Margaret Weis - La guerra dei gemelli
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«Allora indossavo le Vesti Rosse..,
«Hai trasalito? Sei rimasto sorpreso? Prendere le Vesti Rosse era stata una decisione cosciente, presa a sangue freddo dopo che avevo visto in qual modo potevo guadagnare meglio. Nella Neutralità s’impara meglio poiché si può attingere ad entrambe le estremità dello spettro senza dover niente a nessuna. Andai da Gilean, Dio della Neutralità, implorandolo che mi venisse concesso di rimanere su questo piano così da ampliare il mio sapere. Ma, in questo, il Dio del Libro non poteva aiutarmi. Gli umani erano la sua creazione, ed era a causa della mia impaziente natura umana e della consapevolezza della brevità della mia vita che avevo proseguito freneticamente i miei studi. Mi venne consigliato di accettare il mio destino.»
Fistandantilus scrollò le spalle. «Leggo la comprensione nei tuoi occhi, apprendista. In un certo senso mi spiace ucciderti. Credo che avremmo potuto sviluppare una ben rara intesa. Ma, per abbreviare una lunga storia, uscii e m’incamminai nella tenebra. Maledicendo la luna rossa, chiesi che mi venisse concesso di vedere la luna nera. La Regina delle Tenebre udì la mia preghiera ed esaudì la mia richiesta. Indossando le Vesti Nere, mi dedicai al suo servizio e, in cambio, venni condotto sul suo piano di esistenza. Ho visto il futuro, sono vissuto nel passato. Fu lei a darmi questo ciondolo, cosicché adesso sono in grado di scegliere un nuovo corpo durante il mio soggiorno in questo tempo. E quando scelgo di attraversare i confini del tempo e di entrare nel futuro, c’è un corpo pronto ad accettare la mia anima.»
Raistlin non riuscì a reprimere un brivido a quelle parole. Il suo labbro si contorse per l’odio. Era il suo, il corpo del quale lo stregone parlava! Pronto, e in attesa...
Ma Fistandantilus non se ne accorse. Lo stregone sollevò il ciondolo di ematite, preparandosi a lanciare l’incantesimo.
Guardando il ciondolo mentre luccicava alla pallida luce proiettata da un globo al centro del laboratorio, Raistlin sentì accelerare il battito del suo cuore. Le sue mani si serrarono.
Facendo uno sforzo, con la voce che gli tremava per un’eccitazione che sperava sarebbe stata scambiata per terrore, bisbigliò: «Dimmi come agisce! Dimmi quello che mi succederà!»
Fistandantilus sorrise, la sua mano fece ruotare lentamente l’ematite sopra il petto di Raistlin.
«Appoggerò questo sopra il tuo petto, proprio sopra il tuo cuore. E, lentamente sentirai la tua forza vitale lasciare il tuo corpo. Credo che il dolore sia straziante. Ma non durerà a lungo, apprendista, se non lotterai contro di esso. Arrenditi e perderai presto conoscenza. Da quanto ho osservato, lottare serve soltanto a prolungare l’agonia.»
«E non ci sono parole da pronunciare?» chiese Raistlin, rabbrividendo.
«Certo,» rispose Fistandantilus in tono gelido, chinandosi accanto a Raistlin, con gli occhi quasi alla stessa altezza di quelli del giovane mago. Facendo attenzione, appoggiò l’ematite sul petto di Raistlin. «Stai per udirle... Saranno gli ultimi suoni che sentirai...»
Raistlin sentì che la pelle gli si accapponava a quel tocco, e per un attimo riuscì a stento a trattenersi dal liberarsi e fuggire. No, si disse, freddo e lucido, stringendo le mani, affondando le unghie nella carne così che il dolore distraesse i suoi pensieri dalla paura, devo sentire le parole!
Rabbrividendo, si costrinse a giacere, immobile, ma non riuscì a impedirsi di chiudere gli occhi, cancellando così la vista di quella faccia malefica e raggrinzita, così vicina alla sua, al punto da sentire l’odore dell’alito in putrefazione...
«Così va bene,» disse una voce sommessa, «rilassati...» Fistandantilus cominciò a salmodiare.
Concentrandosi su quel complicato incantesimo, lo stregone chiuse gli occhi, oscillando avanti e indietro, mentre premeva il ciondolo di ematite contro la pelle di Raistlin. Perciò Fistandantilus non si accorse che le sue parole venivano ripetute, mormorate febbrilmente, dalla vittima predestinata.
