«Ho già rischiato parecchie altre volte. Un buon giornalista rischia, quando è necessario.»
Poteva essere verissimo, pensò Blaine: ma non fino a quel punto. C’era una quantità di giornalisti, che gironzolavano attorno all’Amo, e lui era stato in buoni rapporti con gran parte di loro. Ve n’erano addirittura alcuni che considerava suoi amici. Eppure nessuno di loro, nessuno, tranne Harriet, sarebbe stato disposto a fare quello che stava facendo lei.
Perciò il fatto di essere una giornalista non costituiva una spiegazione. E neppure l’amicizia. Era qualcosa di più, forse qualcosa di molto, molto più importante.
La spiegazione poteva essere questa: Harriet non era soltanto una giornalista: doveva essere anche qualcosa d’altro. Doveva esserci un altro motivo d’interesse, e un motivo molto grosso.
«Una delle volte in cui hai rischiato, per caso hai rischiato per Stone?»
«No 1,» disse lei. «Conosco Stone soltanto di nome.»
Rimasero seduti in macchina, ad ascoltare, e in distanza, nel canyon , si udiva il lieve mormorio dei getti. Il mormorio avvicinò rapidamente, lungo la strada, e Blaine cercò di contare: sembrava che le macchine fossero tre, ma non poteva esserne certo.
Le macchine arrivarono all’anello e si fermarono. Gli uomini scesero, cominciarono ad aggirarsi fra i cespugli, chiamandosi l’un l’altro.
Harriet allungò una mano, e serrò strettamente le dita attorno al braccio di Blaine.
Shep, che cosa hai fatto a Freddy? (Immagine di un teschio sogghignante.)
L’ho messo fuori combattimento, nient’altro.
E aveva una pistola?
Gliel’ho presa (Freddy dentro a una bara, con un sorriso fisso sul volto imbellettato, e un giglio mostruoso infilato tra le mani incrociate).
No. Non così. (Freddy con un occhio gonfio, con il naso che sanguinava, e una quantità di cerotti sulla faccia piena di lividi.)
Rimasero seduti in silenzio, ad ascoltare.
Le grida degli uomini si persero, in lontananza, poi le macchine tornarono ad avviarsi e si mossero lungo la strada.
Andiamo!
Aspettiamo , disse Harriet. Sono arrivate tre macchine, e solo due sono ripartite. C’è n’è ancora una che aspetta (una fila di orecchie in ascolto, protese e deformate nello sforzo di origliare). Sono sicuri che abbiamo preso questa strada. Non sanno dove siamo. Questa è (una trappola aperta, con tante file di denti accuminati). Penseranno che noi crediamo che se ne siano andati e che finiremo per tradirci.
Attesero. Lontano, nel bosco, un procione emise un verso lamentoso e un uccello, disturbato da qualche animale vagabondo, fece udire una protesta assonnata.
C’è un posto , disse Harriet. Un posto dove tu sarai al sicuro. Se vuoi andarci.
Qualunque posto va bene. Non ho scelta.
Sai com’è il mondo esterno?
Ne ho sentito parlare.
In certe città ci sono dei cartelli (un cartello con le parole: PARA, NON RESTARE QUI DOPO IL TRAMONTO ). Sono pieni di pregiudizi e di intolleranza e ci sono (predicatori barbuti, all’antica, che pestavano i pugni sul pulpito: uomini in vestaglia, con maschere sul volto, che impugnavano fruste e corde; persone stravolte, terrorizzate che si nascondevano sotto cespugli simbolici).
Harriet disse, con un filo di voce: «È una vergogna schifosa.»
Sulla strada, la macchina s’era rimessa in moto. L’ascoltarono allontanarsi.
«Hanno desistito, finalmente», disse Harriet. «Può darsi che abbiano lasciato un uomo di guardia, ma dobbiamo correre il rischio».
