Clifford Simak - Pescatore di stelle

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L’Uomo vuole raggiungere le Stelle, ma non con mezzi tecnici comuni o strabilianti astronavi, bensì mediante una forma superiore di telecinetica, capace di proiettare la mente e quindi il corpo negli spazi infiniti. Il lettore compirà con la fantasia un viaggio che contempla mete raggiungibili soltanto dopo centinaia o migliaia di anni-luce, addentrandosinei misteri della più straordinaria categoria di mutanti, superando i pericoli più insidiosi dell’incomprensione e dell’odio.

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Grazie , gli disse lui.

Però era un pò strano ringraziarlo, perché faceva parte di lui… era dentro al suo cranio, rifugiato nel suo cervello. Eppure non faceva veramente parte di lui: non ancora. Ma non era più un intruso, non era più un fuggiasco.

La macchina risalì sfrecciando il canyon , e l’aria era pura e fredda, come se fosse stata appena lavata in un limpido torrente di montagna, e il profumo dei pini scendeva fra le pareti di roccia, debole e delicato.

Forse, si disse Blaine, la cosa che stava nel suo cervello aveva agito senza pensare veramente di aiutarlo. Poteva essere stato, piuttosto, un riflesso quasi automatico, un’azione dettata dall’istinto di conservazione. Ma, comunque stessero le cose, aveva salvato anche lui, e non soltanto se stessa. Perché loro due erano un solo essere. Non potevano più agire indipendentemente l’uno all’altro dall’essenza della creatura rosa adagiata su quel pianeta lontano, dal suo doppio che era venuto a vivere con lui… perché la cosa che stava nella sua mente era un’ombra del suo vero io, lontano cinquemila anni luce.

«Avuto fastidi?» chiese Harriet, laconica.

«Ho trovato Freddy.»

«Vuoi dire Freddy Bates?»

«Lui è l’unico, vero Freddy.»

«Quella nullità?»

«La tua nullità,» disse Blaine, «aveva in tasca una pistola, e gli occhi iniettati di sangue.»

«Vuoi dire…»

«Harriet,» disse Blaine, «questa faccenda sta diventando pericolosa. Perché non mi fai scendere…»

«Neanche per sogno,» disse Harriet. «Non mi sono mai divertita tanto in vita mia.»

«Non puoi andare da nessuna parte. Fra poco la strada finisce.»

«Shep, magari a guardarmi non ti sembrerà possibile, ma io sono intelligente. E intellettuale. Leggo parecchio, e mi piace soprattutto la storia. La storia delle battaglie, in particolare: specialmente se c’è un bel mucchio di piantine di battaglie da osservare.»

«E allora?»

«E allora ho scoperto una cosa. È sempre una buona idea tenere pronta una linea di ritirata.»

«Ma su questa strada è impossibile.»

«Proprio su questa strada,» disse lei.

Blaine girò la testa e guardò il profilo di Harriet: e non sembrava per niente adatta alla sua parte, non sembrava la giornalista abile e decisa che era in realtà. Non era una redattrice di cronache mondane, né una specialista di storie strappalagrime, né di pettegolezzi dell’alta società: era una tra i migliori giornalisti specializzati nelle faccende dell’Amo e lavorava per uno dei principali quotidiani dell’America settentrionale.

Eppure era chic , pensò, come una indossatrice. Chic senza essere ossuta e vacua come le indossatrici, e con un’aria di tranquilla sicurezza che in qualunque altra donna sarebbe apparsa presunzione.

Blaine era certo che lei sapeva tutto quello che era possibile sapere sul conto dell’Amo. Scriveva da un punto di vista stranamente obiettivo, quasi distaccato, si poteva dire: ma anche nell’atmosfera rarefatta della prosa giornalistica riusciva a inserire un piacevole senso di calore umano.

E, tutto considerato, che cosa ci faceva, lì?

Era un’amica, naturalmente. Blaine la conosceva da anni; più o meno da quando lei era arrivata in città, ed erano andati a cena in quel piccolo locale dove c’era una vecchia fioraia cieca che vendeva rose. Lui le aveva offerto una rosa, lo ricordava ancora, e lei, perché era tanto lontana da casa e si sentiva sola, aveva pianto un pò. Ma, si disse, probabilmente da allora non aveva più pianto.

Era strano, pensò: ma era tutto strano. Anche l’Amo era un incubo dei tempi moderni che il mondo esterno, dopo un secolo, non aveva ancora accettato.

