Bob Shaw - Sfida al cielo

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Sfida al cielo: краткое содержание, описание и аннотация

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Un pianeta su cui si è sviluppata una società avventurosa ma arretrata, spinta da una grande sete di conoscenza ma dotata di una tecnologia elementare e proprio per questo ancora più eroica. Un ambiente duro e ostile da cui si può evadere solo fuggendo verso l’ignoto, nello spazio: sono le premesse da cui parte Bob Shaw per costruire un romanzo di avventure i cui protagonisti sono astronauti che volano su navi di legno ed esploratori dell’ignoto disposti a muoversi fra i mondi con poco più di una caravella. In condizioni simili non c’è da stupirsi che i pericoli del viaggio si moltiplichino per mille e le incognite dell’arrivo siano ancora più tremende. Ma cosa ha da perdere chi non ha nulla da perdere? Non è esagerato dire che in questa saga di un futuro “diverso” Shaw sia riuscito a darci tutti gli elementi di un originale racconto epico.

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Sdraiato sulle trapunte nella pace sommessa del primo mattino, guardava Gesalla impegnata nelle faccende di cui aveva deciso di occuparsi, e sentiva una grande ammirazione per il suo coraggio e per la sua intelligenza. Non avrebbe mai capito com’era riuscita a issarlo in sella al blucorno di Leddravohr, a caricarlo di provviste prese dalla navicella e a condurlo a piedi per molte miglia prima di trovare la caverna. Sarebbe stata un’impresa notevole anche per un uomo, ma per una donna così minuta, affrontare un pianeta sconosciuto e tutti i suoi possibili pericoli da sola, era stato veramente eccezionale.

“Gesalla è una donna veramente eccezionale”, pensò Toller. “Quindi quanto ci metterà a rendersi conto che non ho alcuna intenzione di portarla fuori nella foresta?”

Toller si era reso conto dell’assoluta inattuabilità del suo piano, dopo che aveva riacquistato il raziocinio. Senza un bambino a cui badare sarebbe stato ancora pensabile, per due adulti, condurre un qualche tipo di esistenza da fuggitivi nelle foreste di Sopramondo, ma se Gesalla non era già incinta, certamente avrebbe fatto il possibile per esserlo al più presto.

Dopo un po’, Toller aveva capito che il problema conteneva anche la sua soluzione. Con Leddravohr morto, sarebbe diventato Re il principe Pouche, un uomo freddo e immune da qualsiasi passione, che si sarebbe uniformato alla tradizionale clemenza di Kolcorron verso le donne incinte, specialmente perché solo Leddravohr avrebbe potuto testimoniare sul fatto che Gesalla aveva usato il cannone contro di lui.

Il compito che aveva di fronte, decise Toller mentre faceva del suo meglio per ignorare il bagliore dell’unica testarda lanterna degli abitanti di Sopramondo nel mucchio di detriti, era di mantenere in vita Gesalla fino a quando non fosse stata inequivocabilmente in attesa di un bimbo. Un centinaio di giorni gli erano sembrati un periodo ragionevole, ma il fatto stesso di porsi un termine aveva in qualche modo aumentato ed aggravato il suo disagio per il veloce scorrere del tempo. Come avrebbe trovato il giusto equilibrio tra il partire presto potendo però viaggiare solo lentamente, e l’aspettare di essere in forza, quando anche la velocità di un cervo poteva rivelarsi troppo lenta?

— Che cosa stai rimuginando? — chiese Gesalla togliendo dal fuoco la pentola che bolliva.

— Pensavo a te, e ai preparativi per muoverci in mattinata.

— Te l’ho detto, non sei pronto. — Si inginocchiò vicino a lui per controllare le fasciature e il tocco delle sue mani gli mandò una fitta di piacere giù fino all’inguine.

— Penso che un’altra parte di me stia iniziando a rimettersi — disse.

— Quella è un’altra cosa per la quale non sei pronto. — Lei sorrise tamponandogli la fronte con un panno umido. — Puoi avere un po’ di stufato, invece.

— Bel sostituto — brontolò lui, facendo un infruttuoso tentativo di carezzarle i seni mentre lei sgusciava via. Il movimento del braccio, per quanto leggero, gli provocò un acuto dolore al fianco e gli fece pensare a come se la sarebbe cavata se avesse tentato di salire in groppa a un blucorno.

Seppellì quella preoccupazione in fondo ai suoi pensieri e guardò Gesalla mentre preparava una semplice colazione. Lei aveva trovato una pietra piatta e leggermente concava da usare come braciere.Mescolando in quella cavità piccole schegge di pikonio e alvelio prese dalla nave, era riuscita a creare una fonte di calore senza fumo, che non avrebbe tradito la loro presenza. Quando ebbe finito di scaldare lo stufato, una densa mistura di grano, legumi e pezzi di carne salata, gliene portò un piatto e gli permise di mangiare da solo.

