Connie Willis - Strani occhi

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Se avete una bella faccia, o un bel paio di gambe, o un seno rifatto, potete entrare nel grande show del 2000. Se avete umiltà e pazienza potete prestare la vostra bocca — o qualunque altra parte del corpo — agli attori famosi del passato, e partecipare al remke elettronico di un capolavoro del cinema. Ma attenti! A Hollywood non interessano gli attori vivi. La loro specialità sono i fantasmi elettronici e i corpi caldi sono in pericolo…
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1996.

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— Non l’ho fatto “io”.

— Be’, “qualcuno” lo ha fatto. Mayer deve avere chiesto a Vincent o a qualcun altro. Non mi avevi detto che Alis non voleva fare incollare la sua faccia al corpo di un’altra?

— Infatti non voleva. Non vuole — risposi. — Quello non è un copia-e-incolla. È lei. Che balla.

Hedda guardò lo schermo. Un cowboy centrò il pollice di Russ Tamblyn col martello.

— Alis non si venderebbe mai — dissi.

— Per citare un mio amico — disse Hedda — tutti si vendono.

— No. La gente si vende per ottenere quello che vuole. Farsi incollare la faccia sul corpo di un’altra non era quello che Alis voleva. Lei voleva ballare nei film.

— Forse le servivano i soldi. — Hedda riportò gli occhi sullo schermo. Qualcuno assestò un colpo a Howard Keel con un’asse, e Russ Tamblyn gli tirò un pugno.

— Forse ha capito che non poteva avere quel che voleva.

— No. — Io ripensai ad Alis sul marciapiede di Hollywood Boulevard, alla sua espressione decisa. — Tu non capisci. No.

— “Okay” — disse Hedda, in tono conciliante. — Non si è venduta. Quello non è un copia-e-incolla. — Sventolò la mano verso lo schermo. — Allora cos’è? Come ha fatto Alis a finire lì se qualcuno non l’ha incollata?

Howard Keel spinse in un angolo due attaccabrighe, e il fienile crollò, si disintegrò in un rovinio di assi e angoscia. — Non so — risposi.

Per un minuto, restammo tutti e due a guardare il disastro.

— Posso rivedere la scena? — chiese Hedda.

— Fotogramma 25-200, avanti in tempo reale — dissi, e Howard Keel si protese di nuovo a tirare giù Jane Powell. I ballerini riformarono le due file. Ed ecco là Alis che ballava nel film.

— Forse non è lei — disse Hedda. — È per questo che mi hai chiesto di portarti il ridigaine, vero? Perché pensavi fosse colpa dell’alcol.

— La vedi anche tu.

— Lo so. — Hedda aggrottò la fronte. — Però non sono troppo sicura di sapere che faccia abbia. Tutte le volte che l’ho vista ero piuttosto fatta, e lo eri anche tu. E non l’abbiamo vista poi tanto spesso, no?

Quel party, e la volta che Hedda l’aveva mandata a chiedermi i codici di accesso, e l’episodio sullo scivolo. Tutte occasioni memorabili.

— No — dissi.

— Quindi potrebbe essere un’altra che le assomiglia. I suoi capelli sono più scuri, giusto?

— Una parrucca. Parrucca e trucco possono dare un aspetto molto diverso.

— Già — disse Hedda, come se quello provasse qualcosa. — O molto simile. Magari quella tizia ha una parrucca e un trucco che la fanno somigliare ad Alis. Come si chiama l’attrice?

— Virginia Gibson.

— Forse quella Virginia Gibson e Alis si assomigliano. Ha fatto altri film? Intendo Virginia Gibson. Se sì, potremmo guardarli, vedere che faccia ha, e decidere se questa è lei o no. — Mi scrutò preoccupata. — Prima però sarà meglio che lasci fare effetto al ridigaine. Hai già qualche sintomo? Emicrania?

— No.

— Be’, ti verrà tra qualche minuto. — Hedda tolse la coperta dal letto. — Sdraiati. Ti vado a prendere dell’acqua. Il ridigaine è veloce, ma è duro. La miglior cosa, se ci riesci, sarebbe…

— Dormirci sopra — finii per lei.

Hedda arrivò con un bicchiere d’acqua e lo mise sul comodino. — Chiamami se ti vengono le convulsioni e cominci a vedere cose.

— Stando a te, le vedo già.

— Non ho detto questo. Ho solo detto che dovresti controllare quella Virginia Gibson prima di saltare alle conclusioni. “Dopo” che il ridigaine avrà fatto effetto.

— Cioè quando sarò libero dall’alcol quella non somiglierà più ad Alis.

— Cioè quando sarai libero dall’alcol se non altro riuscirai a vederla bene. — Hedda mi puntò gli occhi addosso. — Tu vuoi che sia lei?

