. Il gatto si agitava perché stava scomodo tra le braccia di Coraline, e voleva scendere a terra. Resta così ancora per qualche minuto , gli disse con il pensiero, domandandosi se lui potesse sentirla. Torneremo a casa insieme. Ho detto che l’avremmo fatto. L’ho promesso. Sentì il gatto rilassarsi fra le sue braccia. L’altra madre andò verso la porta e infilò la chiave nella serratura.
La girò.
Coraline sentì il meccanismo della serratura sferragliare sonoramente.
E cominciò, il più silenziosamente possibile, a piccoli passi, a muoversi verso la mensola del caminetto.
L’altra madre abbassò la maniglia e aprì la porta, rivelando il corridoio che c’era dietro, buio e vuoto. — Ecco — disse indicando il corridoio. L’espressione di delizia sul suo volto era davvero orrenda a vedersi. — Hai torto! Tu non sai dove sono i tuoi genitori, vero? Lì non ci sono. — Si voltò a guardare in faccia Coraline. — E adesso — disse — rimarrai qui per sempre.
— No — disse Coraline. — E no. — E con tutta la forza che aveva, scaraventò il gatto nero contro l’altra madre. Il gatto miagolò e le atterrò sulla testa, lavorando di artigli, mostrando i denti, furioso e feroce. Con il pelo dritto, sembrava di nuovo il doppio della sua stazza.
Senza aspettare di vedere cosa sarebbe successo, Coraline si protese verso la mensola del caminetto, afferrò il globo con la neve e se lo cacciò con forza nella tasca della vestaglia.
Il gatto emise un profondo miagolio, a mo’ di ululato, e affondò i denti nella guancia dell’altra madre. Lei cercò di sbarazzarsene agitando le mani. Il sangue le usciva dai tagli sul candido viso, ma non era sangue rosso, piuttosto una sostanza nera e catramosa. Coraline corse verso la porta.
Tirò fuori la chiave dalla serratura.
— Mollala! Avanti! — gridò Coraline. Il gatto sibilò e con slancio selvaggio piantò gli artigli affilati come scalpelli nel viso dell’altra madre, mentre una melma nera le usciva a fiotti dai numerosi squarci sul naso. Poi si precipitò da Coraline, e insieme varcarono la soglia del nero corridoio.
Nel corridoio faceva freddo; era come scendere in cantina in una giornata calda. Il gatto esitò un istante, accorgendosi che l’altra madre stava andando verso di loro, poi corse da Coraline e si fermò vicino alle sue gambe.
Coraline cercava di chiudere la porta.
Era più pesante di quanto avesse immaginato, e le sembrava di dover lottare con un vento fortissimo che le soffiava contro. Poi sentì qualcosa che cominciava a tirare insieme a lei.
Chiuditi! pensò. E poi, ad alta voce, disse: — Su, per favore. — E sentì che la porta cominciava a muoversi, a chiudersi, a cedere a quel vento spettrale.
All’improvviso, si rese conto che lì nel corridoio c’erano altre persone. Non poteva girare la testa per guardarle, ma sapeva chi erano anche senza vedere. — Aiutatemi, per favore — disse. — Tutti voi.
Le altre persone nel corridoio — tre bambini e due adulti — erano in un certo senso troppo inconsistenti per toccare la porta. Ma le loro mani si chiusero sulla sua, mentre lei cercava di tirare a sé quella grossa maniglia di ferro, e di colpo Coraline ritrovò la forza.
— Non mollare, signorina! Tieni duro! Tieni duro! — sussurrò una voce dentro la sua mente.
— Tira, ragazzina, tira — sussurrò un’altra voce.
E poi una voce che assomigliava a quella di sua madre, la sua vera, meravigliosa, esasperante, irritante, splendida madre, disse: — Bravissima, Coraline. — E bastò quello.
La porta cominciò a chiudersi con estrema facilità.
— No! — gridò una voce che veniva da dietro la porta e che non somigliava più, nemmeno lontanamente, a una voce umana.
Qualcosa ghermì Coraline, attraverso lo spiraglio ancora aperto fra la porta e lo stipite. Lei tirò indietro la testa di scatto, ma la porta cominciò ad aprirsi.
— Noi torneremo a casa — disse Coraline. — È vero. Aiutatemi. — E schivò quelle dita avide.
