«Bene, signori. Se ho interpretato correttamente i segnali che mi stanno facendo, siamo in partenza per il Mare della Sete, per vedere come vanno le cose sulla piattaforma e se il pistone funziona.»
Lo studio provvisorio installato nell’albergo di Porto Roris svanì dallo schermo, e al suo posto apparve un’immagine ormai nota a tutta la razza umana.
Ora c’erano tre igloo accanto alla piattaforma, e il sole che si rifletteva sulle lucide superfici esterne li faceva sembrare tre gigantesche gocce di mercurio. Una delle slitte era ferma accanto al più grande; le altre due facevano la spola, continuando a trasportare materiale da Porto Roris.
Il cassone sporgeva dal mare come la bocca di un pozzo. La sua estremità sporgeva dalla polvere di soli venti centimetri, e l’apertura sembrava troppo stretta perché un uomo potesse entrarvi. In effetti, sarebbe stato quasi impossibile a un uomo in tuta spaziale, ma la parte cruciale di questa operazione andava eseguita senza tuta.
A intervalli regolari, una benna spariva nel pozzo e veniva poi issata alla superficie da una piccola gru molto robusta. A ogni viaggio, la benna veniva spostata dall’apertura e scaricava il suo contenuto nel mare. Per un istante il piccolo tumulo grigiastro restava in provvisorio equilibrio sulla distesa piatta del mare, poi si abbassava lentamente, svanendo del tutto prima che il carico seguente emergesse dalla bocca del pozzo. Con più efficacia di qualsiasi descrizione, quel fenomeno spiegava ai telespettatori tutto ciò che bisognava sapere sul Mare della Sete.
Ora la benna impiegava maggior tempo per i suoi viaggi, perché pescava sempre più in giù. E venne finalmente il momento in cui risaliva mezza vuota. La via per il Selene era aperta… salvo quel piccolo ostacolo, proprio al termine.
«Siamo ancora di ottimo umore» disse Pat, nel microfono che era stato calato lungo il tubo dell’aria. «Certo, abbiamo preso un brutto spavento quando c’è stato quel secondo avvallamento, ma adesso siamo sicuri che in breve ci tirerete fuori di qua. Non dimenticheremo mai» aggiunse, un po’ commosso e imbarazzato «gli sforzi fatti da tutti per aiutarci. Comunque vadano le cose, desideriamo ringraziarvi. Siamo sicuri che sia stato tentato tutto il possibile. E adesso, cederò il microfono, perché molti di noi desiderano inviare messaggi. Con un po’ di fortuna, questa sarà l’ultima trasmissione dal Selene.»
Dall’alto, arrivò un tonfo sordo. Poteva significare una sola cosa: la benna aveva raggiunto il fondo del pozzo, e il cassone era vuoto. Ora poteva venire collegato a uno degli igloo ed essere riempito d’aria.
Ci volle più di un’ora per completare l’operazione ed effettuare tutte le prove necessarie. Uno degli igloo appositamente modificato aveva nel pavimento un foro abbastanza largo per lasciar passare l’estremità sporgente del cassone. La vita dei passeggeri del Selene, nonché quella degli uomini addetti alle operazioni di soccorso, poteva dipendere dalla perfetta tenuta di quel raccordo.
L’ingegnere capo Lawrence si assicurò della messa in opera, poi si tolse la tuta e si avvicinò alla bocca del pozzo. Tenendo una torcia elettrica sospesa sull’apertura, scrutò nel tubo che sembrava sprofondare all’infinito. Invece, il fondo era a soli diciassette metri. Perfino con la bassa gravità lunare, un oggetto avrebbe impiegato solo pochi secondi ad arrivare al battello.
Lawrence si girò verso gli assistenti: erano in tuta, ma con la piastra facciale abbassata. Se qualcosa andava male, quelle piastre potevano essere richiuse in una frazione di secondo, e gli uomini dentro la tuta avrebbero avuto buone probabilità di salvarsi. Ma per Lawrence non ci sarebbe stata speranza. Né per le ventidue persone a bordo del Selene.
«Sapete quel che dovete fare» disse Lawrence. «Se mi serve risalire in fretta, isserete la scala di corda tutti insieme. Nessuna domanda?»
