George Martin - Il regno dei lupi

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Il regno dei lupi: краткое содержание, описание и аннотация

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Nel terzo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.

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«Non stringerò alleanze con nessuno» affermò deciso Stannis Baratheon.

«Non più di quanto la luce possa stringere alleanza con le tenebre.» Lady Selyse gli prese la mano.

«Gli Stark vogliono impadronirsi del mio regno» concordò Stannis «nello stesso modo in cui i Lannister mi hanno rubato il trono e il mio amato fratello si è appropriato delle spade, delle difese e delle piazzeforti che mi spettano di diritto. Sono tutti usurpatori. E tutti nemici.»

“L’ho perduto.” Cressen, disperato, ormai non aveva più dubbi. Se solo fosse riuscito a trovare il modo di avvicinarsi a Melisandre senza essere notato. Un istante, nient’altro, gli bastava avere accesso un istante alla sua coppa.

«Tu sei l’erede di diritto di tuo fratello Robert, il vero signore dei Sette Regni, re degli Andali, dei Rhoynar e dei Primi Uomini» disse disperatamente il maestro. «Ma anche così, non puoi pensare di riuscire a trionfare senza alleati.»

«Lui ha un alleato» intervenne lady Selyse. «R’hllor, Signore della luce, Cuore del fuoco, dio della Fiamma e dell’Ombra.»

«Gli dei sono alleati quanto meno incerti» insistette Cressen. «E quel dio, qui, non ha alcun potere.»

«Ne sei davvero convinto, maestro?» Quando Melisandre si voltò verso di lui, il rubino che aveva al collo incontrò la luce delle torce e, per un fugace momento, scintillò più vivido della cometa rossa. «Se sono queste le sciocchezze che vai dicendo, maestro, forse dovresti indossare di nuovo la corona di prima.»

«Giusto» l’appoggiò lady Selyse. «L’elmo del giullare ti starà davvero bene, vecchio. Rimettilo in capo, te lo comando.»

«Sotto il mare, nessuno porta il cappello» intonò Macchia. «Lo so io, lo so io, oh, oh, oh.»

Gli occhi di lord Stannis erano tenuti in ombra dalle folte sopracciglia, la sua bocca era serrata, la mandibola che si contraeva ritmicamente. Quando era arrabbiato, digrignava sempre i denti.

«Giullare» ringhiò alla fine. «La lady mia moglie ha dato un ordine. Da’ a Cressen il tuo elmo.»

“No” scongiurò fra sé il vecchio maestro. “Questo non sei tu, non è la tua anima. Tu sei sempre stato giusto; duro, senza dubbio, ma mai crudele, mai. Perché non ha mai saputo che cos’è la derisione, così come non hai mai capito che cos’è la risata.”

Macchia si accostò danzando, le campanelle che tintinnavano, “clang-a-lang”, “ding-ding”, “clink-clank-clink-clank”. Il maestro rimase in silenzio mentre il giullare gli poneva in capo l’elmo con le corna. Cressen fu costretto a chinare la testa a causa del peso, le campanelle tintinnarono.

«Credo che d’ora in avanti il saggio maestro dovrà cantarci i suoi consigli» ridacchiò lady Selyse.

«Basta così, donna» la rimproverò lord Stannis. «È un vecchio, e mi ha servito bene.»

“E continuerò a servirti fino alla fine, mio dolce signore, mio povero, solitario figlio.” Perché Cressen, tutto d’un tratto, aveva trovato la soluzione. La coppa di ser Davos era davanti a lui, ancora piena a metà di vino rosso forte. Nella tasca della sua manica, le sue dita trovarono uno dei cristalli viola. Lo tenne serrato tra pollice e indice nell’accostarlo alla coppa. “Movimenti calmi, controllati, non posso essere maldestro proprio adesso.” Cressen pregò in silenzio, e gli dei furono gentili con lui. In un battito di ciglia, non ci fu più niente nelle sue dita. Era da anni che le sue mani non erano così ferme, né così rapide. Davos aveva visto. Lui, ma nessun altro, Cressen ne era certo.

«Forse sono davvero stato uno sciocco.» Con la coppa in mano, si alzò dalla panca. «Lady Melisandre, fammi l’onore di dividere con me questa coppa di vino in onore del tuo dio, il Signore della luce. Un brindisi al suo potere.»

La donna rossa lo scrutò: «Se proprio insisti».

Cressen sentì gli sguardi di tutti fissi su di sé. Davos cercò di afferrarlo mentre si allontanava dalla panca, le dita che Stannis gli aveva mozzato serrate attorno alla sua manica.

