«Ma se si fosse ucciso o se avesse ucciso qualcuno di noi?»
«Non avrebbe fatto né una cosa né l’altra.»
«Lo dite adesso. Ma in quel momento, quando impugnava la rivoltella…»
«No» disse Boardman «te l’avevo detto anche prima che avremmo fatto leva sul suo senso dell’onore. Era quello che dovevamo risvegliare in lui. E tu l’hai fatto. Guardami, eccomi qui: l’agente brutale di una società brutale e amorale, no? Sono l’incarnazione di tutte le peggiori teorie di Muller sull’umanità. Perché dovrebbe aiutare un branco di lupi? Ma ci sei tu, giovane, ingenuo, pieno di speranze e di sogni. Tu gli ricordi l’umanità che lui ha servito, prima che il cinismo lo guastasse. Tu hai dimostrato comprensione, affetto per un tuo simile. Di più, hai dimostrato di essere pronto a compiere un gesto drammatico per amore della giustizia. Hai fatto capire a Muller che si può ancora sperare nell’umanità. Capisci? Sfidando me, nel nome di questi ideali, hai fatto in modo che Muller diventasse arbitro della situazione… non solo della nostra, ma dell’intero consorzio umano. A questo punto lui poteva fare una cosa logica e ammazzarci tutti, oppure una cosa meno logica, e uccidersi. Ma poteva anche compiere un gesto nobile quanto il tuo, un atto spontaneo di rinuncia, che dimostrasse a tutta l’umanità la sua superiorità morale. E questo è proprio quello che ha fatto gettando via l’arma. Tu hai avuto un’importanza capitale in tutto questo: sei stato lo strumento che ci ha permesso di vincere.»
«Detto da voi, sembra tutto così squallido. Come se ogni azione e reazione fosse stata calcolata freddamente, a tavolino.»
Boardman sorrise.
«È così?» chiese Rawlins. «No, è impossibile che abbiate previsto ogni mossa e ogni reazione. Ora che tutto è finito bene volete prendervene il merito. Vi ho osservato, quando gli ho teso la rivoltella: c’erano rabbia e paura nei vostri occhi. Non sapevate che cosa avrebbe fatto Muller. Soltanto dopo, avete pensato di affermare che le cose erano andate secondo i vostri piani. Adesso vedo chiaramente dentro di voi, Boardman!»
«È magnifico sentirsi trasparenti!» disse Boardman.
Uscirono dal labirinto con la massima cautela, ma non corsero seri pericoli.
Una volta fuori si diressero in fretta verso la nave.
A Muller fu assegnata una cabina lontana dagli alloggi dell’equipaggio. Lui tenne un atteggiamento sostenuto e riservato. Spesso un sorriso ironico gli sfiorava le labbra e dallo sguardo traspariva un profondo disprezzo.
Tuttavia faceva tutto quello che gli dicevano di fare. Aveva avuto la sua ora di supremazia: ora non apparteneva più a se stesso.
Hosteen e i suoi uomini completarono in fretta il decollo. Muller rimase quasi sempre nella sua cabina. Boardman andò a trovarlo, solo, disarmato: anche lui sapeva compiere gesti nobili.
Sedettero a un tavolo, uno di fronte all’altro. Muller aspettava, in silenzio, impassibile.
Dopo un istante di silenzio che sembrò eterno, Boardman disse: «Vi sono molto grato, Dick.»
«Risparmiatevi il fiato.»
«Non m’importa che mi disprezziate. Ho fatto il mio dovere. E voi farete il vostro.»
Era molto vicino a Muller, e le emanazioni lo investivano in pieno, ma lui rimase dov’era. Quell’ondata di disperazione lo fece sentire vecchio di mille anni. Il decadimento del corpo, il disfacimento dell’anima, il fuoco che consuma la galassia… l’inverno… il vuoto… le ceneri.
«Quando saremo arrivati» disse Boardman con vivacità «vi sottoporrò a un’istruzione particolareggiata. Poi saprete tutto quello che sappiamo noi sui radio-esseri, anche se, a dire il vero, non è molto. E dopo dovrete arrangiarvi completamente da solo. C’è qualcuno che vorreste rivedere quando attraccheremo vicino alla Terra?»
«No.»