Esse si muovevano su di lei, e poi le mani fantasma le diedero in prestito l’energia che non aveva più. Ci fu un ultimo attimo di resistenza, come se qualcosa fosse rimasto incastrato fra la porta e lo stipite, e poi la porta di legno si chiuse con un colpo secco.
Qualcosa cadde a terra, dall’altezza della testa di Coraline. E atterrò con una sorta di tonfo.
— Avanti! — disse il gatto. — Questo non è un posto in cui restare. Alla svelta!
Coraline diede la schiena alla porta e cominciò a correre, a tutta velocità, attraverso il corridoio buio, sfiorando il muro con una mano per essere sicura di non andare a sbattere contro qualcosa o di tornare indietro senza accorgersene.
Era una corsa in salita, e le sembrò infinita, una distanza più lunga di qualsiasi distanza reale. Il muro che toccava era caldo e cedevole, e si rese conto che sembrava coperto di una bella pelliccia lanuginosa. E il muro si mosse, come per riprendere fiato. Coraline tolse immediatamente la mano.
I venti fischiavano nel buio.
Coraline temeva di andare a sbattere, così appoggiò di nuovo la mano sul muro. Questa volta sentì qualcosa di caldo e bagnato, come se avesse infilato la mano nella bocca di qualcuno, e con un piccolo gemito la ritrasse.
I suoi occhi si abituarono all’oscurità. Riusciva a scorgere, come chiazze vagamente luminescenti dinanzi a sé, due adulti, tre bambini. E sentiva anche il gatto, che camminava al buio davanti a lei.
E c’era anche un’altra cosa, che all’improvviso le sgambettò tra i piedi, e per poco non la mandò gambe all’aria. Coraline riuscì a riconquistare l’equilibrio e a evitare la caduta, sfruttando quello slancio per continuare ad avanzare. Sapeva che se fosse caduta in quel corridoio, forse non si sarebbe mai più rialzata. Qualunque cosa fosse stato quel corridoio, era sicuramente molto più vecchio dell’altra madre. Era fondo, lento, e consapevole della presenza di Coraline…
Poi apparve la luce del giorno, e lei corse verso quel bagliore, ansimante e con il fiato corto. — Ci siamo quasi — fu il suo grido incoraggiante, ma nella luce scoprì che gli spiriti erano spariti e che era di nuovo sola. Ma non aveva il tempo di fermarsi a indagare su cosa ne fosse stato di loro. Cercando di riprendere fiato, incespicò sulla soglia e si sbatté la porta alle spalle, con il botto più sonoro e piacevole che si possa mai immaginare.
Coraline chiuse la porta con la chiave, che poi ripose in tasca.
Il gatto nero era raggomitolato nell’angolo più remoto della stanza, mostrava la punta rosa della lingua e aveva gli occhi sbarrati. Coraline gli si avvicinò e si accovacciò accanto a lui.
— Mi dispiace — gli disse. — Mi dispiace di averti lanciato contro di lei. Ma era l’unico modo possibile per distrarla e uscire da lì. Non avrebbe mai mantenuto la parola, eh?
Il gatto alzò lo sguardo su di lei, poi le appoggiò la testa su una mano, leccandole le dita con la lingua rasposa. Quindi, cominciò a fare le fusa.
— Allora siamo amici? — disse Coraline.
Si sedette su una delle scomode poltrone di sua nonna, e il gatto le saltò subito sulle ginocchia, mettendosi comodo. La luce che entrava dalla finestra era quella del giorno, la luce di un vero e dorato tardo pomeriggio, non una bianca luce nebbiosa. Il cielo era azzurro come le uova di un pettirosso e Coraline vedeva gli alberi e, dietro gli alberi, le verdi colline che svanivano all’orizzonte fra il viola e il grigio. Il cielo non le era mai apparso tanto cielo , il mondo non era mai apparso tanto mondo.
Coraline guardò le foglie sugli alberi e i motivi che la luce e l’ombra disegnavano sulla corteccia screpolata del tronco del faggio davanti alla finestra, poi si guardò le ginocchia, guardò il modo in cui la piena luce solare accarezzava ogni pelo sulla testa del gatto, trasformando ogni singolo baffo bianco in oro.
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