Arthur Clarke - 3001 Odissea finale

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3001 Odissea finale: краткое содержание, описание и аннотация

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In «3001 Odissea finale» Clarke conclude con un ultimo affascinante episodio la leggendaria saga di fantascienza iniziata con «2001 Odissea nello spazio» facendo fare al lettore un balzo di mille anni nel futuro e rivelandogli una verità che possiamo comprendere soltanto adesso.
Fondendo mirabilmente fantasia e precisione scientifica Clarke ci regala un altro indimenticabile capolavoro sui misteri insondabili dell'universo e sull'eterno, appassionante confronto tra l'uomo e l'ignoto.
Arthur C. Clarke è considerato fra i più grandi scrittori di fantascienza di tutti i tempi. Personalità straordinaria, non solo nel campo della narrativa, scrisse un articolo nel 1945 che portò all'invenzione della tecnologia satellitare. Si spegne il 19 marzo 2008 a Colombo, nello Sri Lanka che tanto amava e in cui viveva da decenni.

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CAPITOLO 5: ISTRUZIONE

Sono rimasto stupito nel leggere sui giornali locali del 19 luglio 1996 che il dottor Chris Winter, capo del British Telecom’s Artifìcial Life Team, ha sostenuto che i congegni di informazione e di immagazzinamento che ho descritto in questo capitolo potrebbero essere pronti tra una trentina d’anni! (Nel mio romanzo del 1956, La città delle stelle, li colloco a più di un miliardo di anni nel futuro… ovviamente una grave mancanza di immaginazione.) Il dottor Winter afferma che ci permetterebbero di «ricreare una persona dal punto di vista fisico, emotivo e spirituale» e valuta che i requisiti di memoria dovrebbero essere attorno ai dieci terabytes (dieci alla tredicesima bytes), due ordini di grandezza meno dei petabytes (dieci alla quindicesima bytes) da me suggeriti.

Vorrei aver pensato al nome del dottor Winter per questo congegno, che certamente darà luogo a feroci discussioni nei circoli ecclesiastici: l’«Acchiappa Anime» ecc… Per la sua applicazione al viaggio interstellare, si veda la nota al capitolo 9.

Credevo di aver inventato io il trasferimento di informazioni palmo contro palmo descritto nel capitolo 3, perciò è stato umiliante scoprire che Nicholas (Being Digital) Negroponte e il suo Media Lab del Massachusetts Institute of Technology hanno lavorato su questa idea da anni…

CAPITOLO 7: CONSULTO

Se si potesse utilizzare l’inconcepibile energia del Campo di Punto Zero (cui a volte ci si riferisce come a «fluttuazioni di quanti» o «energia del vuoto»), l’impatto sulla nostra civiltà sarebbe incalcolabile. Tutte le attuali fonti di energia — petrolio, carbone, nucleare, idrica, solare — diventerebbero obsolete, proprio come molti nostri timori sull’inquinamento ambientale. Verrebbero riepilogati tutti in una sola grande preoccupazione: l’inquinamento da calore. Tutta l’energia alla fine si degrada in calore e, se ognuno avesse alcuni milioni di kilowatt a disposizione, questo pianeta farebbe ben presto la fine di Venere parecchie centinaia di gradi all’ombra.

Tuttavia c’è un aspetto positivo: potrebbe non esserci altro modo di sfuggire alla prossima èra glaciale, altrimenti inevitabile. («La civiltà è un intervallo tra due ere glaciali», sostiene Will Durant nella sua Storia detta civiltà.)

Proprio mentre scrivo queste note, nei laboratori di tutto il mondo molti bravi ingegneri sostengono di essere in grado di sfruttare questa energia. Per dare un’idea della sua magnitudine, ricorrerò a una famosa annotazione del fisico Richard Feynman, secondo il quale l’energia contenuta nel volume di una tazza di caffè (qualsiasi volume del genere, e dovunque!) è sufficiente a far bollire tutti gli oceani del mondo.

Questo è sicuramente un pensiero su cui soffermarsi. In paragone, l’energia nucleare appare debole come un fiammifero bagnato.

E quante supernovae, mi chiedo, sono davvero incidenti industriali?

CAPITOLO 9: SKYLAND

A Città delle Stelle, uno dei problemi maggiori potrebbe essere creato semplicemente dalle distanze che si dovrebbero percorrere: se uno volesse far visita a un amico nella Torre contigua (e le comunicazioni non sostituiranno mai il contatto, nonostante tutti i progressi della Realtà Virtuale), sarebbe costretto a compiere l’equivalente di un viaggio sulla Luna. Anche con gli ascensori più veloci lo spostamento comporterebbe giorni al posto di ore o altrimenti un’accelerazione del tutto inaccettabile per persone che si sono adattate a vivere a bassa gravità.

