Clifford Simak - Pescatore di stelle

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L’Uomo vuole raggiungere le Stelle, ma non con mezzi tecnici comuni o strabilianti astronavi, bensì mediante una forma superiore di telecinetica, capace di proiettare la mente e quindi il corpo negli spazi infiniti. Il lettore compirà con la fantasia un viaggio che contempla mete raggiungibili soltanto dopo centinaia o migliaia di anni-luce, addentrandosinei misteri della più straordinaria categoria di mutanti, superando i pericoli più insidiosi dell’incomprensione e dell’odio.

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Si alzò dalla piccola branda che aveva la coperta sudicia, e si accostò alla finestra, guardò fuori. Vide la strada arroventata dal sole, gli alberi sparuti che si reggevano a stento, le case tristi e squallide ed i negozi altrettanto miserabili, poche macchine scassate parcheggiate lungo il marciapiedi, e alcune erano così antiche che avevano ancora le ruote, mosse da motori a scoppio. Sui gradini che portavano all’ingresso dei negozi sedevano alcuni uomini: masticavano tabacco e sputavano sul marciapiede, creando minuscole pozzanghere di liquido ambrato e appiccicoso che sembravano vecchie macchie di sangue. Se ne stavano seduti là, languidamente, a masticare tabacco, e di tanto in tanto si scambiavano qualche parola, senza guardare il tribunale, senza guardare in nessuna direzione particolare: ma nel loro atteggiamento mortalmente ozioso c’era una disinvoltura forzata.

In realtà sorvegliavano il tribunale, Blaine lo capiva. Sorvegliavano lui: l’uomo che aveva uno specchio nella mente. La mente, aveva detto la vecchia Sara allo sceriffo, ti riflette.

Ed era questo, ciò che aveva visto Kirby Rand, era questo che lo aveva messo sull’avviso e che aveva scatenato l’Amo. E questo significava che Rand, anche se non era capace di leggere nelle menti altrui, per lo meno era in grado di distinguerle. Non una spia, ma uno scopritore. Tuttavia, pensò Blaine, non aveva poi molta importanza che Rand fosse una spia od uno scopritore, perché una spia non sarebbe riuscita a leggere molto, in una mente che rifletteva come uno specchio.

E questo significava, pensò Blaine, che lui portava nella mente qualcosa che brillava come un faro, per chiunque fosse in grado di percepirla. Non sarebbe stato al sicuro in nessun posto: non poteva nascondersi da nessuna parte. Avrebbe richiamato l’attenzione di tutte le spie, di tutti gli scopritori, di tutti i segugi che fossero capitati dalle sue parti.

E prima non era stato così. Di questo era assolutamente certo. Qualcuno ne avrebbe parlato, e forse la cosa sarebbe figurata addirittura nel suo profilo psichico.

Tu. disse alla cosa che si nascondeva dentro la sua mente, vieni fuori?

L’essere dimenò la coda. Si agitava come un cane felice, e non uscì.

Blaine ritornò alla sua branda, sedette.

Harriet sarebbe ritornata per portargli aiuto. O magari lo sceriffo lo avrebbe lasciato andare prima, appena non ci fosse stato più pencolo. Ma lo sceriffo non era tenuto a rilasciarlo, perché aveva buoni motivi per trattenerlo… il possesso di un’arma, senza licenza.

Socio , disse al suo compagno, può darsi che tocchi di nuovo a te. Può darsi che abbiamo bisogno di un altro trucco.

Perché l’essere nella sua mente aveva tirato fuori un trucco… un trucco che aveva a che fare con il tempo. O con il metabolismo? Non poteva stabilirlo con certezza: forse si era mosso più rapidamente del solito, o forse il tempo aveva rallentato per tutti, tranne che per lui.

E quando fosse riuscito ad andarsene, che cosa avrebbe dovuto fare?

Andare nel Sud Dakota, come gli aveva detto Harriet?

Tanto valeva tentare, si disse, perché non aveva altri progetti. Non aveva avuto il tempo di fare progetti. Era stato troppo occupato a sfuggire alle grinfie dell’Amo. Molti anni prima, si disse, avrebbe dovuto pensare a predisporre un piano: ma allora sembrava un’eventualità troppo remota. Gli era sembrato che a lui non potesse mai capitare niente del genere. E quindi adesso era lì, chiuso in una cella di un paesino di cui non conosceva neppure il nome, con solo quindici dollari, per giunta chiusi a chiave nella scrivania dello sceriffo.