«Posso avvisare in anticipo. Ci sono persone che non hanno mai smesso di amarvi, Dick. Verranno certamente, se glielo chiederò.»
«Avete i muscoli contratti, Charles» disse Muller. «La mia vicinanza vi sconvolge. Vi sentite pulsare il cervello, il petto, le viscere. Siete bianco come un lenzuolo e le guance sono flaccide, cascanti. Lo so che restereste seduto lì anche se doveste crepare, perché è nel vostro stile, ma è un inferno per voi. Se sulla Terra c’è davvero qualcuno che non ha mai smesso di amarmi, il meno che possa fare per lui è di risparmiargli questa tortura. Non voglio vedere nessuno, incontrare nessuno, parlare con nessuno.»
«Come volete» disse Boardman, mentre gocce di sudore gli colavano lungo le guance. «Forse cambierete idea quando sarete vicino alla Terra.»
«Io non sarò mai più vicino alla Terra» disse Muller.
Muller trascorse tre settimane ad assimilare tutto quello che c’era da sapere sui giganteschi esseri extra-galattici. L’avevano alloggiato in un fortino sulla Luna, vicino a Copernico, e lui ci viveva tranquillamente, muovendosi come un robot lungo interminabili corridoi di acciaio grigio, illuminati da forti lampade. Gli mostrarono tutti i cibi disponibili e gli fecero sperimentare ricostruzioni sensorie di ogni genere. Muller ascoltava e non diceva niente.
Tutti si tenevano il più possibile lontani da lui, come avevano fatto durante il viaggio di ritorno da Lemnos. Passavano giornate intere senza che Muller vedesse anima viva. E quando dovevano comunicargli qualcosa, si tenevano a una distanza di dieci metri e più.
Boardman, però, andava da lui puntualmente tre volte alla settimana, e si faceva un dovere di rimanere sempre entro la portata delle radiazioni. Muller trovava quel comportamento assurdo e condannabile. Sembrava che Charles volesse trattarlo con superiorità, sottoponendosi volontariamente e senza alcuna necessità a quella sofferenza. «Se ve ne state lontano mi fate un vero piacere» gli disse alla quinta visita. «Possiamo comunicare per mezzo dello schermo, oppure potreste starvene vicino alla porta.»
«Non m’importa di starvi vicino.»
«Importa a me, però» disse Muller. «Non vi siete mai accorto che il genere umano mi è diventato odioso quanto io sono odioso a lui? Il fetore del vostro corpo grasso, Charles, mi ferisce le narici. Non soltanto voi, Charles, ma anche tutti gli altri. Siete nauseanti. Disgustosi. Non posso neanche guardarvi in faccia. Quei pori, e quelle bocche semiaperte. E le orecchie! Avete mai visto niente di più ripugnante di quella cavità rosea e piena di pieghe? Siete tutti disgustosi!»
«Mi dispiace che la pensiate così.»
Le istruzioni continuarono. Dopo una settimana, Muller era già pronto per partire, ma prima vollero che considerasse tutti i dati immagazzinati nel cervello elettronico. Lui ascoltava, impaziente. Una sfumatura della sua antica personalità era ancora viva, e Muller riusciva a provare per quel viaggio il gusto di un’avventura affascinante.
Voleva andare. Voleva sentirsi utile come un tempo. Voleva farsi onore.
Finalmente gli diedero il permesso di partire.
Dalla Luna lo trasportarono, con una navetta a propulsione ionica, fino a un punto esterno all’orbita di Marte, dove lo trasbordarono su una nave già programmata per lanciarlo al limite della galassia. Solo. Assolutamente solo.
Dalla cabina della sua nave, vide i tecnici fluttuare nello spazio e prepararsi a recidere i cavi. Poi tornarono alla loro nave, e sentì la voce di Boardman che inviava l’ultimo messaggio, un discorso nobile e ispirato, che lo esortava a compiere coraggiosamente il suo dovere per il bene dell’umanità, eccetera, eccetera.
Muller ringraziò urbanamente, poi la linea di comunicazione fu interrotta.
Pochi minuti dopo, Muller entrò in iperpropulsione.
Le creature sconosciute si erano impossessate di tre sistemi solari alla periferia della galassia, e in ciascuno di questi c’erano due pianeti che erano stati colonizzati dai Terrestri.
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