Riaccese il motore, attivò i getti. Con i fari accesi, la macchina risalì il letto del torrente. Il pendio era sempre più ripido, il torrente sempre più stretto. La macchina superò un dosso, schivando gli arbusti. Incontrarono ancora una parete di roccia, ma questa era sulla loro sinistra. La macchina si insinuò in un crepaccio, sfiorando le rocce che la chiudevano da entrambi i lati e avanzò, lentamente. Poi il crepaccio si aprì, di colpo, e si trovarono su di uno stretto cornicione: sopra di loro c’era la roccia nera, sotto di loro un vuoto ancora più nero. Salirono per tempo interminabile, e il vento divenne gelido e pungente, e finalmente, davanti a loro, si allargò una distesa piatta, inondata dalla luna che scendeva verso occidente.
Harriet fermò la macchina e si accasciò sul sedile.
Blaine accese e si frugò in tasca, cercando un pacchetto di sigarette. Finalmente riuscì a trovarlo: c’era rimasta soltanto una sigaretta, tutta storta e malconcia. La raddrizzò con cura e l’accese. Poi girò attorno alla macchina, e la mise tra le labbra di Harriet.
Lei aspirò il fumo.
«Il confine è dritto davanti a noi,» gli disse. «Prendi tu il volante. Ci sono ancora ottanta chilometri, in aperta campagna. Nessuna difficoltà. V’è un paesino, potremo fermarci per fare colazione».
La folla s’era radunata sulla strada, di fronte al ristorante. Era letteralmente stipata attorno alla macchina di Harriet, e l’osservava attentamente, in un silenzio di morte. Era una folla preoccupante, ma non rumorosa. Incollerita, e forse un pò spaventata, forse sull’orlo del terrore. E probabilmente incollerita proprio perché era spaventata.
Blaine si addossò al muro del ristorante dove, pochi attimi prima, avevano finito di fare colazione. E.non c’era niente che non andava nella colazione: tutto regolare. Nessuno aveva detto niente. Nessuno li aveva guardati con eccessiva attenzione. Era stato tutto normale, molto ovvio.
«Come avranno fatto a capire?» chiese Blaine.
«Non so,» disse Harriet.
«Ma hanno tolto il cartello.»
«O forse è caduto da solo. Forse non lo hanno mai messo. In certi paesi non lo fanno. Ci vuole uno spirito bellicoso, per mettere un cartello.»
«Ma quei tipi mi sembrano abbastanza bellicosi.»
«Può darsi che non ce l’abbiano con noi.»
«Può darsi,» disse Blaine. Ma non c’era nessun altro, non c’era null’altro che poteva costituire l’oggetto della loro ospitalità.
Stammi bene a sentire, Shep. Se succede qualcosa. Se dovessimo separarci. Vai nel Sud Dakota. A Pierre, nel Sud Dakota (pianta degli Stati Uniti, con Pierre contrassegnata da una stella, e il nome a grandi lettere rosse e una strada stretta che portava da quel paesetto di confine fino alla città sulle rive del grande Missouri).
La conosco , disse Blaine.
Chiedi di me a questo ristorante (la faccia d’una casa, tutta in pietra, con le grandi finestre, e una sella ornatissima, guarnita d’argento appesa come insegna, un paio di magnifiche corna d’alce fissato sopra l’ingresso). È sulla collina, affacciato sul fiume. Lì mi conoscono quasi tutti. Ti diranno dove trovarmi.
Ma non ci separeremo.
Se dovessimo separarci, tieni a mente quello che ti ho detto.
Certo , disse Blaine. Mi hai tirato fuori da questo pasticcio. Mi fido completamente di te.
La folla stava incominciando a ribollire… non si muoveva, ma cominciava a fremere, cominciava a diventare inquieta, come se schiumasse poco a poco. E si levò un mormorio, un mormorio risentito e ringhioso, senza parole.
Una vecchia megera fendette la folla e venne in mezzo alla strada. Era davvero vecchissima. Ciò che si poteva scorgere, di lei, la testa, le mani, i piedi nudi e infangati, era una massa di rughe. Aveva i capelli d’un bianco sporco, spettinati, che penzolavano a ciocche sfatte tutto intorno alla testa.
Alzò un braccio debole, da cui i muscoli flaccidi pendevano come borse oscene, e puntò un dito ossuto, nodoso e tremante proprio contro Blaine.
«È lui» gridò. «È lui, quello che ho scoperto. C’è qualcosa di strano, in lui. Non si riesce a entrargli nel cervello. È come uno specchio lucido. È…»
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