Clifford Simak - Pescatore di stelle

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L’Uomo vuole raggiungere le Stelle, ma non con mezzi tecnici comuni o strabilianti astronavi, bensì mediante una forma superiore di telecinetica, capace di proiettare la mente e quindi il corpo negli spazi infiniti. Il lettore compirà con la fantasia un viaggio che contempla mete raggiungibili soltanto dopo centinaia o migliaia di anni-luce, addentrandosinei misteri della più straordinaria categoria di mutanti, superando i pericoli più insidiosi dell’incomprensione e dell’odio.

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«Immagino,» disse Blaine, «che rovinerebbe gli autotrasportatori e parecchie linee aeree.»

«Lo sa benissimo che succederebbe proprio questo. Non esiste un sistema di trasporti in grado di fare concorrenza a un sistema telecinetico.»

«Mi sembra,» disse Blaine, «che la soluzione sia questa: realizzate anche voi un sistema telecinetico. Avreste potuto farlo già parecchi anni fa. C’è molta gente, al di fuori dell’Amo, che sarebbe in grado di insegnarvi come si fa.»

«Mostri!» disse Dalton, rabbiosamente.

«No, Dalton. Non mostri. Persone del tutto normali, che possiedono i poteri paranormali, grazie ai quali l’Amo è arrivato al punto in cui è arrivato… Proprio quei poteri che lei ammira nell’Amo, ma deplora negli altri.»

«Non ce lo permetteremmo mai,» disse Dalton. «C’è tutta una situazione sociale…»

«Sì, lo so,» disse Blaine. «C’è una situazione sociale. La folla continua a crocifiggerli?»

«Qualche volta,» ammise Dalton, «l’atmosfera morale è piuttosto confusa.»

«L’immaginavo,» disse Blaine.

Dalton si tolse il sigaro dalla bocca e l’osservò con un’espressione di disgusto. Ad una estremità, il sigaro era spento, all’altra sbrindellato. Dopo averlo studiato per un momento, lo gettò ai piedi di una pianta in vaso: cadde tra i rami più bassi e rimase lì, a penzolare oscenamente.

Dalton si appoggiò alla spalliera della poltrona e intrecciò le dita sul ventre, poi levò lo sguardo verso il soffitto.

«Signor Blaine,» disse.

«Sì?».

«Lei è un uomo dotato di grande discernimento e di assoluta integrità: e dimostra la massima impazienza nei confronti delle situazioni confuse. Mi ha messo con le spalle al muro su di un paio di argomenti, e mi è piaciuto il modo in cui c’è riuscito.»

«Servo suo,» disse Blaine, freddamente.

«Quanto la pagano?» «Abbastanza,» disse Blaine.

«Abbastanza non esiste. Non ho mai visto un uomo che…»

«Se sta cercando di comprarmi, vuoi dire che ha perso la ragione.»

«Non sto cercando di comprarla, ma di assicurarmi i suoi servigi. Lei conosce tutti i segreti dell’Amo. Lei conosce un sacco di gente. Come consulente, lei avrebbe un valore inestimabile. Noi saremmo felici di discutere …»

«Mi scusi, signore,» disse Blaine, «ma per lei sarei completamente inutile. Nelle circostanze attuali, non sarei di alcuna utilità, mi creda.»

Perché lui era lì da un’ora: da troppo tempo. Aveva mangiato, e aveva bevuto qualcosa, e aveva parlato con Dalton (anzi, aveva sprecato una quantità di tempo, con Dalton) e adesso doveva andare oltre. Perché la notizia della sua presenza a quella festa sarebbe arrivata fino all’Amo, e prima che ci arrivasse, lui avrebbe dovuto essere lontano.

Si udì un fruscio di stoffa, ed una mano si posò sulla sua spalla.

«Shep,» disse Charline Whittier, «sei stato molto carino a venire.»

Blaine si alzò e si voltò verso di lei.

«Sei stata molto gentile a invitarmi.»

Lei lo guardò socchiudendo gli occhi vivaci, da folletto.

«Ti ho invitato davvero?»

«No,» disse lui. «Siamo sinceri. È stato Freddy che mi ha trascinato qui, sperando che non ti dispiacesse.»

«Sai di essere sempre il benvenuto.» Charline gli serrò le dita sul braccio. «C’è qualcuno che voglio presentarti. Ci scusi, signor Dalton.»

«Certamente,» disse Dalton.

Charline condusse via Blaine.

«Sai,» disse lui, «sei stata piuttosto scortese.»

«Sono venuta a salvarti,» rispose Charline. «Quell’uomo è uno scocciatore tremendo. Non riesco proprio a immaginare come sia capitato qui. Io non l’ho invitato di certo.»

