George Martin - Il regno dei lupi

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Il regno dei lupi: краткое содержание, описание и аннотация

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Nel terzo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.

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Questo era quanto dovevano aver detto a Joffrey, era chiaro, ma Sansa non era affatto sicura che fosse davvero così: «Ho sentito i servi chiamarla “Coda del drago”».

«Re Joffrey siede dove un tempo sedeva Aegon il Drago, nel castello costruito da suo figlio» spiegò ser Arys. «È Joffrey l’erede del drago. E porpora è il colore della Casa Lannister, un altro segno. La cometa è stata inviata per salutare l’ascesa al trono di Joffrey, non ho alcun dubbio. E il suo significato è che lui trionferà sui suoi nemici.»

“Sarà vero?” si domandò Sansa. “Sarebbero davvero così crudeli, gli dei?” Sua madre era una dei nemici di Joffrey, adesso, e anche suo fratello Robb. Suo padre era stato ucciso per volere del re. Che sua madre e Robb stessero anche loro per essere uccisi? La cometa era indubbiamente rossa, ma Joffrey era tanto un Baratheon quanto un Lannister, e lo stemma dei Baratheon era un cervo nero in campo oro. Il segno degli dei non avrebbe dovuto essere una cometa dorata?

Sansa chiuse le imposte e voltò con decisione le spalle alla finestra.

«Sei molto graziosa quest’oggi, mia lady» la complimentò ser Arys.

«Grazie, ser.»

Sapendo che Joffrey avrebbe richiesto la presenza di lei al torneo in suo onore, Sansa aveva impiegato la massima cura nel trucco del viso e nella scelta dell’abito. La veste di seta color porpora pallido e la rete che le ornava i capelli, fatta di pietre di luna, erano entrambi regali di Joffrey. L’abito aveva le maniche lunghe, in modo da nascondere i lividi sulle braccia. Anche quelli erano regali di Joffrey. Quando era stato informato che Robb Stark era stato proclamato re del Nord, il furore di Joffrey era stato incontrollabile e aveva mandato ser Boros a picchiarla.

«Vogliamo andare?» Ser Arys le offrì il braccio e Sansa lasciò che lui la guidasse fuori delle sue stanze. Visto che le era impossibile muoversi senza uno dei cavalieri della Guardia reale a farle da scorta, fra tutti era ser Arys che preferiva. Ser Boros aveva un brutto carattere, ser Meryn era gelido come un pezzo di ghiaccio e gli strani occhi spenti di ser Mandon Moore le davano i brividi; quanto a ser Preston, la trattava come una bambinetta stupida. Arys Oakheart, invece, era cortese e le si rivolgeva con gentilezza. Una volta, quando Joffrey gli aveva ordinato di colpirla, aveva addirittura obiettato. Alla fine, aveva dovuto percuoterla, ma non con la medesima brutalità di ser Meryn o di ser Boros, e quanto meno aveva tentato di opporsi. Gli altri obbedivano senza mai discutere… eccetto il Mastino: Joffrey non aveva mai chiesto al Mastino di punirla. Per quel compito, si serviva degli altri cinque.

Ser Arys aveva capelli castano chiaro e un volto non spiacevole da guardare. Quel giorno, con il mantello di seta bianca trattenuto alle spalle da un fermaglio d’oro a forma di foglia e con l’emblema dell’albero di quercia intessuto a fibre dorate sul pettorale sinistro del farsetto, aveva un aspetto quanto mai affascinante.

«Chi pensi avrà gli onori del torneo?» gli domandò Sansa mentre scendevano, sottobraccio, i gradini.

«Sarò io» rispose sorridendo ser Arys. «Ma temo che si tratterà di un vuoto trionfo: i partecipanti sono pochi e di basso lignaggio. Non più di quaranta uomini si sono iscritti, e fra questi anche scudieri e mercenari. C’è ben scarso onore nel disarcionare ragazzini inesperti.»

