Bob Shaw - Sfida al cielo

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Un pianeta su cui si è sviluppata una società avventurosa ma arretrata, spinta da una grande sete di conoscenza ma dotata di una tecnologia elementare e proprio per questo ancora più eroica. Un ambiente duro e ostile da cui si può evadere solo fuggendo verso l’ignoto, nello spazio: sono le premesse da cui parte Bob Shaw per costruire un romanzo di avventure i cui protagonisti sono astronauti che volano su navi di legno ed esploratori dell’ignoto disposti a muoversi fra i mondi con poco più di una caravella. In condizioni simili non c’è da stupirsi che i pericoli del viaggio si moltiplichino per mille e le incognite dell’arrivo siano ancora più tremende. Ma cosa ha da perdere chi non ha nulla da perdere? Non è esagerato dire che in questa saga di un futuro “diverso” Shaw sia riuscito a darci tutti gli elementi di un originale racconto epico.

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— Fuori dai piedi, mangia-letame — urlò il panciuto capo mentre i nuovi venuti marciavano attraverso la radura in direzione dei brakka. Le sue parole provocarono una scarica di insulti da parte dei soldati, ai quali i fanghisti risposero con gesti osceni. Leddravohr si mosse per mettersi controvento rispetto ai quattro, in parte per sfuggire al fetore che emanavano ma soprattutto per assicurarsi che nessuna delle spore libere della fanghiglia gli finisse addosso. Il solo modo per liberarsi anche della più leggera contaminazione era una completa e dolorosa abrasione della pelle.

Raggiunto il brakka più vicino i fanghisti presero il loro equipaggiamento e cominciarono a lavorare di buona lena. Mentre scavavano per liberare il sistema superiore di radici, quello che estraeva il pikonio, continuarono a scambiare insulti con tutti i soldati che capitavano loro a tiro. Potevano farlo impunemente perché sapevano di essere una pietra miliare nell’economia Kolcorriana, un’elite reietta a cui erano accordati privilegi unici. Erano anche profumatamente pagati per i loro servizi. Dopo dieci anni come fanghista un uomo poteva agiatamente ritirarsi a vita privata, sempre che sopravvivesse al lungo processo di decontaminazione del virulento muco.

Leddravohr guardò interessato mentre le radici superiori venivano scoperte. Un fanghista aprì una delle zucche di vetro, e usando una spatola procedette a spalmare le radici principali con una sostanza appiccicosa simile al pus. Trattati con quella specie di solvente i brakka avevano spontaneamente dissolto le membrane della camera di combustione, e da quella fanghiglia uscì un odore nauseabondo di vomito bilioso, assurdamente mescolato alla dolce fragranza della felce bianca. Le radici, che avrebbero resistito alla lama più affilata, si gonfiarono visibilmente mentre la loro struttura cellulare veniva attaccata. Altri due fanghisti le fecero a pezzi con asce di ardesia, e lavorando con evidente energia a beneficio dei loro spettatori, scavarono ancora più giù per scoprire il sistema inferiore e il gonfiore bulboso della camera di combustione alla base del tronco.Dentro c’era un grosso quantitativo di cristalli di energia, che dovevano essere rimossi con la massima cautela per evitare contatto fra le due varietà, prima che l’albero potesse essere abbattuto.

— Fatevi indietro, mangia merda — gridò il fanghista più vecchio. — Fatevi indietro e lasciate… — La sua voce s’incrinò quando alzò gli occhi e si accorse per la prima volta della presenza di Leddravohr. Chinò il capo profondamente, con una grazia che stonava con il ventre nudo e striato di sporcizia, e disse:

— Non posso scusarmi, principe, perché chiaramente le mie osservazioni non erano indirizzate a voi.

— Ben detto — commentò Leddravohr, apprezzando tanta prontezza di spirito da una fonte così inusuale. — Sono contento di sapere che non soffri di tendenze suicide. Come ti chiami?

— Owpope, principe.

— Procedi con il tuo lavoro, Owpope. Non mi stanco mai di vedere la ricchezza del nostro Paese mentre viene prodotta.

— Con piacere, principe, ma c’è sempre un certo rischio di scoppio della camera, quando apriamo un albero.

Usate solo le vostre normali precauzioni — disse Leddravohr, incrociando le braccia. Il suo orecchio addestrato colse un mormorio di sussurri ammirati tra i soldati vicini, e lui seppe di aver aggiunto qualcos’altro alla sua reputazione. La notizia si sarebbe diffusa in fretta: “Leddravohr ama così tanto il suo popolo da parlare persino con un fanghista”. Quel piccolo episodio era una mossa calcolata nella costruzione della sua immagine, ma in verità lui non riteneva di degradarsi parlando con un uomo come Owpope, il cui lavoro era di genuina importanza per Kolcorron. Erano gli inutili parassiti, come i preti e i filosofi, l’oggetto della sua avversione e del suo disprezzo. Sarebbero stati i primi ad essere cancellati dalla faccia del Paese quando lui fosse diventato finalmente Re.

