Arthur Clarke - 3001 Odissea finale

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3001 Odissea finale: краткое содержание, описание и аннотация

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In «3001 Odissea finale» Clarke conclude con un ultimo affascinante episodio la leggendaria saga di fantascienza iniziata con «2001 Odissea nello spazio» facendo fare al lettore un balzo di mille anni nel futuro e rivelandogli una verità che possiamo comprendere soltanto adesso.
Fondendo mirabilmente fantasia e precisione scientifica Clarke ci regala un altro indimenticabile capolavoro sui misteri insondabili dell'universo e sull'eterno, appassionante confronto tra l'uomo e l'ignoto.
Arthur C. Clarke è considerato fra i più grandi scrittori di fantascienza di tutti i tempi. Personalità straordinaria, non solo nel campo della narrativa, scrisse un articolo nel 1945 che portò all'invenzione della tecnologia satellitare. Si spegne il 19 marzo 2008 a Colombo, nello Sri Lanka che tanto amava e in cui viveva da decenni.

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Infine, e più importante di tutto: i miei ringraziamenti più sentiti al mio vecchio amico Cyril Gardiner, presidente del Galle Face Hotel, per l’ospitalità nella sua magnifica (ed enorme) suite personale mentre scrivevo questo libro: mi ha offerto un Mare della Tranquillità in questi tempi turbolenti. Mi affretto ad aggiungere che, sebbene non possa fornire paesaggi così vasti e immaginosi, le comodità del Galle Face sono di gran lunga superiori a quelle offerte dal Grandimede e mai nella mia vita ho lavorato in ambienti così confortevoli.

O, a questo riguardo, più ricchi di ispirazione, perché una grande targa all’entrata elenca più di un centinaio di capi di Stato e altri illustri visitatori che sono scesi qui. Tra di loro ci sono Yuri Gagarin, l’equipaggio dell’Apollo 12 — seconda missione sulla superficie della Luna — e una bella collezione di stelle del cinema e del teatro: Gregory Peck, Alec Guinness, Noel Coward, Carrie Fisher, l’eroina di Guerre stellari… Come anche Vivien Leigh e Laurence Olivier, che hanno fatto una breve apparizione in 2061: Odissea tre (capitolo 37). Mi lusinga vedere il mio nome elencato tra di loro.

Pare appropriato che un progetto iniziato in un famoso hotel il Chelsea di New York, ricettacolo di geni veri e presunti venga concluso in un altro, a un mezzo mondo di distanza. Ma è singolare udire l’Oceano Indiano sferzato dai monsoni ruggire a pochi metri dalla mia finestra, invece del traffico lungo la lontana Ventitreesima Strada a cui mi legano tanti piacevoli ricordi.

IN MEMORIAM: 18 SETTEMBRE 1996

Con immenso dispiacere apprendo, proprio mentre sto rivedendo questi ringraziamenti, che Cyril Gardiner è morto poche ore fa.

È di qualche consolazione sapere che è riuscito a leggere il tributo di cui sopra e che se n’è rallegrato.

COMMIATO

«Mai spiegare, mai scusarsi», potrebbe essere un eccellente consiglio per politici, magnati hollywoodiani e del mondo della finanza, ma un autore dovrebbe trattare i propri lettori con maggiore considerazione. Quindi, anche se non ho intenzione di scusarmi di niente, forse la complessa genesi del Quartetto dell’Odissea richiede qualche spiegazione.

Tutto cominciò nel Natale del 1948…. sì, 1948!.. con un racconto di quattromila parole scritto per un concorso sponsorizzato dalla BBC. La sentinella narrava la scoperta di una piccola piramide sulla Luna, lì collocata da qualche civiltà aliena in attesa dell’apparizione del genere umano come specie in grado di popolare un pianeta. Fino ad allora, era sottinteso, noi saremmo stati troppo primitivi per essere di qualche interesse. (Nota: La ricerca dì manufatti alieni nel sistema solare dovrebbe essere una branca della scienza perfettamente legittimata («esoarcheologia»?). Sfortunatamente è stata ampiamente screditata da quanti sostenevano che simili prove erano già state trovate ed erano state volutamente soppresse dalla NASA! È incredibile che si possa credere a una simile sciocchezza: sarebbe molto più probabile invece che l’Agenzia spaziale falsificasse deliberatamente manufatti extraterrestri… per risolvere i suoi problemi di bilancio! (Pensateci, dirigenti della NASA…). Fine nota)

La BBC respinse il mio modesto sforzo e non venne pubblicato se non quasi tre anni dopo nella sola e unica edizione (primavera del 1951) di 10 Story Fantasy — rivista che, come commenta sarcastica l’impagabile Encyclopedia of Science Fiction, è «ricordata principalmente per essere scarsa in aritmetica» (i racconti erano tredici).

