La stazione di Shangri-la, apparentemente immutata, era davanti a lui: tre blocchi rettangolari, di dimensioni diverse, in scintillante plastica scura, una cupa ziggurat che si innalzava sulla riva occidentale della stretta gola attraverso cui scorreva il fiume. Il giardino di piante tropicali, piantato da un capo settore almeno quarant’anni prima, sembrava ben curato. Su ogni terrazza dell’edificio c’era una veranda che guardava sul fiume, e anche queste erano adorne di piante. Gundersen sentì la gola diventargli secca, le reni irrigidirsi. Disse a Srin’gahar: — Quanto tempo possiamo fermarci qui?
— Quanto tempo desideri fermarti?
— Un giorno, due… non so ancora. Dipende dall’accoglienza che riceverò.
— Non siamo molto in ritardo. I miei amici e io ci accamperemo nella macchia. Quando sarà il momento per te di ripartire, vieni da noi.
I nildor si addentrarono lentamente fra le ombre. Gundersen si avvicinò alla stazione. All’ingresso del giardino si fermò. Gli alberi erano contorti e piegati, con lunghe fronde simili a piume grigie, penzolanti; la flora delle terre alte era diversa da quella del sud, anche se l’estate perpetua regnava lì come nei veri tropici che si erano lasciati alle spalle. Delle luci brillavano dentro la stazione. Tutto sembrava sorprendentemente in ordine, all’esterno; il contrasto con le rovine della stazione dei serpenti e l’incubo della stazione dei fungoidi era netto. Neppure il giardino dell’hotel era così ben tenuto. Quattro file ordinate di candele di foresta, rosee e dall’aspetto osceno, correvano lungo il vialetto che portava all’edificio. Alberi di fiori-globo, sottili e imponenti, carichi di frutti giganteschi, formavano delle piccole macchie, a destra e a sinistra. C’erano alberi di hullygully e di fruttamara: piante esotiche, lì, importate dagli umidi tropici equatoriali, e imponenti fiorispada in piena fioritura, che alzavano i loro lunghi stami rilucenti verso il cielo. Eleganti viticci di edera luccicante e di spiceburr strisciavano sul terreno, ma non a casaccio. Gundersen fece qualche passo e sentì il sospiro lieve e triste di un cespuglio di sensifronia, le cui foglie coperte di una delicata peluria si ritirarono mentre passava, per tornare cautamente ad aprirsi quando si fu allontanato, richiudendosi di nuovo quando si voltò a gettare loro un’occhiata. Altri due passi e trovò un albero basso, il cui nome non riusciva a ricordare, con lucide foglie rosse dotate di ali, che si alzarono in volo, abbandonando i loro steli delicati; immediatamente le loro sostitute cominciarono a crescere. Il giardino era magico. Ma c’erano delle sorprese. Al di là dell’edera luccicante scoprì un tratto a forma di mezzaluna di muschio tigre, la pianta carnivora nativa dell’altopiano centrale. Il muschio era stato trapiantato in altre parti del pianeta (ce n’era un’aiuola che cresceva fuori controllo all’hotel sulla costa), ma Gundersen ricordava che Seena lo detestava, così come tutti gli altri prodotti di quel minaccioso altopiano. Peggio ancora, seguendo con lo sguardo le foglie volanti, Gundersen vide grandi masse di tremolante gelatina, attraversate di fibre neurali blu e rosse, che penzolavano da parecchi degli alberi più grandi: altre piante carnivore, anch’esse native dell’altopiano centrale. Cosa ci facevano quelle cose sinistre nel giardino incantato? Un momento dopo ebbe una terza prova che il terrore di Seena per l’altopiano era svanito: una delle grassocce creature simili a lontre, che li avevano perseguitati durante l’atterraggio di fortuna sull’altopiano, gli attraversò la strada. Si fermò un attimo, il naso che vibrava, le abili zampette alzate, cercando qualcosa da afferrare. Gundersen sibilò minacciosamente, e la creatura sparì fra i cespugli.
Una massiccia figura a due gambe emerse da un angolo in ombra e gli bloccò il cammino. Gundersen pensò per un attimo che fosse un sulidor, poi si rese conto che era soltanto un robot, probabilmente un giardiniere. Disse con voce risonante: — Uomo, perché siete qui?
