Margaret Weis - La guerra dei gemelli

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«Non lasciare questa stanza!» le intimò, pur muovendo le labbra a fatica. Gli occhi gli si arrovesciarono nelle orbite.

Sarai sola! Crysania si guardò intorno, più che mai intimorita, sentendo che il terrore saliva in lei a soffocarla. Acqua! Calore! Come avrebbe potuto riuscire a farcela? Non poteva! Non in quella camera del male!

«Raistlin,» implorò, stringendo la fragile mano del mago tra le sue, appoggiandovi la guancia.

«Raistlin, per favore, non lasciarmi!» bisbigliò, ritraendosi al tocco della sua pelle fredda. «Non posso fare quello che mi chiedi! Non ne ho il potere! Non posso creare l’acqua dalla polvere...»

Gli occhi di Raistlin si aprirono. Erano scuri quanto la stanza in cui si trovava. Muovendo la mano, la mano che lei reggeva, tracciò una linea dai suoi occhi giù lungo la guancia. Poi la sua mano s’indebolì e la testa gli ricadde su un lato.

Crysania sollevò la propria mano sulla sua pelle, in preda alla confusione, chiedendosi cosa mai avesse inteso dire con quello strano gesto... Non era stata una carezza. Aveva forse cercato di dirle qualcosa. Ma cosa mai? La pelle le bruciava per il suo tocco... riportandole alla mente dei ricordi...

E poi seppe. Non posso creare l’acqua dalla polvere... «Le mie lacrime!» mormorò.

Capitolo secondo.

Seduta in solitudine nella camera gelida, inginocchiata accanto al corpo immobile di Raistlin, vedendo Caramon disteso lì accanto, pallido e senza vita, d’un tratto Crysania si trovò a invidiarli entrambi con rabbia furibonda. Come sarebbe stato facile, pensò, scivolare nell’incoscienza e lasciare che la tenebra s’impadronisse di lei! Il male di quel luogo, che in apparenza era fuggito nell’udire la voce di Raistlin, stava tornando. Poteva sentirlo sul suo collo come una corrente fredda.

Degli occhi la fissavano dall’ombra, occhi che, a quanto sembrava, venivano tenuti a distanza soltanto dalla luce del Bastone di Magius, il quale brillava ancora. Anche privo di sensi, Raistlin continuava a tenervi sopra la mano.

Crysania appoggiò con delicatezza l’altra mano dell’arcimago, quella che lei reggeva, sul suo petto.

Poi tornò a sedersi, con le labbra serrate, inghiottendo le lacrime.

«Si e affidano a me,» si disse, parlando per disperdere l’arcano sussurrio che sentiva intorno a sé.

«Nella sua debolezza confida nella mia forza. Per tutta la mia vita,» continuò asciugandosi le lacrime dagli occhi, «mi sono vantata della mia forza. Eppure, fino ad ora, non ho mai saputo cos’è la vera forza.» Il suo sguardo andò a Raistlin. «Adesso la vedo in lui! Non lo abbandonerò!»

«Calore!» disse ancora, rabbrividendo al punto che riuscì a stento a reggersi in piedi. «Ha bisogno di calore. Tutti noi ne abbiamo bisogno.» Sospirò impotente. «Ma come posso ottenerlo? Se mi trovassi nel Castello della Muraglia di Ghiaccio, le mie preghiere da sole sarebbero sufficienti a tenerci caldi. Paladine ci aiuterebbe, ma questo non è il gelo del ghiaccio o della neve.

«È molto più intenso, congela lo spirito più che il sangue. Qui, in questo luogo del male, la mia fede può sorreggermi, ma non ci riscalderà mai!»

Pensando a questo e lanciando un’occhiata intorno alla stanza che intravedeva vagamente alla luce del Bastone, Crysania vide le forme ombrose delle tende a brandelli che penzolavano dalle finestre.

Fatte di pesante tessuto, erano abbastanza grandi da coprire tutti loro. Il suo morale si risollevò, ma riaffondò quasi subito quando si rese conto che erano troppo lontane, sul lato opposto della stanza.

Appena visibili all’interno di quell’oscurità che si contorceva, le finestre erano fuori del cerchio di luce vivida proiettata dal Bastone.

