Margaret Weis - La guerra dei gemelli
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Uno alla volta, i maghi completarono le loro prove, poi tornarono a sedersi. Tutti l’eseguirono in maniera eccezionalmente buona. Non era un risultato inatteso. Fistandantilus ammetteva a studiare ulteriormente con lui soltanto sette dei più abili tra i giovani maschi fruitori di magia, che avessero già superato la crudele Prova della Torre della Grande Stregoneria. Da quel numero ne avrebbe scelto uno come suo assistente.
Almeno essi credevano.
La mano dell’arcimago toccò l’ematite. Il suo sguardo andò a Raistlin. «Il tuo turno, mago,» disse.
Vi fu un guizzo in quei vecchi occhi. Le rughe sulla fronte dello stregone si accentuarono un po’ di più, come per cercare di ricordare il volto del giovane mago.
Raistlin si alzò lentamente in piedi, sempre esibendo un sorriso cinico e amaro, come se tutto questo fosse al di sotto della sua dignità. Scrollando le spalle in un gesto d’indifferenza, chiuse il libro degli incantesimi sbattendolo. A questo, gli altri sei apprendisti si scambiarono delle occhiate severe.
Fistandantilus corrugò la fronte, ma c’era una scintilla nei suoi occhi scuri.
Con voce scorrevole e sarcastica, Raistlin cominciò a recitare a memoria il complicato incantesimo.
Gli altri apprendisti si agitarono a quella dimostrazione di abilità, fissandolo con odio e palese invidia.
Fistandantilus lo guardava, il suo cipiglio divenne un’espressione famelica talmente malevola che quasi finì per interrompere la concentrazione di Raistlin.
Costringendosi a tenere la mente fissa sul proprio lavoro, il giovane mago completò l’incantesimo e, d’un tratto, la Stanza dell’Apprendimento venne illuminata da una vampa accecante di luce multicolore e il suo silenzio venne infranto dal fragore di un’esplosione!
Fistandantilus sussultò, il sogghigno scomparve dal suo volto. Gli altri apprendisti boccheggiarono.
«Come hai fatto a spezzare l’incantesimo dello Scaccia magia?» chiese Fistandantilus rabbioso.
«Che razza di strano potere è mai questo?»
Per tutta risposta, Raistlin aprì le mani. Teneva tra i palmi una sfera di fiamma azzurra e verde, che avvampava d’un tale bagliore che nessuno poteva fissarla direttamente. Poi, con lo stesso sorriso di scherno, batté le mani. La sfera di fuoco scomparve.
La Stanza dell’Apprendimento era di nuovo silenziosa, soltanto che adesso era il silenzio della paura, mentre Fistandantilus si alzava in piedi. Con la collera che gli balenava intorno come un alone di fiamma, si avvicinò al settimo apprendista.
Raistlin non si ritrasse davanti a quella collera. Rimase in piedi, immobile, seguendo freddamente l’avanzare dello stregone.
«Come sei riuscito a...» cominciò Fistandantilus con voce raschiante. Poi il suo sguardo cadde sulle snelle mani del giovane mago. Con un ringhio rabbioso, lo stregone allungò la mano e afferrò il polso di Raistlin.
Raistlin rantolò per il dolore, il tocco dell’arcimago era gelido come una tomba. Ma s’indusse ugualmente a sorridere, anche se sapeva che il suo sorriso doveva assomigliare a quello di un teschio.
«Magnesio!» Fistandantilus attirò a sé Raistlin con uno strattone, tenendogli la mano sotto la luce di una candela in modo che tutti potessero vedere. «Un comune trucco da prestigiatore, degno soltanto degli illusionisti da strada!»
«Così mi guadagnavo da vivere,» replicò Raistlin a denti stretti per vincere il dolore. «Ho ritenuto che andasse bene usarlo in mezzo a questa raccolta di dilettanti che hai messo insieme, Grande Mago.»
Fistandantilus accentuò ancora di più la stretta. Raistlin soffocava per il dolore, ma non lottò né cercò di ritrarsi. Né abbassò lo sguardo davanti a quello del Maestro. Malgrado la sua stretta fosse dolorosa, il volto dello stregone era interessato, incuriosito.
«Così, ti consideri meglio di questi altri?» chiese Fistandantilus a Raistlin con voce sommessa, quasi gentile, ignorando i mormorii rabbiosi degli apprendisti.
Raistlin dovette fare una pausa per raccogliere le forze e riuscire a parlare attraverso la nebbia del dolore. «Tu sai che lo sono!»
