Gli elementi sui quali è costruito il romanzo sono tra i più compositi (Tucker è scrittore dai molti interessi, abituato a documentarsi scrupolosamente prima d’iniziare la stesura di un’opera): dai Manoscritti del Mar Morto (i rotoli ritrovati nella zona del Monastero di Qumran nella prima metà del secolo, e che tante controversie hanno provocato tra gli studiosi biblici) alla situazione politica in Asia, dalla stolidità della White America alla passività delle masse. Il quadro che ne risulta, per quanto collocato temporalmente nel “vicino” futuro e quindi consapevolmente destinato a una datazione epidermica, è d’impressionante vigore e chiarezza, plausibile fino a diventare “reale”: e ciò avviene per contrasto anche a una lettura fatta dieci anni dopo l’epoca in cui l’azione è collocata, dando in più la possibilità d’interpretare un periodo storico e le sue possibili conseguenze, elemento questo tra i più preziosi della fantascienza nel contesto della cultura contemporanea (i romanzi migliori di ogni periodo offrono infatti una possibilità di risalire dall’estrapolazione alle cause, fornendo un’interpretazione storica del nostro tempo assai più incisiva di quelle tentate a posteriori e quasi sempre scritte in maniera parziale e preconcetta).
Se un difetto dobbiamo trovare in questo tipo di costruzione, che è il tipico presunto difetto del romanzo di “idee” — difetto non sempre presente nella SI, che spesso è riuscita a fondere romanzo di personaggi e romanzo d’idee — è una certa schematicità nel disegnare i personaggi. Tucker, intento a divinare e descrivere il mondo del futuro in base al mondo che lo circonda, non ha scavato molto in profondità nei sentimenti: ha suggerito senza concludere. Brian Chaney, il maggiore Moresby, Gilbert Seabrooke, Arthur Saltus e Kathryn Van Hise sono appena credibili e vivi, ma appaiono in due dimensioni; e in alcuni punti ci si domanda se l’autore non abbia inteso servirsi del cliché per dare forza al contesto, soprattutto nel personaggio nel quale l’autore si identifica (Arthur Saltus) e nei peraltro credibilissimi maggiore Moresby e Gilbert Seabrooke.
Il sospetto che certe forzature siano volute e acquistino una valenza simbolica viene corroborato, a esempio, dall’uso della macchina del tempo, affettuoso ricordo wellsiano che l’autore pone come puro espediente narrativo, circondandolo d’ironiche annotazioni fuorvianti (il serbatoio d’acqua polimerica, il pedale di avviamento, lo stretto pertugio d’entrata, le maniglie, l’esiguo spazio nel quale si muove il viaggiatore, tutti tocchi di raffinato humor in un conte, io disperatamente tragico): ma tutto scompare nella dimensione agghiacciante che l’intera opera ci offre dì un’America mutata confusa senza capirne il perché, attonita in imo dei momenti di maggiore crisi morale di tutta la sua storia. Gli anni del ritrovato orgoglio reaganiano sono annua lontani: dopo L’anno del sole quieto l’America — e con essa la fantascienza — avrebbero dovuto affrontare gli anni più bui della loro storia; gli anni del Watergate e di Jimmy Carter per l’America, gli anni di un profondo ripensamento e di una problematica relazione con il mainstream per la SF.
Testimonianza inquietante, dunque, ma anche opera viva, bella, colta e pregna d’idee: insomma, una tappa fondamentale nello sviluppo e nella maturazione di un ampio movimento letterario com’è stato, e come sta ritornando a essere la fantascienza.
Ugo Malaguti