— Sono un visitatore. Un viaggiatore che cerca rifugio per la notte.
— La donna vi aspetta?
— Sono sicuro di no. Ma sarà lieta di vedermi. Ditele che è arrivato Edmund Gundersen.
Il robot lo scrutò con attenzione. — Glielo riferirò. Restate dove siete e non toccate nulla.
Gundersen aspettò. Passò un lasso di tempo che gli parve troppo lungo. Il crepuscolo scivolò verso la notte, e apparve una luna. Alcuni degli alberi nel giardino divennero luminosi. Un serpente, del genere usato un tempo come fonte di veleno, strisciò silenziosamente attraverso il vialetto, proprio di fronte a Gundersen, e svanì. Il vento cambiò direzione, facendo frusciare le foglie degli alberi e portandogli il mormorio di una conversazione di nildor, da qualche punto non molto lontano dalla riva del fiume.
Poi il robot tornò e disse: — La donna vi vedrà. Seguite il vialetto ed entrate nella stazione.
Gundersen salì i gradini. Sul portico dell’ingresso delle piante sconosciute, in vaso, sparse qua e là, come in attesa di essere trapiantate nel giardino. Parecchie di esse agitarono dei viticci verso di lui, o fecero la peggiore delle luci destinate ad attirare fatalmente vicino delle prede curiose. Entrò e, non vedendo nessuno al piano terreno, afferrò una scala a spira penzolante e si lasciò trasportare alla prima veranda. Osservò che la stazione era mantenuta con la stessa impeccabile cura fuori che dentro: ogni superficie era pulita e splendente, i murali decorativi non apparivano sbiaditi, i manufatti provenienti da molti mondi erano a posto nelle loro nicchie. La stazione era sempre stata un fiore all’occhiello, ma fu stupito di trovarla ancora così elegante, in quegli anni in cui la presenza della Terra su Belzagor era in decadenza.
— Seena? — chiamò.
La trovò sola sulla veranda, appoggiata alla balaustra. Alla luce delle due lune vide il solco profondo fra le natiche, e pensò che avesse scelto di incontrarlo nuda; ma mentre si voltava verso di lui si rese conto che uno strano abito copriva la parte anteriore del suo corpo. Era una sostanza pallida e gelatinosa, priva di forma, color porpora, con l’aspetto traslucido che, immaginava, potesse avere un’ameba. La massa centrale le abbracciava la pancia e i lombi, lasciandole nude le anche e le cosce; anche il seno sinistro era nudo, mentre un largo pseudopodo si stendeva su quello destro. Gundersen poteva vedere chiaramente l’occhio rosso del capezzolo coperto, e la piccola concavità dell’ombelico. Doveva essere anche viva, in un certo grado, perché cominciò a fluire, apparentemente di propria volontà, emettendo pigri filamenti che le circondarono la coscia sinistra e l’anca destra.
La repellente bizzarria di quell’abito lo lasciò stupefatto. A parte quello, sembrava la Seena di sempre, solo un po’ ingrassata, i seni più pesanti, le anche più larghe. Ma era sempre una bella donna, nell’ultimo fiore della giovinezza. Ma la Seena di un tempo non avrebbe mai permesso a quella cosa aliena di toccarle la pelle.
Lei lo guardò con calma. I lucidi capelli neri le scendevano sulle spalle, come in passato. La faccia era priva di rughe. Lo fissava senza vergogna, i piedi fermamente piantati a terra, le braccia abbandonate lungo i fianchi, la testa alta. — Credevo che non saresti più tornato qui, Edmund — disse. La sua voce si era fatta più profonda, indicando un approfondimento interiore, anche. Quando la conosceva lui, tendeva a parlare troppo in fretta, in tono nervosamente alto; adesso, calma e perfettamente posata, parlava con la ricca risonanza di un violoncello. — Perché sei tornato? — chiese.
— È una storia lunga, Seena. Non riesco neppure io a capirla bene. Posso fermarmi qui questa notte?
— Naturalmente! Era inutile chiederlo.
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