Fistandantilus lo fissò, la sua mano gli stringeva ancora il polso. Raistlin colse un’improvvisa paura negli occhi del vecchio, una paura che venne rapidamente estinta dall’espressione di fame insaziabile. Fistandantilus allentò la stretta sul polso di Raistlin. Il giovane mago non potè fare a meno di reprimere un sospiro d’intenso sollievo mentre ricadeva sulla sua sedia, sfregandosi il polso. Su di esso il segno della mano dell’arcimago era visibile con chiarezza, aveva fatto diventare la sua pelle bianca come il ghiaccio.
«Uscite di qui!» intimò Fistandantilus con voce secca. I sei maghi si alzarono, le vesti nere frusciarono intorno a loro. Anche Raistlin si alzò. «Tu rimani,» gli disse il mago con voce fredda.
Raistlin tornò a sedersi, sempre sfregandosi il polso dolorante. Il calore e la vita stavano riaffluendo in esso. Fistandantilus seguì fino alla porta gli altri giovani maghi che se ne andavano, poi, voltandosi, fronteggiò il suo nuovo apprendista.
«Questi altri se ne andranno presto, e avremo il castello tutto per noi. Raggiungimi nelle camere segrete giù nelle viscere del castello quando sarà la Veglia Oscura. Sto conducendo un esperimento che richiederà la tua... assistenza.»
Raistlin osservò inorridito e affascinato la mano del vecchio che andava all’ematite, accarezzandola con amore. Per un attimo Raistlin non riuscì a rispondere. Poi esibì un sorriso di scherno, soltanto che questa volta lo rivolse a se stesso, per acquietare la propria paura.
«Sarò là, Maestro,» disse.
Raistlin giaceva sulla lastra di pietra del laboratorio situato molto in profondità nel castello dell’arcimago. Neppure le sue pesanti vesti di tessuto nero riuscivano a tener lontano il gelo, e Raistlin tremava senza controllo. Ma se ciò fosse dovuto al freddo, alla paura o all’eccitazione, non avrebbe saputo dirlo.
Non poteva vedere Fistandantilus, ma poteva sentirlo: il frusciare delle sue vesti, i tonfi soffocati del suo bastone sul pavimento, le pagine del libro degli incantesimi che venivano sfogliate...
Giacendo sulla lastra, fingendosi impotente sotto l’influenza dello stregone, Raistlin divenne teso. Il momento si avvicinava in fretta.
Come in risposta, Fistandantilus comparve nel suo campo visivo, sporgendosi sopra il giovane mago con quell’espressione di famelica voracità, con il ciondolo di ematite che penzolava dalla catena intorno al suo collo.
«Sì,» disse lo stregone. «Sei abile. Più abile e più potente di qualunque altro giovane apprendista che abbia incontrato durante questi molti, moltissimi anni.»
«Cosa mi farai?» chiese Raistlin con voce roca. Il tono disperato della sua voce non era interamente forzato. Doveva riuscire ad apprendere come funzionava il ciondolo.
«Che importanza può avere?» gli chiese Fistandantilus con freddezza, appoggiando la mano sul petto del giovane mago.
«Il mio... scopo nel venire da te era quello d’imparare,» disse Raistlin, serrando i denti e cercando di non contorcersi a quel tocco ripugnante. «Sono pronto a imparare, perfino all’ultimo istante!»
«Lodevole.» Fistandantilus annuì, fissando la tenebra, i suoi pensieri erano lontani. Era probabile che la sua mente stesse ripassando l’incantesimo, pensò Raistlin fra sé. «Mi piacerà abitare un corpo e una mente così assetati di sapere, e che per di più dimostrano un’innata abilità nell’Arte. Molto bene, ti spiegherò. E la mia ultima lezione, apprendista, imparala bene.
«Giovanotto, non puoi conoscere gli orrori che si vivono diventando vecchi. Come ricordo bene la mia prima vita, e come ricordo bene la terribile sensazione di rabbia e di frustrazione che provai quando mi resi conto che io, il più potente fruitore di magia che sia mai vissuto, ero destinato a rimanere intrappolato in un corpo debole e disgraziato che veniva consumato dall’età! La mia mente, la mia mente era integra! In verità, mentalmente ero più forte di quanto lo fossi mai stato in tutta la mia vita! Ma tutto questo potere, tutte queste vaste conoscenze sarebbero andati sprecati, ridotti in polvere! Divorati dai vermi!
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