«Ma chi è, esattamente?» chiese Blaine. «Ho paura di non averlo capito.»

Lei scrollò le spalle nude, segnate da un paio di graziose fossette.

«Il capo d’una specie di delegazione commerciale. È qui per piangere con l’Amo che gli ha spezzato il cuore».

«Questo lo ha fatto capire. È inviperito e decisamente infelice.»

«Ma tu non bevi niente!» esclamò Charline.

«Ho appena finito di bere.»

«E hai mangiato qualcosa? Ti diverti? Ho un nuovo dimensino , l’ultima novità…»

«Forse,» disse Blaine. «Forse più tardi.»

«Vai a prenderti ancora da bere,» disse Charline. «Devo salutare altri ospiti. Cosa ne diresti di fermarti anche dopo? Sono settimane che non ci vedevamo.»

Blaine scosse il capo.

«Mi rincresce moltissimo, sinceramente. Sei stata molto gentile a chiedermi di restare.»

«Sarà per un altra volta,» disse lei.

Si mosse per andarsene, ma Blaine tese un braccio per fermarla:

«Charline,» fece, «nessuno ti ha mai detto che sei un tesoro?»

«Nessuno,» rispose lei. «Assolutamente nessuno.»

Si alzò in punta di piedi e lo baciò lievemente sulla guancia.

«E adesso và a divertirti,» gli disse.

Blaine la seguì con lo sguardo, mentre si allontanava fra la folla degli invitati.

Dentro di lui, l’essere rosa si agitò, e nel suo agitarsi era implicito un punto interrogativo.

Ancora un pò , gli disse Blaine, mentre osservava la folla. Lasciami continuare ancora un pò. Poi ne parleremo.

E percepì la gratitudine, l’improvviso scondinzolare di riconoscenza per l’essere stato ascoltato e accettato.

Andremo d’accordo , disse Blaine. Dovremo andare d’accordo per forza. Siamo appiccicati l’uno all’altro.

L’essere tornò a raggomitolarsi: Blaine lo sentì raggomitolarsi e lasciare l’iniziativa a lui.

All’inizio si era spaventato, e poteva spaventarsi di nuovo, ma per il momento aveva accettato la situazione: e per quella creatura doveva trattarsi di una situazione particolarmente orripilante, perché quel luogo era immensamente lontano e diverso dal distacco e dalla serenità della stanza azzurra su quel pianeta remoto.

Vagò senza una meta nella sala, evitando il bar, soffermandosi un istante per sbirciare in un’altra sala dove c’era il dimensino nuovo, e infine si diresse verso il vestibolo. Perché adesso doveva proseguire. Prima che spuntasse l’alba, lui doveva essere lontano parecchi chilometri… o ben nascosto.

Evitò qualche gruppetto di gente che spettegolava, e rivolse cenni di saluto ai conoscenti che gli rivolgevano la parola o che lo salutavano da lontano.

Forse gli sarebbe occorso un pò di tempo per trovare una macchina con la chiavetta dell’accensione dimenticata dal guidatore distratto. Poteva anche darsi, e quel pensiero lo colpì con forza brutale, che non riuscisse a trovarne neppure una. E in questo caso, che cosa avrebbe potuto fare? Forse buttarsi fra le colline, e tenersi nascosto là, per un giorno o due, fino a quando fosse riuscito a farsi un’idea chiara. Charline sarebbe stata dispostissima ad aiutarlo, ma era una chiacchierona inguaribile, e per lui sarebbe stato molto meglio non farle sapere niente. Sul momento non gli veniva in mente nessun altro che avrebbe potuto aiutarlo. Qualcuno dei ragazzi dell’Amo sarebbe stato disposto a farlo: ma aiutandolo si sarebbe compromesso, e lui non era ridotto in condizioni così disperate. Naturalmente, c’erano anche molti altri: ma tutti avevano qualche interesse preciso in quella pazzesca rete di intrighi e di petizioni che circondava l’Amo… e non si poteva mai sapere di chi era il caso di fidarsi. Ce n’erano alcuni, di questo si rendeva perfettamente conto, che lo avrebbero venduto senza pensarci due volte, nella speranza di ricavare qualche concessione o qualche vantaggio, magari immaginario.

Raggiunse la porta del vestibolo: e fu come uscire da una foresta fitta in una pianura spazzata dal vento… qui il chiacchiericcio rombante giungeva soltanto come un mormorio, e l’aria sembrava più limpida e molto più pura. Era scomparso il senso di oppressione causato dalla presenza dei corpi e delle menti, e lo strano ritmo pulsante delle chiacchiere oziose e dei pettegolezzi maligni.

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