La sentinella rimase nel limbo per più di un decennio, fin quando Stanley Kubrick mi contattò nella primavera del 1964 e mi chiese se avessi qualche idea per il «proverbiale» (cioè non ancora esistente) «buon film di fantascienza». Durante le nostre numerose sedute di discussioni, come narrato in The Lost Worlds of 2001, decidemmo che i pazienti osservatori sulla Luna avrebbero potuto fornirci un buon inizio per la nostra storia. Alla fine divenne ben più di quanto previsto, dal momento che a un certo punto della produzione la piramide si tramutò nel monolito nero, oggi tanto celebre.

Per mettere la serie delle Odissee nella giusta prospettiva, bisogna ricordare che, quando Stanley e io cominciammo a progettare quello che in privato intitolammo «Come il sistema solare venne conquistato», l’èra spaziale aveva appena sette anni e nessun essere umano si era allontanato a più di un centinaio di chilometri dal pianeta base. Benché il presidente Kennedy avesse annunciato che gli Stati Uniti intendevano andare sulla Luna «entro questo decennio», alla maggior parte della gente tutto ciò doveva apparire ancora come un sogno lontano. Quando il 29 dicembre 1965, una giornata gelida, cominciarono le riprese nei pressi di Londra (Nota: A Shepperton, distratta dai marziani in una delle scene più drammatiche del capolavoro di Wells, La guerra dei mondi. Fine nota) non sapevamo nemmeno a cosa assomigliasse la superficie lunare vista da vicino. C’era ancora il timore che la prima parola pronunciata da un astronauta uscendo dalla capsula potesse essere «Aiuto!» mentre spariva sotto uno strato di impalpabile polvere lunare. Tutto sommato, ci andammo abbastanza vicino; solo il fatto che i nostri paesaggi lunari fossero più frastagliati di quelli veri lisciati da coni di sabbiature di polvere meteoritica rivela che 2001 fu girato prima dell’epoca delle Missioni Apollo.

È naturale che ai giorni nostri possa sembrare assurdo che si sia potuto immaginare gigantesche stazioni spaziali, alberghi di lusso orbitanti e spedizioni su Giove già nel 2001. Comunque oggi è difficile capire che già negli anni Sessanta c’erano seri piani per basi permanenti sulla Luna e per l’atterraggio su Marte… entro il 1990! Ma negli studi della CBS, immediatamente dopo il lancio dell’Apollo 11, sentii il vicepresidente degli Stati Uniti proclamare entusiasta: «Adesso possiamo andare su Marte!»

Sta di fatto che fu fortunato se non andò a finire in prigione. Quello scandalo, oltre al Vietnam e al Watergate, è uno dei motivi per cui quegli ottimistici programmi non furono mai realizzati.

Quando il film e il libro di 2001: Odissea nello spazio uscirono nel 1968, la possibilità di un seguito non mi sfiorò nemmeno. Ma nel 1979 ebbe luogo una vera missione su Giove e ottenemmo i nostri primi piani del pianeta gigante e della sua stupefacente famiglia di lune.

Le sonde spaziali Voyager (Nota: Che, passando vicino a Giove, utilizzavano manovre «in presenza di gravità» o «a colpo di fionda» esattamente come faceva la Discovery nella versione libresca di 2001. Fine nota) erano ovviamente senza equipaggio, ma le immagini inviate resero reali — e totalmente inaspettati — mondi che fino a quel momento erano stati semplici punti di luce nei più potenti telescopi. I vulcani di Io in continua eruzione solforosa, la faccia di Callisto segnata dagli innumerevoli impatti, il paesaggio bizzarramente disegnato di Ganimede: era quasi come se avessimo scoperto tutto un nuovo sistema solare. La tentazione di esplorarlo era irresistibile, donde 2010: Odissea due, che mi offrì anche l’occasione di scoprire cosa era successo a Dave Bowman, dopo essersi svegliato in quella enigmatica stanza d’albergo.

Nel 1981, quando mi misi a scrivere il nuovo libro, la guerra fredda era ancora in atto, e pensai che mi sarei messo in una posizione difficile oltre a rischiare critiche — presentando una missione congiunta di russi e americani. Sottolineai anche la mia speranza di una futura cooperazione dedicando il romanzo al Nobel Andrej Sacharov (allora ancora in esilio) e al cosmonauta Aleksej Leonov, il quale, quando alla Città delle stelle gli comunicai che avrei chiamato l’astronave con il suo nome, esclamò con la sua tipica esuberanza: «Allora sarà una buona astronave!»

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