Margaret Weis - La guerra dei gemelli

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Si rialzò quasi subito, si rannicchiò carponi, con il respiro affannoso, gli occhi ancora spalancati e fissi. Tese una mano.

«Crysania?» si lanciò verso il suono della sua voce. «La tua luce! Portaci la tua luce! Presto!»

«Ho una luce, Caramon! Ho... benedetto sia Paladine!» mormorò Crysania, fissandolo alla luce diffusa del medaglione. «Sei cieco!»

Allungando una mano gli prese le dita che continuavano ad annaspare. Al suo tocco, Caramon singhiozzò di nuovo per il sollievo. Le dita di Caramon si chiusero sulla sua mano, schiacciandola, e Crysania si morse il labbro per il dolore. Ma resistette, e continuò a reggere il medaglione con la mano libera.

Si alzò in piedi e aiutò Caramon a fare altrettanto. Il guerriero si aggrappò alla sua mano in preda a un disperato terrore, con gli occhi ancora fissi davanti a sé, spiritati, ciechi, E Crysania sentì che il suo grosso corpo era scosso da un tremito. La donna scrutò nel buio cercando disperatamente una sedia, un divano... qualcosa.

E poi, d’un tratto, divenne conscia che la tenebra la stava guardando a sua volta.

Distogliendo subito lo sguardo, facendo attenzione a tenerlo fisso entro la luce del medaglione, guidò Caramon fino all’unico grande mobile che vide.

«Ecco, siediti qui,» lo sollecitò. «Appoggiati a questo.»

Fece sistemare Caramon sul pavimento, con la schiena appoggiata a una scrivania di legno decorata da sculture che, pensò, le parevano vagamente familiari. Ma era troppo turbata e preoccupata per pensarci su molto.

«Caramon?» disse con voce tremante. «Raistlin è... lo hai ucciso...» Non riuscì a proseguire.

«Raistlin?» Caramon girò gli occhi ciechi verso il suono della sua voce. L’espressione sul suo volto si fece allarmata. Cercò di alzarsi. «Raist! Dove...»

«No. Stai seduto!» gli ordinò Crysania colta da una rabbia e da una paura improvvise. Gli mise una mano sulla spalla e lo spinse giù.

Gli occhi di Caramon si chiusero, un sorriso sarcastico gli contorse il volto. Per un attimo, assomigliò moltissimo al suo gemello.

«No, non l’ho ucciso,» disse con amarezza. «Come avrei potuto? L’ultima cosa che ho sentito eri tu che invocavi Paladine, poi tutto è diventato buio. I miei muscoli non volevano muoversi, la spada mi è caduta di mano. E poi...»

Ma Crysania non lo stava ascoltando. Tornando di corsa a Raistlin, a pochi passi da loro, si chinò di nuovo accanto al mago. Tenendo il meda-glione accostato al suo viso, allungò le mani all’interno del cappuccio nero, per sentire il battito della vita nel suo collo. Chiudendo gli occhi per il sollievo, recitò una silenziosa preghiera a Paladine.

«È vivo!» bisbigliò. «Ma allora, cos’ha?»

«Cos’ha?» chiese Caramon. L’amarezza e il dolore gli alteravano ancora la voce. «Non posso vedere...»

Arrossendo, quasi colta da un senso di colpa, Crysania descrisse le condizioni del mago.

Caramon scrollò le spalle. «E esausto a causa dell’incantesimo che ha lancialo,» commentò con voce priva d’espressione.

«E ricordati che era già debole in partenza, per lo meno è quello che mi ha detto. Malato a causa della vicinanza degli dei, o qualcosa del genere.» Abbassò la voce. «L’ho visto così altre volte. Quando usò per la prima volta il Globo dei draghi, dopo riusciva a muoversi a stento. Allora lo tenni fra le braccia...»

S’interruppe, fissando la tenebra, adesso il suo volto era calmo... calmo e trace. «Non c’è niente che noi possiamo fare per lui,» disse. «Deve riposare.»

Dopo un breve silenzio, Caramon chiese con calma: «Dama Crysania, puoi guarirmi?»

Crysania sentì la pelle che le bruciava. «Temo... temo di no,» rispose sconsolata. «Deve... dev’essere stato il mio incantesimo ad accecarti.» Ancora una volta, nel suo ricordo, vide il grosso guerriero con in pugno la spada chiazzata di sangue, sul punto dì uccidere suo fratello... sul punto di uccidere lei, se si fosse intromessa.