Rimase seduto, ad ascoltare una macchina a benzina che avanzava sputacchiando lungo la strada: da qualche parte, un uccello stava cinguettando. E lui era in un pasticcio, ammise: in un maledetto pasticcio.

Gli uomini aspettavano, là fuori, seduti sugli scalini, e si sforzavano di non aver l’aria di tener d’occhio il tribunale, e quella faccenda non gli piaceva per niente.

La porta dell’ufficio dello sceriffo si apri e si richiuse, e vi fu un rumore di passi sul pavimento. Giunse un suono di voci indistinte. Blaine non si sforzò di origliare. A che cosa sarebbe servito? A che cosa sarebbe servito fare qualunque cosa?

Poi il passo deciso dello sceriffo risuonò sul pavimento dell’ufficio e nel corridoio. Blaine alzò la testa nel preciso momento in cui quello si fermava davanti la porta della cella.

«Blaine», disse lo sceriffo. «Il Padre è venuto a vederla».

«Quale padre?»

«Il prete, infedele. Il pastore di questa parrocchia».

«Non riesco a capire», disse Blaine, «perché debba interessarsi di me».

«Lei è un essere umano, sì o no?» fece lo sceriffo. «Lei ha un anima».

«Non lo nego».

Lo sceriffo lo fissò, con un’espressione severa e perplessa.

«Perché non mi ha detto subito che era dell’Amo?»

Blaine alzò le spalle.

«Che differenza avrebbe fatto?»

«Buon Dio, amico», esclamò lo sceriffo, «se la gente di questo paese sapesse che lei è dell’Amo, si precipiterebbe a farla fuori. Possono lasciarsi scappare dalle dita un semplice para, ma non un uomo dell’Amo. Hanno bruciato la Stazione di Scambio, il mese scorso, e il gestore é riuscito a scappare appena in tempo».

«E lei che cosa farebbe», chiese Blaine, «se decidessero di farmi fuori?»

Lo sceriffo si grattò la testa.

«Beh, naturalmente, farei tutto il possibile».

«Mille grazie», disse Blaine. «Immagino che si sia già messo in contatto con l’Amo».

«Li ho avvertiti di venire qui a prenderla. Così mi libero di questo problema».

«Un vero amico», disse Blaine.

Lo sceriffo incominciò a dare segni d’irritazione.

«Ma perché è venuto in questo paese?» domandò, accalorandosi visibilmente. «Questo è un posto tranquillo, pacifico, perbene, fino a quando non compare gente come lei».

«Avevamo fame», disse Blaine. «E c’eravamo fermati per fare colazione».

«Lei ha infilato la testa in un cappio», gli disse lo sceriffo, severamente. «Spero proprio di riuscire a salvarla».

Fece per andarsene, poi si voltò.

«Le manderò il Padre», disse.

IX

Il prete entrò nella cella e rimase immobile, per un attimo, battendo le palpebre nella penombra.

Blaine si alzò.

«Sono lieto che sia venuto», disse. «Posso soltanto farla accomodare sulla branda».

«Va benissimo», disse il prete. «Grazie. Io sono Padre Flanagan, e spero di non disturbare».

«No, affatto», disse Blaine. «Sono lieto di vederla».

Padre Flanagan sedette sull’orlo della branda, gemendo leggermente per lo sforzo. Era un uomo già anziano, piuttosto corpulento, con una faccia bonaria e le mani grinzose, che sembravano deformate dall’artrite.

«Si sieda, figliuolo», disse. «Spero proprio di non disturbarla. L’avverto subito che sono un chiacchierone terribile. Immagino che questo derivi dal fatto d’essere il pastore di un vasto gruppo di persone molto puerili, nonostante la loro età. C’è qualche cosa di cui gradirebbe parlare?»

«Qualunque cosa va bene», disse Blaine. «Eccettuata, se possibile, la religione».

«Lei non è religioso, figliolo?»

«Non particolarmente», rispose Blaine. «Ogni volta che ci penso, mi conforto».

Il vecchio scosse il capo.

«Questi sono tempi senza Dio. Ce ne sono moltissimi, come lei. È un grosso pensiero, per me, e anche per la Santa Madre Chiesa. Sono tempi molto duri per lo spirito, questi, in cui la gente pensa più alla paura del male che alla contemplazione del bene. Si fa un gran parlare di lupi mannari e di incubi e di diavoli, eppure cento anni fa la paura di tutte queste cose era stata spazzata via dalle nostre menti».

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