«Ritengo», disse Padre Flanagan, «che sia inutile addentrarci negli aspetti meccanici. Potrebbe spiegarmi che cosa si prova, ad essere su di un’altra stella».
«Oh», gli disse Blaine, «non è diverso dallo starsene qui seduto vicino a lei. All’inizio… le prime volte, cioè, ci si sente oscenamente nudi, perché si è lì soltanto con la mente, e non con il corpo…»
«E la mente va in giro?»
«Beh, no. Potrebbe farlo, naturalmente, ma non è così che avviene. Di solito si entra nella macchina che si è portata lassù, con noi».
«Una macchina?»
«Una specie di monitor , direi. Raccoglie tutti i dati e li registra su un nastro. Così si ha un panorama completo. Non soltanto quello che si vede… però non è che si veda veramente: si capta. Ma si percepisce tutto, tutto quello che è possibile captare. In teoria, e generalmente anche in pratica, la macchina raccoglie i dati, e la mente è lì soltanto per fornire l’interpretazione».
«E che cosa si vede?» Blaine rise.
«Padre, ci vorrebbe molto più tempo di quanto ne abbiamo a disposizione».
«Niente di simile alla Terra?»
«Non capita molto spesso, perché i pianeti simili alla Terra non sono numerosi. Proporzionalmente, voglio dire. In effetti sono parecchi. Ma noi non ci limitiamo ad andare sui pianeti simili alla Terra. Possiamo andare dovunque, purché vi siano le condizioni che consentono alla macchina di funzionare: e poiché queste macchine sono fatte come sono fatte, questo significa che si può andare più o meno dappertutto…»
«Anche nel cuore di un altro sole?»
«La macchina non potrebbe: verrebbe distrutta. Immagino che la mente potrebbe farlo. Ma nessuno lo ha mai tentato. Che io sappia, almeno».
«E che cosa prova? Che cosa pensa?»
«Osservo», disse Blaine. «È per questo che vado lassù».
«Non ha la sensazione di essere il signore di tutta la creazione? Non ha l’impressione che l’Uomo tenga tutto l’Universo nel cavo della mano?»
«Se lei sta pensando al peccato di orgoglio e di vanità… no, mai. Qualche volta si prova un brivido, sapendo di essere lassù. Spesso si prova un senso di meraviglia: ma è più frequente la perplessità. C’è sempre qualcosa che ci ricorda quanto siamo insignificanti. E qualche volta ci si dimentica addirittura di essere umani. Si è soltanto un nucleo di vita… fratelli di tutto ciò che è esistito e di tutto ciò che esisterà».
«E pensa a Dio?»
«No», disse Blaine. «Non posso dire di averci mai pensato».
«È un vero peccato», disse Padre Flanagan. «È abbastanza spaventoso. Essere lassù, soli…»
«Padre, le ho chiarito subito che non sono molto religioso… non nel senso in cui si intende comunemente. E sono stato assolutamente franco con lei».
«Sì», disse Padre Flanagan.
«E la sua prossima domanda sarà: Un uomo religioso può andare fra le stelle e conservare la fede; può andare lassù e ritornare traboccante di fede; viaggiare fra le stelle gli toglierebbe parte della vera fede che era in lui? In questo caso, debbo pregarla di definire i suoi termini».
«I miei termini?» chiese Padre Flanagan, sbalordito.
«Sì. La fede, tanto per incominciare. Che cosa intende, per fede? La fede è sufficiente, per l’Uomo? Deve accontentarsi della sola fede? Non c’è modo di scoprire la verità? L’atteggiamento della fede, il credere in qualcosa di cui non può esservi altro che una prova filosofica, è il vero segno distintivo del cristiano? Oppure la Chiesa, da molto tempo, avrebbe dovuto…»
Padre Flanagan alzò una mano.
«Figliolo!» esclamò. «Figliolo!»
«Lasci perdere, Padre. Non avrei dovuto dirlo».
Rimasero seduti per un attimo a guardarsi; e nessuno dei due riusciva a comprendere l’altro. Era come se fossero due estranei, due alieni, pensò Blaine. I loro punti di vista erano lontani milioni di chilometri; eppure entrambi erano esseri umani.
«Mi dispiace sinceramente, Padre».