«Mi spiace,» disse con voce sommessa, sentendosi stanca e raggelata al punto da star quasi male.

«Ma ero disperata e... spaventata. Non preoccuparti, comunque,» aggiunse, «l’incantesimo non è permanente. Col tempo si esaurirà.»

Caramon sospirò. «Capisco,» disse. «C’è una luce in questa stanza? Hai detto che ne avevi una.»

«Sì,» rispose Crysania. «Ho il medaglione...»

«Guardati intorno. Dimmi dove siamo. Descrivimelo.»

«Ma Raistlin...»

«Si riprenderà,» rispose seccamente Caramon con voce aspra e imperiosa. «Torna qui, accanto a me. Fai come ti dico! La nostra vita, la sua vita, possono dipendere da questo! Dimmi dove siamo!»

Aguzzando lo sguardo nella tenebra, Crysania sentì tornarle la paura. Scostandosi riluttante dal mago, tornò indietro e si sedette accanto a Caramon.

«Non... non c’è molto...» balbettò, risollevando sopra di sé il meda-glione ardente. «Non... non riesco a vedere molto al di là della luce del medaglione. Ma mi sembra un posto dove sono già stata, soltanto non riesco a identificarlo. In giro ci sono dei mobìli, ma sono tutti rotti e carbonizzati, come se ci fosse stato un incendio. Ci sono molti libri sparsi tutt’intorno. C’è una grande scrivania di legno, ci sei appoggiato con la schiena. Sembra l’unico mobile ancora intatto. E mi sembra familiare,» aggiunse, perplessa, a bassa voce. «È bellissima, scolpita con ogni gene-re di strane creature.»

Caramon tastò sotto di sé con la mano. «Un tappeto,» disse, «sopra un pavimento di pietra.»

«Sì, il pavimento è coperto da un tappeto, o lo era. Ma adesso è lacerato, e pare che qualcosa l’abbia mangiato...»

Si sentì soffocare nel vedere una forma scura sgattaiolare via dalla luce.

«Cosa?» chiese Caramon, in tono secco.

«Ecco cos’è che l’ha mangiato,» rispose Crysania con una piccola Risata nervosa. «I topi.» Cercò di continuare la descrizione della stanza: «C’è un caminetto, ma non è stato usato per anni. E tutto pieno di ragnatele. Ma in realtà tutto questo posto è coperto di ragnatele...»

Ma la voce le venne meno. Improvvise immagini di topi che cadevano dal soffitto e di sorci che le correvano tra i piedi la fecero rabbrividire, inducendola a raccogliere intorno a sé le vesti bianche. Il camino spoglio e annerito le ricordò quanto sentiva freddo.

Sentendo il suo corpo che tremava, Caramon ebbe un pallido sorriso e, prendendole una mano e stringendola con forza, disse con una voce che suonò terribile per la sua calma. «Dama Crysania, se tutto ciò che dovremo affrontare sono topi e ragni, potremo considerarci fortunati.»

Crysania ricordò il grido di puro terrore che l’aveva destata. Eppure lui non era stato in grado di vedere! Si affrettò a girare lo sguardo tutt’intorno. «Ma qui... Tu devi aver sentito o percepito qualcosa, perché...»

«Percepito,» l’interruppe Caramon con voce sommessa. «Sì, l’ho percepito. Ci sono cose in questo posto, Crysania. Cose orribili. Sento che ci stanno osservando! Posso percepire il loro odio. Dovunque sia questo posto, ci siamo intromessi nella loro vita. Non lo senti anche tu?»

Crysania fissò l’oscurità. Così, l’oscurità l’aveva davvero guardata a sua volta! Adesso che Caramon ne aveva parlato, poteva percepire qualcosa là fuori. Qualcosa o, come aveva detto Caramon, cose!

Più aguzzava lo sguardo e più si concentrava su di esse, più diventavano reali. Malgrado non potesse vederle, sapeva che aspettavano, appena oltre il cerchio di luce proiettato dal medaglione. Il loro odio era intenso, come Caramon aveva detto e, cosa ancora peggiore, sentiva il loro male scorrere raggelante intorno a lei. Era come... come...

Crysania trattenne il fiato.

«Sst,» sibilò, stringendo con forza la mano di Caramon. «Niente. E soltanto che so dove siamo,» disse in tono sommesso.

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