Il concetto di «spinta senza inerzia», cioè un sistema di propulsione che agisca su ogni atomo del corpo in modo che non si producano tensioni quando accelera, è stato probabilmente inventato dal maestro della «Space Opera», E. E. Smith, negli anni Trenta. Non è così improbabile come sembra, perché un campo gravitazionale si comporta proprio in questo modo.

Se si scende in caduta libera nelle vicinanze della Terra (trascurando gli effetti della resistenza all’aria), la velocità aumenterà di solo dieci metri al secondo ogni secondo. Ci si sentirà senza peso, non ci sarà alcuna sensazione di accelerazione, anche se la velocità aumenta di un chilometro al secondo ogni minuto e mezzo!

E questo varrebbe anche se uno cadesse nella gravità di Giove (solo più di due volte e mezzo maggiore di quella della Terra) o persino nei campi gravitazionali enormemente più potenti di una Nana Bianca o di una stella di neutroni (milioni di miliardi di volte maggiori). Non si sentirebbe niente, persino se ci si avvicinasse alla velocità della luce da una stella immobile in una manciata di minuti. Tuttavia, se uno fosse così folle da arrivare a pochi raggi dall’oggetto di attrazione, il suo campo non sarebbe più uniforme per tutta la lunghezza del corpo e le forze di attrazione lo farebbero ben presto a pezzi. Per ulteriori particolari, si veda il mio deplorevole racconto (ma dal titolo scelto con cura) «Neutron Tide» (in The Wind from the Sun).

Una «spinta senza inerzia» che agisca esattamente come un campo di gravità controllabile non è mai stata discussa seriamente — con l’esclusione dei libri di fantascienza — fino a poco tempo fa. Ma nel 1994 tre fisici americani l’hanno esaminata, sviluppando alcune idee del grande fisico russo Andrej Sacharov.

«Inertia as a ZeroPoint Field Lorentz Force», di B. Haisch, A. Rueda e H. E. Puthoff (Phys. Review, febbraio 1994) potrebbe un giorno essere considerato come un saggio fondamentale e io l’ho considerato tale per il mio romanzo. Affronta un problema che di norma è dato per scontato, con una scrollatina di spalle del tipo «Tanto l’universo è fatto così».

La domanda posta dai tre fisici è la seguente: «Che cosa da a un oggetto una massa (o inerzia) in modo che ci voglia uno sforzo per cominciare a muoverlo ed esattamente lo stesso sforzo per riportarlo al suo stato originale?»

La loro risposta provvisoria dipende dal fatto stupefacente e poco noto — al di fuori della torre d’avorio dei fisici — che il cosiddetto spazio «vuoto» è in realtà un calderone di energie ribollenti: il Campo di Punto Zero. I tre fisici suggeriscono che l’inerzia e la gravitazione siano fenomeni elettromagnetici, risultanti da interazione con questo campo.

Ci sono stati innumerevoli tentativi, fino a risalire ai tempi di Faraday, di collegare gravità e magnetismo e, benché molti sperimentatori abbiano rivendicato il successo, nessuno dei loro risultati è stato mai sottoposto a verifica. Tuttavia, se la teoria dei tre americani potesse essere dimostrata, aprirebbe la prospettiva — per quanto lontana — di «spinte spaziali» antigravitazionali e la possibilità ancor più fantastica di controllare l’inerzia. Ciò potrebbe condurre a qualche interessante situazione: dando a qualcuno una leggerissima spintarella, costui sparirebbe rapidamente alla velocità di migliaia di chilometri l’ora, fino a rimbalzare dall’altra parte della stanza una frazione di millisecondo più tardi. La buona notizia è che gli incidenti d’auto sarebbero praticamente impossibili; automobili — e passeggeri — potrebbero collidere senza danno a qualsiasi velocità. (E pensate che il modo di vivere odierno sia già troppo febbrile?)

L’«assenza di peso» che oggi diamo per scontata nelle missioni spaziali — e che milioni di turisti sperimenteranno nel prossimo secolo — sarebbe apparsa come una magia ai nostri nonni. Ma l’abolizione — o semplicemente la riduzione — dell’inerzia è un altro paio di maniche e potrebbe risultare del tutto impossibile. (Nota: Nel settembre 1996 alcuni scienziati finlandesi hanno sostenuto di aver individuato una piccola riduzione (meno dell’uno per cento) di gravità sopra un disco superconduttore ruotante. Se ciò fosse confermato (e sembra che precedenti esperimenti eseguiti all’Istituto Max Planck di Monaco di Baviera abbiano condotto a simili risultati) potrebbe essere la tanto attesa innovazione. Attendo ulteriori notizie con interessato scetticismo. Fine nota) Ma è un pensiero consolante, perché potrebbe fornire l’equivalente del «teletrasporto»: si potrebbe viaggiare dovunque (almeno sulla Terra) quasi istantaneamente. In tutta franchezza, non saprei come potrebbe andare avanti la Città delle Stelle senza di essa…

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