Clifford Simak - Pescatore di stelle

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L’Uomo vuole raggiungere le Stelle, ma non con mezzi tecnici comuni o strabilianti astronavi, bensì mediante una forma superiore di telecinetica, capace di proiettare la mente e quindi il corpo negli spazi infiniti. Il lettore compirà con la fantasia un viaggio che contempla mete raggiungibili soltanto dopo centinaia o migliaia di anni-luce, addentrandosinei misteri della più straordinaria categoria di mutanti, superando i pericoli più insidiosi dell’incomprensione e dell’odio.

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Era tutto vero, pensò Blaine. Per quanto sembrasse incredibile, era vero, e stava succedendo proprio a lui.

«Muoviti, sporco para,» disse l’uomo che gli stava dietro, e gli diede un pugno tra le spalle.

«Volevi andare da solo,» disse un altro. «Facci vedere come vai da solo.»

Blaine si incamminò, tenendosi eretto, con passo fermo, concentrandosi su ogni passo per non incespicare. Perché non doveva incespicare: non doveva fare niente che lo sminuisse.

C’era ancora una speranza, disse a se stesso. C’era ancora la possibilità che là fuori ci fosse qualcuno dell’Amo, con l’incarico di strapparlo a quella folla. Oppure Harriet aveva potuto trovare qualcuno disposto ad aiutarla, e stava ritornando indietro, o forse era già arrivata. Ma questo, si disse, era del tutto improbabile. Harriet non aveva avuto il tempo necessario, e non poteva avere immaginato che fosse tanto urgente.

Attraversò con passo fermo l’ufficio dello sceriffo, il corridoio che portava alla porta d’ingresso, e i tre uomini che lo scortavano continuavano a stargli addosso.

Qualcuno teneva aperta la porta d’ingresso, con un gesto di beffarda cortesia, per lasciarlo passare.

Lui esitò per un istante, invaso da un’ondata di terrore. Perché, se avesse varcato quella porta, se fosse uscito sugli scalini, se avesse fronteggiato la folla in attesa, allora per lui non ci sarebbe stata più speranza.

«Avanti, sporco bastardo,» ringhiò l’uomo dietro di lui. «Fuori ti aspettano.»

L’uomo gli posò una mano dietro le scapole e lo spinse. Blaine vacillò per un passo o due, poi riprese a camminare con fermezza.

E adesso aveva varcato quella porta, adesso si trovava di fronte alla folla.

Da quella massa di esseri si levò ribollendo un suono animalesco, un suono di odio e di terrore frammischiati, come l’ululare di un branco di lupi su di una pista insanguinata, come il brontolio della tigre che si è stancata di attendere, e nello stesso tempo c’era anche l’uggiolare disperato di un animale braccato da un nemico mortale.

E quelli, pensò Blaine, un pensiero stranamente distaccato che sorse in un angolo della sua mente, quelli erano gli animali braccati. Lì c’era il terrore e l’odio e l’invidia dei non iniziati, la frustrazione di coloro che erano rimasti esclusi, l’intolleranza e la presunzione di coloro che rifiutavano di comprendere, la retroguardia di un ordine antico che difendeva il passo contro le avanguardie del futuro.

Lo avrebbero ucciso come avevano già ucciso molti altri, come ne avrebbero ucciso moltissimi altri: ma il loro destino era già segnato, la battaglia era già stata vinta.

Qualcuno gli diede uno spintone, e lui sdrucciolò sui lisci gradini di pietra. Scivolò, e cadde, e rotolò, e la folla si chiuse attorno a lui. Molte mani si posarono su di lui, molte dita affondarono nei suoi muscoli, e c’era il respiro caldo e fetido, l’odore delle loro bocche che gli soffiava sul volto.

Le mani lo rimisero in piedi, a strattoni, e lo spinsero, sbatacchiandolo, avanti e indietro. Qualcuno gli sferrò un pugno nello stomaco, un altro lo schiaffeggiò con forza, e dal muggito taurino della folla si levò una voce tonante.

«Avanti, sporco para, teletrasportati! Non hai altro da fare! Teletrasportati!»

E quella era la beffa più adatta… perché erano davvero pochissimi coloro che erano in grado di teletrasportare se stessi. C’erano i levitatori che potevano muoversi nell’aria come uccelli, e c’erano molti altri, come Blaine, che erano in grado di teletrasportare piccoli oggetti, ed altri, egualmente come Blaine, che potevano teletrasportare le loro menti a distanza di molti anni-luce, ma con l’aiuto di macchine bizzarre. Ma un vero auto-teletrasportatore, capace di trasferire il proprio corpo da un luogo ad un altro in una frazione di secondo, era difficilissimo trovarlo.