«Ma che cosa credi di fare?» domandò in un sussurro il contrabbandiere.

«Qualcosa che deve essere fatto» fu la risposta di maestro Cressen. «Per il bene del reame, e per l’anima del mio signore.»

Si sciolse dalla stretta di Davos, versando nel movimento qualche goccia di vino. Melisandre gli andò incontro al cospetto dell’alto tavolo, gli sguardi di tutti che non li abbandonavano. Ma era solamente lei che Cressen vedeva: seta rossa, occhi rossi, rubino rosso alla gola, labbra rosse increspate in un sorriso evanescente mentre appoggiava la mano sopra quella di lui attorno allo stelo della coppa. La pelle della sacerdotessa era torrida, come incendiata dalla febbre.

«Non è troppo tardi per rovesciare il vino, maestro.»

«Lo è» sussurrò aspramente Cressen. «È troppo tardi.»

«Allora sia come tu desideri.» Melisandre di Asshai prese la coppa e bevve una lunga, profonda sorsata. Quando tornò a offrirgliela, solo un sorso di vino era rimasto. «Tocca a te, ora.»

Le mani di Cressen tremavano, ma lui s’impose di essere forte: un maestro della Cittadella non doveva avere paura. Al contatto con la sua lingua, il vino aveva un sapore aspro. Lasciò andare la coppa dopo aver bevuto, mandandola a infrangersi a terra.

«Il mio dio ha potere qui, mio lord» esclamò la donna. «E il fuoco purifica.» Il rubino che aveva al collo mandava lampi purpurei.

Cressen cercò di replicare ma le parole gli s’impigliarono in gola. Cominciò a tossire, una tosse che si tramutò in un terribile rantolo sibilante nel disperato tentativo di respirare, mentre dita di ferro parevano serrargli il collo. Maestro Cressen crollò in ginocchio, scuotendo il capo per negare il potere della donna rossa, negare la sua magia, il suo dio. Le campanelle sulle corna della sua corona continuarono a tintinnare, cantandogli: “Sciocco, sciocco, sciocco”, mentre la donna rossa rimase a guardarlo quasi con compassione, le fiamme delle candele che danzavano nei suoi occhi rossi.

ARYA

Arya Faccia di cavallo: era così che la chiamavano a Grande Inverno, e lei aveva pensato che non potesse esserci appellativo peggiore. Ma questo era stato prima che il ragazzo orfano di nome Lommy Maniverdi la soprannominasse “Bitorzolo”.

In effetti, a toccarla, la sua testa sembrava davvero bitorzoluta. Quando Yoren l’aveva trascinata nel vicolo, Arya aveva pensato che fosse per ucciderla, ma si sbagliava: il vecchio scontroso si era limitato a tenerla stretta, falciandole i capelli sporchi e arruffati con il suo pugnale. Arya non aveva dimenticato come la brezza aveva spinto manciate di luridi ciuffi castani a disperdersi sulle pietre che pavimentavano la strada, trascinandoli verso il tempio dove suo padre era appena stato decapitato. «Porto via dalla città uomini e ragazzi.» Nel pronunciare queste parole, Yoren aveva continuato a raderle la testa con la lama. «Ora stai ben fermo… “ragazzino”.» E quando l’acciaio ebbe finito di grattare, sul capo di Arya non rimanevano altro che piccoli ciuffi arruffati, davvero simili a bitorzoli stopposi.

In seguito, Yoren le aveva detto che da quel momento in avanti lei sarebbe stata Arry, l’orfano. «Superare il portale non dovrebbe essere difficile, ma quando saremo per via sarà un’altra cosa. Ti aspetta molta strada da percorrere in brutta compagnia: ne ho trenta, questa volta, di uomini e ragazzi tutti diretti alla Barriera, e non credere che siano come quel tuo fratello bastardo.» Yoren l’aveva scossa per le spalle. «Lord Stark mi ha permesso di raschiare il fondo delle galere, e non ce ne sono di piccoli lord, là sotto. Metà di questa feccia ti getterebbe in pasto alla regina senza pensarci un attimo, in cambio della grazia e forse di una manciata di monete d’argento. L’altra metà farebbe lo stesso, ma prima ti stuprerebbe. Per cui, tu startene per conto tuo e fai la tua acqua nel bosco, da solo. Sarà quella la parte più difficile: pisciare, e quindi non bere più di quanto ti è indispensabile.»

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