Usando una piccola pistola sparachiodi, infilò sette bulloni cavi nello scafo esterno del Selene: uno al centro della sezione circolare scoperta, gli altri sei scaglionati lungo la circonferenza.
Applicò la siringa al bullone centrale e schiacciò lo stantuffo.
Poi, con la massima rapidità, ripeté l’operazione negli altri sei. Ora la sostanza si sarebbe espansa in modo quasi uniforme tra i due scafi, formando una specie di torta del diametro di circa un metro. No… non una torta, un soufflé, perché la sostanza si sarebbe trasformata in spuma nell’attimo in cui usciva dalla siringa. Pochi secondi dopo avrebbe cominciato a solidificarsi.
Lawrence guardò l’orologio. In cinque minuti quella spuma sarebbe diventata solida come roccia, ma porosa come pomice.
Non si poteva far niente per abbreviare quei cinque minuti; tutto dipendeva dal fatto che la sostanza prendesse la consistenza voluta. Un errore suo di tempo o di dose, o un errore dei chimici alla Base, e quelli del Selene sarebbero stati spacciati.
Usò i cinque minuti per rimettere ordine nel pozzo e rimandare su tutto il materiale usato, finché sul fondo rimase solo lui, senza altro attrezzo che le sue mani. Se Maurice Spenser avesse potuto affacciare una telecamera in quel piccolo spazio, e per poterlo fare avrebbe fumato perfino un patto col diavolo, i telespettatori sarebbero stati assolutamente incapaci di predire la prossima mossa dell’ingegnere capo.
Ancora più sconcertati sarebbero rimasti, poi, se avessero visto che nel pozzo veniva calato una specie di cerchio per bambini. Ma non si trattava di un giocattolo: era la chiave che avrebbe aperto il Selene.
Sue aveva già raggruppato i passeggeri a prua, e cioè nel punto in cui la cabina era maggiormente inclinata. Tutti stavano là in formazione serrata, fissando il soffitto e sperando di captare qualche rumore incoraggiante.
Pat pensava che ne avessero tutti molto bisogno. Anche lui ne aveva bisogno, perché era l’unico a sapere, oltre forse ad Hansteen e McKenzie, la portata del pericolo che incombeva su di loro.
Il Selene ormai era una bomba già innescata. Vero che il processo di trasformazione dell’energia in calore era lento, e che il calore non poteva scoppiare, ma purtroppo non si poteva dire la stessa cosa dei serbatoi di ossigeno liquido. Quando l’aumento del calore avesse fuso i serbatoi, l’esplosione ci sarebbe stata. Piccola forse, ma sufficiente a mandare in pezzi il Selene.
Pat non vedeva motivo di parlarne con Hansteen, il quale stava già erigendo le sue barricate. I sedili, svitati dal loro posto, venivano ammucchiati tra l’ultima fila e la porta della toilette. Pareva che il commodoro si preparasse ad affrontare un’invasione, invece che un incendio. E infatti era così: appena quella parete avesse ceduto, la polvere si sarebbe riversata nella cabina.
«Mentre voi continuate lì, io comincerò a organizzare i passeggeri» disse Pat. «Altrimenti avremo venti persone che cercano di uscire tutte insieme.» E, rivolgendosi ai passeggeri, il capitano prosegui: «Tra poco saremo fuori da questa trappola. Appena il soffitto si aprirà, ci verrà calata una scala di corda. Prima saliranno le signore, poi gli uomini: tutti in ordine alfabetico. Andate su più presto che potete, ricordatevi che qui pesate pochissimo, e non ostacolate i compagni. Avrete tutto il tempo, bastano pochi secondi per arrivare in cima..»
Non finì la frase. Si udì un’esplosione soffocata, non più forte dello scoppio di un sacchetto di carta, ma significava che la parete era crollata. E nel soffitto, purtroppo, non era ancora stata aperta la breccia dalla quale fuggire.
Dall’altra parte del tetto, Lawrence posò il cerchio sulla superficie di fibreglass e cominciò a fissarlo con il cemento. Sebbene non fosse necessario, usava la massima precauzione, perché non era mai riuscito a familiarizzarsi con gli esplosivi.