— Penso che mi sdraierò — dissi, per spingerla ad andarsene. — Mi fa male la testa. — Sedetti sul letto.

— Comincia ad agire — disse lei, trionfante. — Chiamami se ti serve qualcosa.

— Senz’altro. — Mi sdraiai.

Lei si guardò attorno nella stanza. — Qui dentro non c’è altro alcol, vero?

— A ettolitri. — Gesticolai in direzione dello schermo. — Bottiglie, brocche, fiaschette, bicchieri. Quello che vuoi. Lì dentro c’è tutto.

— Bere servirà solo a farti stare peggio.

— Lo so — dissi, mettendomi la mano sugli occhi. — Convulsioni, elefanti rosa, conigli alti un metro e ottanta, “e lei come sta, signor Wilson?”

— “Chiamami” — disse lei, e finalmente se ne andò.

Aspettai cinque minuti perché tornasse a dirmi di fare pipì, e poi altri cinque perché apparissero serpenti e conigli, o peggio ancora Fred ed Eleanor vestiti di bianco che ballavano fianco a fianco. E intanto pensai a quello che aveva detto Hedda. Se non era un copia-e-incolla, cos’era? E non poteva essere un incollaggio. Hedda non aveva sentito Alis parlare del suo desiderio di ballare nei film. Non l’aveva vista, quella sera in Hollywood Boulevard, quando le avevo offerto l’occasione di farlo. Quella sera avrebbe potuto farsi digitalizzare, essere Ginger Rogers, Ann Miller, chiunque volesse. Persino Eleanor Powell. Perché avrebbe dovuto cambiare idea di colpo e decidere di voler essere una ballerina che nessuno aveva mai sentito nominare? Un’attrice apparsa solo in una manciata di film? Uno dei quali era interpretato da Fred Astaire.

— Siamo vicini “così” al viaggio nel tempo — aveva detto il dirigente, con pollice e indice che quasi si toccavano.

E se Alis, che era disposta a tutto pur di ballare nei film, che era disposta a provare in una minuscola stanza dell’università con un monitor piccolissimo e a lavorare di notte in una trappola per turi, avesse convinto uno dei prezzolati che lavoravano al viaggio nel tempo a lasciarle fare la cavia? Se lo avesse convinto a rispedirla nel 1954, in giubbetto verde e guanti corti, e poi, invece di tornare come avrebbe dovuto, avesse preso il nome di Virginia Gibson e si fosse presentata alla MGM per i provini per Sette spose per sette fratelli ? E poi fosse riuscita ad apparire in altri sei film? Uno dei quali era Cenerentola a Parigi. Con Fred Astaire.

Mi rizzai a sedere, lentamente, per non trasformare l’emicrania in qualcosa di peggio. Andai al terminale e richiamai Cenerentola a Parigi.

Hedda aveva detto che Fred Astaire era ancora conteso in tribunale, ed era vero. Misi il film, e Fred in generale, sotto controlla-e-avverti, nel caso la causa venisse risolta. Se Hedda aveva ragione (e quando non l’aveva?), la Warner avrebbe reagito immediatamente, ma se avesse tardato un po’, o se i suoi avvocati fossero stati troppo presi da Russ Tamblyn, poteva aprirsi una finestra. Attivai l’allarme sonoro del controlla-e-avverti e richiamai l’elenco dei musical di Virginia Gibson.

Slarlift era un bianco e nero sulla Seconda guerra mondiale, quindi non avrei avuto immagini chiare come quelle di un film a colori, e Virginia , dieci in amore era a sua volta oggetto di una contesa legale per qualcuno che non avevo mai sentito nominare. Restavano Athena e le sette sorelle , Femmine bionde , e Tè per due , tutti film che non ricordavo di avere mai visto.

Quando richiamai Athena e le sette sorelle , capii perché. Era un incrocio tra Il bacio di Venere e L’eterna illusione , con quintali di chiffon ed eccentrici salutisti e quasi nessun numero di ballo. Virginia Gibson, in chiffon verde, doveva incarnare Niobe, la dea del jazz o del tip tap o qualcosa del genere. Chiunque fosse, non era Alis. Le somigliava, specialmente con i capelli raccolti a coda di cavallo. “E con un mezzo litro di bourbon nel tuo stomaco” avrebbe detto Hedda. E una doppia dose di ridigaine. Ma anche così, non le somigliava quanto la ballerina nella scena della costruzione del fienile. Richiamai Sette spose. Lo schermo restò argenteo per un lungo momento, poi iniziò uno scrolling di linguaggio leguleio. “Questo film è al momento oggetto di una disputa legale e non è disponibile per la visione.”

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