La folla intonò una cantilena beffarda.

«Teletrasportati! Teletrasportati! Teletrasportati, sporco para puzzolente!»

E intanto ridevano della loro spiritosaggine, sghignazzavano dell’ingiuria inflitta alla loro vittima. E non smettevano, neppure per un istante, di colpirlo con le mani e con i piedi.

Sentì qualcosa di tiepido che gli colava lungo il mento, e un labbro era gonfio, e in bocca avvertiva un sapore salato. Lo stomaco gli doleva, le costole erano intorpidite, e pugni e calci continuavano a piovere su di lui.

Poi un’altra voce tonante ruggì, al di sopra di quel baccano.

«Basta! Lasciatelo stare!»

La folla indietreggiò, ma continuò a tenerlo chiuso in un cerchio; e, ritto al centro di quel cerchio umano, Blaine si guardò intorno, e nell’ultima luce fioca del crepuscolo vide gli occhi di ratto che scintillavano, la saliva disseccata sulle labbra, sentì l’odio che saliva ad avvolgerlo come un fetore.

Il cerchio si aprì, e si fecero avanti due uomini: uno era un individuo piccolo ed agitato che poteva essere un contabile o un impiegato, e l’altro un omone massiccio, con una faccia simile al terriccio dove i polli razzolavano per cercare bruchi e vermi. L’omaccione portava una corda arrotolata attorno al braccio, e dalla mano scendeva dondolando un’estremità di quella corda, già annodata in un cappio da carnefice.

I due si fermarono proprio di fronte a Blaine, e l’ometto si girò leggermente, per fronteggiare una parte dello schieramento.

«Amici,» disse, con una voce che avrebbe fatto invidia al direttore d’una impresa di pompe funebri, «dobbiamo comportarci con una certa correttezza e dignità. Non abbiamo nessun rancore personale contro quest’uomo, ma solo contro il sistema e l’abominazione di cui fa parte!»

«Puoi ben dirlo, amico!» gridò entusiasticamente una voce, in fondo alla folla.

L’uomo che aveva la voce da direttore d’una impresa di pompe funebri alzò una mano per intimare silenzio.

«È un triste e solenne dovere,» disse, untuosamente, «che noi dobbiamo compiere: ma è un dovere. Procediamo, di conseguenza, nel modo dovuto.»

«Sicuro!» gridò l’entusiasta. «Avanti, sbrighiamoci! Impicchiamo quel sudicio bastardo!»

L’omaccione si avvicinò a Blaine e sollevò il cappio, lo lasciò ricadere, quasi con delicatezza, al di sopra della sua testa, in modo che gli poggiasse sulle spalle. Poi lo strinse, lentamente, fino a quando aderì al collo.

La corda era nuova e pungente, e bruciava come un ferro arroventato, e l’intorpidimento che aveva invaso il corpo di Blaine fluì via come se fosse acqua, lo lasciò freddo e vuoto e nudo davanti all’eternità.

Mentre tutto questo avveniva, lui si era aggrappato inconsciamente alla convinzione fermissima che non poteva avvenire… che lui non poteva morire in quel modo. Questo poteva accadere agli altri, e accadeva agli altri, ma non a Shepherd Blaine.

E adesso la morte distava soltanto pochi minuti: lo strumento della morte era già sistemato al suo posto. Quegli uomini, quegli uomini che lui non conosceva, quegli uomini che non aveva mai conosciuto, stavano per togliergli la vita.

Cercò di alzare le mani per strappare via la corda, ma le sue braccia non si mossero: pendevano inerti dalle sue spalle. Deglutì, perché stava già provando un senso di soffocamento, lento e doloroso.

E non avevano ancora incominciato ad impiccarlo.

La freddezza del suo io vuoto diventò ancora più fredda, nel brivido di una paura straripante, travolgente… una paura che lo stringeva in pugno, lo teneva rigido e immobile mentre lo congelava completamente. Il sangue, sembrava, aveva smesso di scorrere nelle sue vene. Gli sembrava di non avere più un corpo, e il ghiaccio si accumulava dentro al suo cervello, si sarebbe accumulato fino a quando il suo cranio sarebbe scoppiato.

E da qualche regione remotissima di quel cervello venne la certezza fuggevole che lui non era più un uomo, ma soltanto un animale terrorizzato. Troppo freddo, ancora troppo orgoglioso per piagnucolare, troppo agghiacciato dal terrore per essere in grado di muovere un solo muscolo… incapace di urlare soltanto perché la sua lingua e la sua gola agghiacciate non erano più in condizioni di funzionare.

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