La carica a forma di anello ora semplicissima. Avrebbe prodotto un taglio dell’ampiezza e dello spessore desiderati, facendo in un secondo quello che una sega elettrica avrebbe fatto in un quarto d’ora.
In quel momento, una voce dall’alto gridò: «L’incendio ha raggiunto la cabina!»
Lawrence guardò l’orologio. La schiuma sarebbe stata dura come roccia tra altri trenta secondi. Meglio aspettare, piuttosto che rischiare di agire troppo presto.
Cominciò a risalire la scala di corda, senza fretta, trascinandosi dietro i sottili fili del detonatore. Quando emerse dal pozzo e cominciò a collegare i fili al dispositivo che avrebbe fatto saltare la carica, mancavano dieci secondi esatti.
«Avvertite il Selene che cominciamo il conteggio alla rovescia partendo da dieci» disse Lawrence.
Mentre correva in aiuto del commodoro «come avrebbe potuto aiutarlo però non lo sapeva» Pat senti Sue che chiamava con voce calma: «Signorina Morley, signora Schuster, signora Williams…» Ironia della sorte, proprio la Morley sarebbe stata la prima, in grazia dell’ordine alfabetico. Stavolta non poteva lamentarsi del trattamento!
Un secondo pensiero passò per la mente di Pat. E se la signora Schuster fosse rimasta incastrata nel tubo? Ma no, probabilmente si era tenuto conto della sua mole nel costruire il cassone, e poi la moglie dell’avvocato in quei giorni aveva perso parecchi chili.
La porta esterna della toilette resisteva ancora. Per un momento Pat provò un senso di sollievo. Forse la combustione avrebbe impiegato un’altra mezz’ora prima di sgretolare lo spessore della fibreglass, e nel frattempo…
Qualcosa scricchiolò sotto i suoi piedi. Il capitano abbassò lo sguardo. Sebbene i suoi occhi si fossero ormai abituati alle fioche luci di emergenza, impiegò alcuni secondi prima di rendersi conto che una grigia marea filtrava attraverso la porta barricata e che i due battenti stavano già cedendo sotto la pressione della polvere. Potevano resistere forse per qualche minuto ancora, ma già la marea silenziosa gli era arrivata alle caviglie mentre lui guardava, immobile.
Pat non si mosse. Non parlò. Per la prima volta in vita sua, e forse per l’ultima, provò che cosa fosse l’odio assoluto, accecante. In quel momento, mentre milioni di particelle strisciavano contro le sue gambe, parve a Pat che il Mare della Sete fosse un’entità consapevole e maligna che giocasse con loro come il gatto col topo. Forse Radley aveva ragione…
L’altoparlante che pendeva dal tubo dell’aria lo strappò alle sue fantasticherie fatalistiche.
«Siamo pronti! Radunatevi a prua e copritevi la faccia. Incomincia il conteggio… Dieci…»
«Non c’è tempo», pensava Pat. «Non c’è tempo…»
«Nove…»
«Il Mare della Sete non lo permetterà…»
«Otto…»
«Peccato, però, dopo tanti sforzi…»
«Sette…»
«Forse ce la faremo, almeno qualcuno…»
«Sei.»
«Proviamo a fare un po’ di calcoli. Ammettiamo che bastino quindici secondi per bucare il tetto…»
«Cinque…»
«… e per calare di nuovo la scala… l’avranno tirata su, naturalmente, per sicurezza…»
«Quattro…»
«… e calcolando che salga una persona ogni tre secondi… facciamo cinque…»
«Tre…»
«… farà ventidue volte cinque, cioè mille… ma no, cosa dico… non so più contare…»
«Due…»
«… diciamo cento secondi e qualcosa, il che significa quasi due minuti. C’è tutto il tempo perché quei serbatoi saltino…»
«Uno.»
«Uno! E non mi sono nemmeno coperto la faccia, forse dovrei buttarmi a terra a costo di mangiare quella maledetta polvere…»
Si udì uno schianto improvviso e ci fu un breve sbuffo di aria: tutto qui. L’energia della carica era stata calcolata e messa a punto al millesimo. Quell’esplosione era stata appena sufficiente a increspare la polvere che ormai copriva la metà più bassa del pavimento.
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