Quando si rese conto che qualcosa non andava, aveva terminato di recitare l’incantesimo e se ne stava là, immobile, in attesa della prima infusione di nuova vita nelle sue antiche ossa.
Non accadde nulla.
Allarmato, Fistandantilus aprì gli occhi. Fissò con stupore il giovane mago vestito di nero che giaceva sulla fredda lastra di marmo, e poi lo stregone produsse uno strano suono inarticolato e barcollò all’indietro in preda a un’improvvisa paura che non potè nascondere.
«Vedo che alla fine mi hai riconosciuto,» disse Raistlin, rizzandosi a sedere. Teneva una mano appoggiata alla lastra di pietra, ma l’altra era affondata in una delle tasche segrete delle sue vesti. «E questo sistema il corpo che ti aspetta nel futuro.»
Fistandantilus non rispose. Il suo sguardo saettò in direzione della tasca di Raistlin, come se volesse penetrare il tessuto con i suoi occhi neri.
Poi, recuperò rapidamente la sua compostezza. «Il grande Par-sallian ti ha mandato qui, indietro nel tempo, piccolo mago?» chiese, deridendolo. Ma il suo sguardo rimase fisso sulla tasca.
Raistlin scosse la testa mentre scivolava giù dalla lastra di pietra. Continuando a tenere la mano infilata nella tasca, alzò l’altra per tirarsi indietro il cappuccio dalla testa, permettendo a Fistandantilus di vedere il suo vero volto, non l’illusione che aveva mantenuto durante tutti quei lunghissimi mesi. «Sono venuto da solo. Adesso sono il Maestro della Torre.»
«E impossibile,» ringhiò lo stregone.
Raistlin sorrise, ma non c’era nessun sorriso in risposta nei suoi occhi gelidi, che tenevano Fistandantilus inquadrato nel loro sguardo a specchio.
«Così hai pensato. Ma hai commesso un errore. Mi hai sottovalutato. Mi hai strappato parte della mia forza vitale durante la Prova, in cambio della tua protezione dall’Elfo scuro. Mi hai costretto a vivere una vita di continuo dolore in un corpo infranto, condannandomi a dipendere da mio fratello. Mi hai insegnato a usare il Globo dei draghi e mi hai tenuto in vita quando invece sarei morto là, nella Grande Biblioteca di Palanthas. Durante la Guerra delle Lance mi hai aiutato a ricacciare la Regina delle Tenebre nell’Abisso dove lei non sarebbe più stata una minaccia per il mondo, o per te. Poi, dopo aver guadagnato abbastanza forza in questo tempo, intendevi tornare nel futuro e rivendicare il mio corpo! Tu saresti diventato me.»
Raistlin vide gli occhi di Fistandantilus restringersi, e il giovane mago divenne teso, la sua mano si chiuse sopra l’oggetto che stringeva tra le vesti. Ma lo stregone si limitò ad aggiungere con voce pacata: «È tutto giusto. Cosa intendi fare in proposito? Assassinarmi?»
«No,» rispose Raistlin, con voce sommessa. «Io intendo diventare te.»
«Pazzo!» Fistandantilus scoppiò in una risata stridente. Sollevando una mano raggrinzita esibì il ciondolo di ematite. «Il solo modo in cui potresti farlo è di usare questo su di me! Ed è protetto contro ogni forma di magia da incantesimi la cui potenza tu non sei neppure in grado di concepire, piccolo mago...»
La sua voce si spense in un sussurro, strangolata dallo shock quando Raistlin tolse la mano dalla tasca. Nel palmo della mano giaceva un ciondolo di ematite.
«Protetto da ogni forma di magia,» disse il giovane mago, con un sogghigno simile a quello di un teschio. «Ma non protetto contro la destrezza di un comune illusionista da strada...»
Raistlin vide lo stregone diventare pallido come la morte. Gli occhi di Fistandantilus andarono febbrili alla catenella che aveva appesa al collo. Ma adesso che l’illusione era stata rivelata, si rese conto di non stringere niente in mano.
Un suono lacerante, crepitante, ruppe il silenzio. Il pavimento di pietra sotto i piedi di Raistlin si sollevò, facendo cadere in ginocchio il giovane mago. Le rocce esplosero quando le fondamenta del laboratorio si spezzarono in due. Al di sopra del caos si levò la voce di Fistandantilus, intonando un potente incantesimo convocatorio.
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