«Non deve dispiacerle. Lo ha detto. Vi sono molti altri che lo credono, o lo pensano, ma non lo dicono mai. Lei, per lo meno, è stato sincero».
Tese la mano, la batté lentamente sul braccio di Blaine.
«Lei è un telepatico?» chiese.
«E un telecinetico. Ma limitato. Molto limitato».
«E questo è tutto?»
«Non lo so. Non ci ho mai pensato».
«Vuol dire che potrebbe avere altre facoltà di cui non è a conoscenza?»
«Vede, Padre, nella PK si ha una certa facoltà mentale. Per prima cosa si fanno le cose più semplici, le cose facili… si è telepatici, telecinetici, chiaroveggenti. Poi si va più avanti… o almeno, c’è qualcuno che va più avanti. Si cresce dopo un certo periodo, mentre altri continuano. Ciascuna di queste facoltà non è separata e indipendente; tutte queste capacità sono semplicemente manifestazioni di una mente nella sua totalità. Sono raggrumate insieme, e la mente funziona come avrebbe dovuto funzionare, fin dal principio, se ne avesse avuto la possibilità».
«E questo non è un male?»
«Certamente. Se usato ingiustamente, questo complesso di facoltà, è un male. Ed è stato usato ingiustamente da moltissime persone, da una quantità di dilettanti che non si sono mai soffermati a riflettere, per cercare di comprendere o di analizzare il potere di cui erano dotati. Ma l’Uomo ha usato ingiustamente anche le sue mani. Ha ucciso, ha rubato…»
«E lei non è uno stregone?»
Blaine provò l’impulso di ridere: la risata gli saliva alla gola, ma non riuscì a ridere. Quel terrore era troppo forte, perché fosse possibile riderne.
«No, Padre, glielo giuro. Non sono uno stregone. E neppure un lupo mannaro. E neppure…»
Il vecchio alzò la mano per interromperlo.
«Adesso siamo pari», dichiarò. «Anch’io ho detto qualcosa che non avrei dovuto dire».
Si rialzò rigidamente dalla branda e tese la mano, con le dita deformate dall’artrite.
«Grazie», disse. «Dio l’assista».
«E lei verrà qui, questa notte?»
«Questa notte?»
«Quando gli abitanti di questo paese verranno a tirarmi fuori di qui per impiccarmi? Oppure preferiscono bruciare i para sul rogo?»
Il viso del vecchio si contrasse in una smorfia di ripugnanza.
«Non deve neppure pensare queste cose. Senza dubbio, non succedono in questo…»
«Hanno bruciato la Stazione di Scambio. E avrebbero ucciso il gestore».
«È stato ingiusto», disse Padre Flanagan. «E io gliel’ho detto. Perché sono sicuro che certuni dei miei parrocchiani hanno preso parte a questa triste azione. Non che fossero i soli, ce n’erano molti altri. Ma avrebbero dovuto comportarsi ben diversamente. Ho lavorato per anni, fra loro, proprio per cercare di prevenire e di impedire queste cose».
Blaine tese la mano e strinse la destra di Padre Flanagan. Le dita deformate dall’artrite si serrarono in una stretta calda e ferma.
«Lo sceriffo è un brav’uomo», disse il prete. «Farà del suo meglio. E io parlerò con alcuni di loro».
«Grazie, Padre».
«Figliolo, ha paura di morire?»
«Non lo so. Spesso ho pensato che non avrei avuto paura. Ma dovrò aspettare e vedere…»
«Deve aver fede».
«Forse l’avrò. Se mai riuscirò a trovarla. Vuol dire una preghiera per me?»
«Dio vegli su di lei. Pregherò per tutto il pomeriggio».
Blaine stava accanto alla finestra e li guardava radunarsi nell’ombra del crepuscolo: non in fretta, ma lentamente, anzi; non sfacciatamente, ma in silenzio, quasi con disinteresse, come se fossero venuti in paese per un’adunanza alla scuola o per una qualsiasi riunione, o per qualche altra funzione sociale perfettamente normale ed ovvia.
Sentiva lo sceriffo aggirarsi tranquillamente nell’ufficio, dall’altra parte del corridoio, e si chiese se anche lo sceriffo lo sapeva… Ma lo sapeva senza dubbio, perché viveva in quel paese da abbastanza tempo per sapere che cosa stavano per fare i suoi compaesani.
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