Si chiese come doveva essere stato, un secolo prima, quando gli scienziati si erano finalmente arresi, quando avevano riconosciuto che l’Uomo non era fatto per lo spazio. E tutti quegli anni erano andati perduti, e tutti i sogni erano vani, e l’Uomo si era trovato chiuso nel suo piccolo vicolo cieco planetario. Allora gli dèi erano caduti, e l’Uomo, nel segreto della propria mente, aveva capito che, dopo tutti quegli anni di affanni e di desideri, non aveva ottenuto altro che ordigni.

La speranza era crollata, e i sogni s’erano dissolti, e la trappola s’era chiusa… ma il desiderio dello spazio aveva rifiutato di morire. Perché c’era un gruppo di uomini molto ostinati che aveva preso un’altra strada… una strada che l’Uomo aveva ignorato o abbandonato, molti anni prima, e che da quei tempi era stata derisa e condannata con il nome di magia.

Perché la magia era una cosa puerile: era una favola da vecchie comari; era qualcosa che usciva dai libri per bambini… E nel mondo duro e fragile della strada presa dall’Uomo, era intollerabile. Per credere alla magia bisognava essere matti.

Ma quegli uomini ostinati vi avevano creduto: o almeno avevano creduto nei principi di ciò che il mondo chiamava magia, perché in realtà non era magia, se si usavano le connotazioni che, attraverso gli anni, quella parola aveva finito per assumere. Era piuttosto un principio vero, come i principi che stavano alla base delle scienze fisiche. Ma non era una scienza fisica, era una scienza mentale: riguardava l’uso della mente e l’estensione della mente, anziché l’uso delle mani e le estensioni delle mani.

Da questa ostinazione e da questa fede era nato l’Amo: Amo perché si protendeva a pescare nello spazio. La mente arrivava dove non poteva andare il corpo.

Davanti alla macchina, la strada deviava verso destra, e poi girava verso sinistra, in una curva stretta. Quello era il capolinea: la strada ritornava indietro.

«Tienti forte,» disse Harriet.

Lanciò la macchina fuori strada, la fece risalire lungo il letto sassoso di un torrente che si stendeva ai piedi d’una delle pareti del canyon. I getti d’aria ruggivano, i motori pulsavano e ululavano. I rami degli alberi sfioravano il tetto rotondo, e la macchina si inclinò nettamente, poi si raddrizzò.

«Niente male,» disse Harriet. «Ma ci sono due o tre punti, un pò più avanti, veramente brutti.»

«È questa la linea di ritirata di cui parlavi?»

«Esatto.»

E perché mai, si chiese Blaine, Harriet Quimby aveva bisogno di una linea di ritirata? Stava per domandarglielo, ma poi preferì non farne nulla.

Lei guidava cautamente, avanzando sul letto del torrente asciutto, tenendosi vicina alla parete rocciosa che scendeva a piombo dalle tenebre. Gli uccelli fuggivano svolazzando e strillando dai cespugli, e i rami strusciavano contro la macchina, urlando dalla sofferenza del legno torturato.

La luce dei fari mostrò una curva brusca, con un macigno grande come un pagliaio accostato alla parete di roccia. La macchina rallentò a passo d’uomo, inserì il cofano fra il macigno e la parete, girò, e proseguì verso uno spazio libero.

Harriet spense i getti, e la macchina si calò sul terreno, scricchiolando sulla ghiaia del letto del torrente. Il motore si spense, e il silenzio si chiuse su di loro.

«E adesso proseguiamo a piedi?» chiese Blaine.

«No. Aspettiamo un pò. Verranno a cercarci. Se sentissero il motore, capirebbero da che parte siamo andati.»

«Hai intenzione di arrivare fino in cima?»

«Fino in cima,» rispose Harriet.

«Ci sei già stata?» chiese Blaine.

«Parecchie volte,» rispose lei. «Perché sapevo che, se fosse venuto il momento di servirmi di questa linea di ritirata, avrei dovuto servirmene in fretta: non avrei avuto il tempo di decidere, o di tornare indietro. Dovevo conoscere bene la strada.»

«Ma perché, in nome di Dio…»

«Stammi a sentire, Shep. Tu sei nei pasticci. Io ti sto tirando fuori. Non ti basta?»

«Se è così che vuoi, sicuro. Ma stai rischiando parecchio. E non hai nessun bisogno di farlo.»

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