L’ultimo torneo era stato molto diverso, rimuginò Sansa. Re Robert lo aveva organizzato in onore di suo padre e, per sfidarsi, alti lord e celebri campioni erano calati da ogni angolo dei Sette Regni, e l’intera città era accorsa per ammirare le loro gesta. Sansa ricordava lo splendore di quei giorni: il campo dei padiglioni dei contendenti eretto lungo il fiume, con gli scudi dei cavalieri in bella mostra fuori da ciascuna tenda, gli interminabili filari di vessilli di seta ondeggianti nel vento, i riflessi dei raggi del sole sull’acciaio lucidato e sui rostri dorati degli speroni. Giorni vibranti degli squilli delle trombe e del martellare degli zoccoli, seguiti da notti piene di feste e di canti. I giorni più magici che Sansa aveva mai vissuto, il cui ricordo ora sembrava appartenere a un’età perduta. Robert Baratheon era morto, e anche suo padre era morto, decapitato sui gradini del Grande Tempio con l’accusa di tradimento. Adesso c’erano ben tre diversi re in quelle terre e, oltre il Tridente, infuriava la guerra mentre la città continuava a riempirsi di torme di disperati. Non c’era da meravigliarsi che il torneo in onore di Joffrey si svolgesse dietro le possenti mura di pietra della Fortezza Rossa.

«Pensi che ci sarà anche la regina?» Sansa si sentiva sempre più sicura quando c’era Cersei a controllare il figlio.

«Temo di no, mia lady. Il Concilio è in sessione, affari urgenti…» Ser Arys abbassò la voce: «Invece di portare il suo esercito in città, come la regina aveva comandato, lord Tywin è andato ad accamparsi a Harrenhal. Sua maestà è furioso».

S’interruppe lasciando che un drappello di armigeri dei Lannister, cappe porpora ed elmi a cresta di leone, passasse oltre. Ser Arys adorava i pettegolezzi, ma solo quando era certo che non ci fosse nessun altro ad ascoltare.

Nel cortile esterno, i carpentieri avevano eretto le corsie e gli spalti. Era una scenografia davvero misera, e l’ancora più miserevole pubblico riempiva a stento metà dei posti disponibili. La maggior parte degli spettatori erano uomini della Guardia cittadina, nei loro mantelli dorati, e guardie della Casa Lannister. I lord e le lady erano un gruppo sparuto, i pochi che erano rimasti a corte: lord Gyles Rosby, dal volto grigiastro, tossiva muco in un fazzoletto di seta rosa; lady Tanda era affiancata dalle sue due figlie, Lollys, placida e noiosa, e Falyse, dalla lingua perennemente acida; Jalabhar Xho, lo snello principe in esilio dalla pelle d’ebano, non aveva altro posto in cui rifugiarsi; l’infante lady Ermesande era seduta in grembo alla sua balia. Girava voce che presto sarebbe andata in sposa a uno dei cugini della regina, in modo che i Lannister potessero poi reclamare le sue terre.

Il re era all’ombra di un tendaggio purpureo, una gamba gettata con negligenza sul bracciolo dello scranno di legno istoriato su cui sedeva. Alle sue spalle c’erano la principessa Myrcella e il principe Tommen. Sul fondo del palco reale, montava la guardia Sandor Clegane, le mani appoggiate sul cinturone della spada. Il mantello bianco della Guardia reale era drappeggiato sulle sue spalle larghe, trattenuto da un fermaglio incastonato di pietre preziose. Quella cappa candida era in stridente contrasto con la sua grezza tunica marrone e il farsetto di cuoio borchiato.

«Lady Sansa» annunciò seccamente il Mastino nel vederla. La sua voce era aspra quanto il raschiare di una sega che morde nel legno. L’ustione che gli sfigurava metà del volto e del collo distorceva le sue labbra ogni volta che lui parlava.

Udendo il nome di Sansa, la principessa Myrcella annuì timidamente. Il piccolo, grassoccio principe Tommen, invece, saltò in piedi con entusiasmo.

«Sansa, hai saputo? Parteciperò anch’io al torneo. Mamma ha detto che posso.»

Tommen aveva otto anni. A Sansa ricordava Bran, il suo fratellino. Avevano la stessa età. Bran era tornato a Grande Inverno ridotto a uno storpio, ma almeno era al sicuro. Sansa avrebbe dato qualsiasi cosa pur di trovarsi con lui in quel momento.

«Temo per la sorte del tuo avversario» rispose invece a Tommen.

«Il suo avversario sarà un fantoccio di paglia» spiegò Joff, alzandosi in piedi.

Il giovane re indossava una corazza dorata con un leone ruggente inciso sul petto, quasi si aspettasse che la guerra fosse alle porte. Compiva tredici anni quel giorno. Era alto per la sua età, con gli occhi verdi e i capelli biondi tipici dei Lannister.

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