Nessuna. Tutto era stato già studiato fin nei minimi particolari. Un cenno ai suoi uomini, un coro di «Buona fortuna» in risposta, e Lawrence si calò dentro l’imboccatura del pozzo.
Si lasciò cadere per un buon tratto, aggrappandosi di tanto in tanto alla scala di corda per frenare la caduta. Sulla Luna si poteva scendere a quel modo quasi senza pericolo, data la bassa gravità, ma era meglio essere prudenti. Infine toccò il fondo con un lieve rimbalzo. Là si accoccolò sulla piccola piattaforma di metallo, non più larga del coperchio di un tombino, e la esaminò attentamente.
Sotto i suoi piedi, a pochi centimetri di distanza, c’era il tetto inclinato del battello. Il problema era di far combaciare l’estremità orizzontale del pozzo con il tetto in pendenza dell’imbarcazione in maniera che il contatto fosse a perfetta tenuta.
Lawrence non vedeva nessuna pecca nel piano architettato dai migliori ingegneri della Terra e della Luna. Ma la teoria è una cosa, la pratica è un’altra.
C’erano dei grossi galletti scaglionati lungo la circonferenza del disco metallico sul quale Lawrence poggiava. L’ingegnere cominciò ad avvitarli uno alla volta, come un suonatore di tamburo intento ad accordare lo strumento. Connessa alla parte inferiore della piattaforma c’era una breve sezione di tubo pieghevole, largo quasi quanto il cassone, e ora completamente ripiegato. Costituiva un raccordo flessibile, abbastanza largo perché un uomo potesse passarvi, e si stava estendendo lentamente, via via che Lawrence regolava le viti. Una parte del tubo pieghevole doveva tendersi per quarantacinque centimetri, prima di raggiungere il tetto in pendenza; l’altra doveva tendersi di pochi centimetri. La preoccupazione principale di Lawrence era che la resistenza della polvere impedisse alla fisarmonica di aprirsi, ma le viti stavano avendola vinta sulla pressione contraria.
Ora erano tutte strette al massimo. L’estremità inferiore del raccordo a fisarmonica doveva essere giunta a contatto del tetto del Selene, al quale aderiva, almeno così si augurava Lawrence, per mezzo del rivestimento in gomma concava che correva tutto intorno all’orlo. Fino a che punto quella gomma tenesse, lo si sarebbe visto presto.
Lawrence guardò in su, lungo la colonna del pozzo. Non vedeva niente oltre il chiarore della lampada portatile che dondolava a due metri sopra la sua testa, ma la scala di corda che si stendeva verso l’alto bastava a rassicurarlo.
«Ho abbassato il raccordo pieghevole» urlò ai suoi invisibili assistenti. «Pare che aderisca al tetto. Ora apro la valvola.»
Un piccolo errore a questo punto, e l’intero pozzo sarebbe stato inondato dalla polvere, forse in modo irreparabile.
Con la massima cautela, Lawrence sbloccò la botola che aveva permesso alla polvere di fluire attraverso il pistone durante la discesa. Non ci fu nessun segno di inondazione. Il tubo pieghevole sotto i suoi piedi riusciva egregiamente a tenere indietro il Mare della Sete.
Lawrence allungò una mano attraverso la botola, e le sue dita toccarono il tetto del battello, ancora nascosto da un leggero strato di polvere, ma ormai a una sola spanna di distanza. Pochi risultati, in tutta la sua carriera, gli avevano procurato la soddisfazione di questo. L’impresa non poteva dirsi compiuta, ma il disgraziato Selene era stato raggiunto!
L’ingegnere batté tre volte sul tetto; immediatamente ricevette la risposta. Era inutile iniziare una conversazione Morse, perché volendo si poteva benissimo comunicare direttamente, attraverso il circuito radio; ma Lawrence sapeva che quei colpi avrebbero avuto un effetto psicologico molto più forte. Era la prova, per le persone prigioniere dentro lo scafo, che la salvezza era ormai a pochi centimetri.
Ma c’erano altri ostacoli importantissimi da eliminare. Prima di tutto, la piattaforma che chiudeva il pistone. Ormai aveva servito allo scopo, che era quello di trattenere la polvere mentre il cassone veniva vuotato, e doveva essere rimosso per poter liberare i passeggeri del Selene Questo però andava fatto senza compromettere la stabilità del raccordo flessibile.
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