Si stava sedendo per osservare Owpope applicare una pennellata di limo alla base curva del tronco di brakka quando la sua attenzione fu di nuovo attirata da un movimento nel cielo, a est. L’aeronave era tornata e stava correndo via nella stretta banda di azzurro che separava Sopramondo dal muro frastagliato di alberi. Quella apparizione così veloce significava che non era atterrata su G1, dove si trovava il comando. Probabilmente il capitano aveva comunicato con la base per mezzo di un eliografo, e poi era andato direttamente verso la zona successiva, il che rendeva quasi certo che stava portando un messaggio urgente a Leddravohr da parte del Re.

Perplesso, il principe si riparò gli occhi dal riverbero del sole mentre guardava l’aeronave rallentare e fare manovra per atterrare nella radura della foresta.

3

Il domicilio di Lain Maraquine, conosciuto come la Casa Quadrata, si trovava su Greenmount, una collina tondeggiante alla periferia nord di Ro-Atabri, la capitale Kolcorriana.

Dalla finestra del suo studio si godeva una vista panoramica dei vari distretti della città, residenziali, commerciali, industriali e amministrativi, che scendevano digradando fino al fiume Borann e che sulla sponda opposta lasciavano il posto ai parchi che circondavano i cinque palazzi. Alle famiglie che facevano capo al Lord Filosofo era stato assegnato un gruppo di abitazioni e altri edifici in quel quartiere privilegiato molti secoli prima, durante il regno di Bytran IV, quando il loro lavoro era tenuto molto più in considerazione.

Lo stesso Lord Filosofo viveva in una costruzione isolata nota come Greenmount Peel, ed era un segno della sua antica importanza che tutte le case del distretto fossero state costruite in modo da guardare sul Grande Palazzo, così da facilitare le comunicazioni per mezzo dell’eliografo. Al momento, comunque, quei privilegi così prestigiosi servivano solo a incrementare la gelosia e il risentimento dei capi degli altri ordini. Lain Maraquine sapeva che il capo supremo degli industriali, il principe Chakkel, voleva Greenmount come ornamento del suo impero personale e stava facendo il possibile per fare sgomberare i filosofi e trasferirli in alloggi più modesti.

Era l’inizio del dopogiorno, la regione era appena emersa dall’ombra di Sopramondo e la città era bella mentre tornava alla vita dopo le sue due ore di buio. Chiazze di giallo, arancione e rosso degli alberi che stavano perdendo le foglie facevano da contrappunto ai verdi chiari e scuri di alberi con cicli di maturazione diversi, che stavano mettendo i germogli o erano in pieno rigoglio. Qua e là gli scafi lucidi e fiammeggianti delle aeronavi creavano circoli ed ellissi color pastello, e sul fiume si gonfiavano le vele bianche delle navi transoceaniche che portavano migliaia di prodotti dai punti più lontani di Mondo.

Seduto alla sua scrivania vicino alla finestra, Lain ignorava quella vista spettacolare. Per tutto il giorno aveva avvertito dentro di sé un curioso eccitamento e una strana sensazione di aspettativa. Non poteva esserne certo, ma prevedeva che quell’agitazione precedesse qualcosa di straordinaria importanza.

Da qualche tempo era incuriosito da una specie di fermento sotterraneo che riscontrava nei problemi interni del suo dipartimento, alimentati da una certa varietà di fonti. Erano problemi pratici, di routine, paragonabili a quelli di un vinaio che vuole sapere la forma più economica di giara nella quale commerciare una certa quantità di vino o a quelli di un agricoltore che deve decidere la miscela migliore di cereali per una determinata zona nei differenti periodi dell’anno.

Erano solo un’eco lontana dei giorni in cui i suoi antenati erano stati incaricati di ben altri compiti, come misurare la vastità del cosmo, eppure Lain aveva cominciato a sospettare che da qualche parte, nel cuore di quei banali indovinelli commerciali, si nascondesse un concetto le cui implicazioni erano più universali degli enigmi di astronomia. C’era sempre una quantità il cui valore era dettato dai cambi in un’altra quantità, e il problema era quello di trovare un equilibrio ottimale. Le soluzioni tradizionali prevedevano di fare numerose approssimazioni o di tracciare vertici su un grafico, ma una piccola voce nella testa di Lain aveva cominciato a sussurrargli qualcosa, e il suo messaggio elettrizzante e agghiacciante era che poteva esserci un modo per arrivare, con qualche tratto di penna, a una soluzione algebricamente precisa. Era qualcosa che aveva a che fare con la nozione matematica di limite, con l’idea che…

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