«Dovrò arrivare fin là,» si disse, «in mezzo alle ombre!» Il cuore le venne quasi meno, le forze le si infiacchirono. «Chiederò l’aiuto di Paladine.» Ma mentre parlava, il suo sguardo andò al medaglione che giaceva freddo e scuro sul pavimento.

Chinandosi per raccoglierlo, esitò, temendo per un attimo di toccarlo, ricordando, in preda al dolore, come la sua luce si fosse spenta all’arrivo del male.

Ancora una volta il suo pensiero andò a Loralon, il grande chierico elfo che era venuto per condurla via prima del Cataclisma. Lei aveva rifiutato, scegliendo invece di rischiare la vita, per sentire le parole del Gran Sacerdote, le parole che avevano causato la collera degli dei. Paladine era in collera? L’aveva abbandonata nella sua collera, così come aveva abbandonato tutto Krynn dopo la terribile distruzione di Istar? Oppure la sua guida divina era semplicemente incapace di penetrare i gelidi strati del male che avvolgevano la Torre maledetta della Grande Stregoneria?

Confusa e spaventata, Crysania sollevò il medaglione. Non riluceva. Non faceva niente. Il metallo era freddo a contatto con la sua mano. Immobile al centro della stanza, reggendo il medaglione, con i denti che le battevano, s’impose di avvicinarsi a una finestra.

«Se non lo farò,» mormorò attraverso le labbra intirizzite, «morirò di freddo. Moriremo tutti,» aggiunse. Fissò di nuovo i gemelli. Raistlin indossava le sue vesti di velluto nero, ma lei ricordava la sensazione di gelo che aveva provato stringendo la sua mano. Caramon era ancora vestito come lo era stato per i Giochi gladiatorii, con poco più dell’armatura dorata e il perizoma.

Sollevando il mento, Crysania lanciò un’occhiata di sfida agli esseri invisibili che bisbigliavano in agguato intorno a lei, poi uscì con passo incerto fuori dal cerchio di luce magica diffuso dal Bastone di Raistlin.

Quasi nello stesso istante l’oscurità divenne viva! I bisbigli divennero più forti e, con orrore, Crysania si accorse di poter capire le parole!

Con quanta forza il tuo cuore chiama, amore; quanto è vicina l’oscurità al tuo petto; come sono tumultuosi i fiumi, amore, risucchiati attraverso il tuo polso morente.

E, amore, quale calore nasconde la tua fragile pelle, puro come il sale, dolce come la morte; e nel buio la luna rossa cavalca il fuoco fatuo del tuo respiro.

Avvertì un tocco di dita gelide sulla sua pelle. Crysania sussultò per il terrore e si ritrasse, ma non vide nulla!

Sentendosi quasi male per la paura e l’orrore di quel macabro canto d’amore dei morti, non riuscì a muoversi per parecchi istanti.

«No!» esclamò infine, incollerita. «Andrò avanti! Queste creature del male non mi fermeranno! Sono un chierico di Paladine! Anche se il mio dio mi ha abbandonato, non abbandonerò la mia fede!»

Sollevando la testa, Crysania tese la mano davanti a sé come se volesse schiudere l’oscurità al pari di una tenda. Poi proseguì verso la finestra. Il brusio risuonò intorno a lei, udì delle risate arcane, ma niente venne a farle del male, niente la toccò. Infine, dopo un viaggio che parve lungo molte miglia, raggiunse la finestra.

Aggrappandosi alle tende, tutta tremante, con le gambe fiacche, le scostò e guardò fuori sperando di poter vedere le luci della città di Palanthas da cui trarre conforto. Ci sono altri esseri umani là fuori, si disse, premendo la faccia contro il vetro. Vedrò le luci...

Ma la profezia non si era ancora avverata. Raistlin, come maestro del passato e del presente, non era ancora tornato con il potere di rivendicare la Torre, come sarebbe accaduto in futuro. E così la Torre rimaneva avvolta in un’impenetrabile oscurità, come se una perpetua nebbia nera vi fosse sospesa intorno. Se le luci della bellissima città di Palanthas ardevano, lei non poteva vederle.

Con un sospiro desolato, Crysania strinse il panno e gli dette uno strattone. Il tessuto marcio cedette subito, quasi seppellendola in un sudario di broccato, mentre la tenda si afflosciava sul pavimento.

Ringraziando il cielo, Crysania si avvolse il pesante tessuto intorno alle spalle a mo’ di mantello, infagottandosi con gratitudine nel suo calore.

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