Toller aveva notato con un certo divertimento che, in omaggio alla vecchia Gesalla che pensava di aver conosciuto, fra le cose essenziali che lei aveva recuperato dalla navicella c’erano piatti e stoviglieria. Trovava un che di stridente a mangiare in quelle condizioni, con comuni oggetti domestici, nell’estraneità di un mondo vergine, mentre il romanticismo che avrebbe potuto permeare quel rito veniva cancellato dalle incertezze e dal pericolo.

Toller non aveva veramente fame, ma mangiò diligentemente deciso a recuperare le forze più in fretta possibile. A parte gli occasionali sbuffi del blucorno legato fuori, gli unici rumori che raggiungevano la caverna erano i continui echi delle scariche di polline dei brakka. La frequenza delle esplosioni indicava che c’erano moltissimi brakka in quella regione e riportava a una precedente domanda di Gesalla: se le altre forme di piante di Sopramondo erano sconosciute su Mondo, come mai i due pianeti avevano in comune il brakka?

Gesalla aveva raccolto manciate d’erba, foglie, fiori e bacche per un esame generale, e con la sola eccezione dell’erba, sulla quale soltanto un botanico avrebbe potuto dare un giudizio, tutto il resto aveva in comune una totale estraneità. Toller aveva ribadito la sua convinzione che il brakka fosse una forma di vita universale, capace di allignare su qualsiasi pianeta, e sebbene non fosse abituato a un certo tipo di riflessioni, trovava nella sua stessa idea qualcosa d’importante che però gli sfuggiva e avrebbe desiderato che ci fosse ancora Lain cui chiedere lumi.

— C’è un altro ptertha — disse Gesalla. — Anzi! Ne vedo sette o otto, che vanno verso l’acqua.

Toller guardò nella direzione che lei stava indicando e faticò non poco a cogliere i riflessi dei globi, incolori e quasi invisibili. Si stavano spostando lentamente giù per la collina, nel flusso d’aria fredda che la notte calava sul pianeta.

— Sei più brava di me a scoprirli — ammise onestamente. — Quello di ieri mi era quasi addosso prima che lo vedessi.

Il ptertha si era insinuato nella caverna poco dopo la piccola notte del giorno precedente, ed era arrivato a meno di dieci passi dal letto di Toller. Nonostante quello che aveva imparato da Lain, la sua vicinanza gli aveva ispirato quasi lo stesso terrore che avrebbe provato su Mondo, e se fosse stato in grado di muoversi probabilmente gli avrebbe scagliato contro la spada. Il globo era rimasto sospeso lì vicino per un paio di secondi prima di andarsene tranquillamente giù per la collina in una serie di lenti rimbalzi.

— La tua faccia era un capolavoro! — disse Gesalla smettendo di mangiare per fare la parodia di un’espressione di paura.

— Mi è appena venuta in mente una cosa — l’interruppe Toller — abbiamo qualcosa per scrivere?

— No, perché?

— Tu ed io siamo le uniche persone su Sopramondo che sanno che cos’ha scritto Lain sui ptertha; magari avessi pensato a parlarne a Chakkel! Tutte quelle ore insieme sulla nave e non gliene ho neanche accennato!

— Tu non sapevi che ci sarebbero stati brakka e ptertha qui. Pensavi di esserti lasciato tutto alle spalle.

Toller fu preso da una nuova e più grande urgenza, che non aveva niente a che fare con le sue aspirazioni personali.

— Ascolta Gesalla, questa è la cosa più importante che tu ed io avremo mai l’opportunità di fare. Devi assicurarti che Pouche e Chakkel sappiano e capiscano le teorie di Lain. Se lasciamo in pace gli alberi di brakka, a vivere e a morire naturalmente, i ptertha non diventeranno mai nostri nemici. Anche abbatterne pochi come a Chamteth dev’essere troppo, perché i ptertha, lì, erano diventati rosa e quello è segno che… — Smise di parlare vedendo che Gesalla lo stava fissando con un’espressione mista di preoccupazione ed accusa.

— C’è qualcosa che non va?

— Tu hai detto che io devo assicurarmi che Pouche e… — Gesalla depose il suo piatto e andò a inginocchiarsi al suo fianco. — Cosa ci succederà, Toller?

Lui simulò una risata e gli inevitabili effetti di dolore, cercando di guadagnar tempo per rimediare al suo passo falso.

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