Qualunque fosse il destino dei passeggeri, il Selene aveva fatto il suo ultimo viaggio.
L’uragano che per qualche istante aveva spazzato il Selene pareva aver trascinato con sé qualcosa di più dell’aria avvelenata. Riandando ai primi giorni trascorsi sotto la polvere, il commodoro Hansteen si rendeva conto che molto spesso, superata la sorpresa iniziale, lo stato d’animo generale a bordo del Selene aveva raggiunto il punto critico. Nel tentativo di mantenere alto il morale, tutti quanti si erano abbandonati a una falsa gaiezza e a un comportamento quasi infantile.
Adesso non era più così. Il cambiamento era dovuto in parte al fatto che le squadre di soccorso lavoravano a pochi metri di distanza, ma soprattutto dall’aver guardato in faccia la morte. Dopo quegli attimi, ognuno si era liberato da ogni residuo di vigliaccheria ed egoismo.
Hansteen aveva già osservato qual fenomeno tante volte, quando gli equipaggi delle sue navi spaziali si erano trovati in pericolo nelle più remote località del sistema solare. Pur non essendo incline alla speculazione, il commodoro aveva avuto tutto il tempo di riflettere, durante i suoi viaggi nello spazio. A volte si era domandato se la vera ragione per cui gli uomini cercavano il pericolo non fosse dovuta al desiderio inconscio di trovarsi finalmente affratellati veramente.
Gli sarebbe dispiaciuto separarsi da tutti i passeggeri, quando fosse giunto il momento. Perfino dalla signorina Morley che ora si mostrava amabile quanto glielo consentiva il carattere bisbetico.
Pensare al futuro era già prova di ottimismo. Nessuno poteva giurarlo, ma la situazione sembrava completamente sotto controllo. Non si sapeva quando l’ingegner Lawrence li avrebbe tirati fuori di lì, ma ormai il problema si era ridotto a una scelta tra diversi sistemi. La loro prigionia si era ridotta a una semplice seccatura, ma non era più un pericolo.
Anche i sacrifici erano diminuiti, da quando quei piccoli cilindri avevano cominciato a piovere dai tubi dell’aria. Anche parecchie centinaia di litri d’acqua erano stati pompati attraverso i tubi per rifornire i serbatoi quasi vuoti.
Era strano che il commodoro, il quale di solito pensava a tutto, non si fosse chiesto che fine avesse fatto tutta l’acqua di scorta.
Pat Harris e l’ingegnere capo erano da biasimare quanto lui per non averci pensato. Quella era l’unica pecca in un piano congegnato perfettamente. Ma spesso basta una pecca del genere per rovinare tutto.
Lawrence lavorava ancora con tutto se stesso, ma non più in lotta contro il tempo. Adesso, con tutta calma, si potevano costruire i modellini del Selene, affondarli nel porticciolo di Porto Roris e sperimentare i diversi sistemi per aprirsi un varco. Il procedimento comunque era già stato deciso nelle sue linee generali e non sarebbe stato più modificato, a meno di non incontrare ostacoli imprevisti.
E adesso Lawrence era dispostissimo a parlare, e Maurice Spenser a offrirgliene l’occasione.
Per quanto Spenser poteva ricordare, era la prima volta che un’intervista televisiva avveniva con cinque chilometri di distanza tra l’intervistato e la telecamera. A causa dell’ingrandimento addirittura fantastico, l’immagine era lievemente mossa e bastava la più lieve vibrazione all’interno dell’Auriga perché cominciasse a danzare sullo schermo. Per questo motivo, tutto, a bordo dell’astronave, era assolutamente immobile, e ogni impianto non essenziale era stato spento.
L’ingegnere capo Lawrence stava in piedi sull’orlo della piattaforma, e la sua figura in tuta spaziale si stagliava contro la gru che era stata rimorchiata sul posto. Dalla gru pendeva un grosso cilindro di cemento, aperto alle due estremità: la prima sezione del gigantesco tubo che stava per essere calato nella polvere.
«Dopo molti studi» spiegò Lawrence, a beneficio della lontanissima telecamera, ma soprattutto a beneficio delle ventidue persone sepolte quindici metri sotto di lui «abbiamo deciso che il modo migliore per risolvere il problema è questo. Il cilindro che potete vedere alle mie spalle si chiama «cassone». S’immergerà facilmente grazie al proprio peso. L’orlo inferiore, molto tagliente, affonderà nella polvere come un coltello nel burro. Una volta venuti in contatto col Selene, e chiuso il fondo del cassone stesso contro il tetto del battello, cominceremo a vuotarlo dalla polvere. Fatto questo, avremo una specie di piccolo pozzo che scenderà direttamente fino al Selene.»
«A questo punto metà della battaglia sarà vinta, ma solo metà. Poi dovremo collegare il pozzo a uno dei nostri igloo pressurizzati, in modo che quando praticheremo l’apertura nel tetto dell’imbarcazione non ci saranno perdite d’aria. Mi auguro che tutto proceda nel migliore dei modi.»
Lawrence tacque, incerto se aggiungere o no ulteriori particolari; poi preferì rinunciare. Tutta quella pubblicità (circa mezzo miliardo di persone seguiva la telecronaca, secondo le statistiche della Commissione Turistica) non lo preoccupava finché le cose andavano bene. Ma se fossero cominciati i guai…
Alzò le braccia e fece un cenno all’operatore della gru.
«Abbassare!»
Lentamente, il cilindro, lungo quattro metri, affondò nella polvere fino a immergersi completamente, salvo un piccolo anello che ancora sporgeva dalla superficie. Era andato giù con facilità estrema.
Lawrence sperava che la seconda sezione si mostrasse altrettanto docile.
Uno degli ingegneri girò attorno all’orlo del cassone con una livella ad alcol, per controllare che la sezione fosse affondata in modo assolutamente verticale.
Poi segnalò col pollice verso l’alto, e Lawrence rispose con lo stesso sistema.
«Pronti la seconda sezione!» ordinò.
La resistenza della polvere aumentava, ma il cassone continuava ad affondare senza sforzo spinto dal proprio peso.
«Otto metri guadagnati» disse Lawrence. «Questo significa che abbiamo già superato metà della distanza. Adesso scenderà la terza sezione.»
Dopo di che, ne restava da calare una sola, anche se Lawrence ne aveva fatta venire una di scorta, tanto per prudenza. Lawrence teneva in gran considerazione la capacità del Mare della Sete di far sparire materiale. Finora erano andati persi solo pochi bulloni e qualche vite, ma se un pezzo del cassone si staccava dal gancio, la polvere l’avrebbe inghiottito in un lampo. Magari non sarebbe affondato molto, specie se cadeva in senso orizzontale, ma non c’era tempo di mettersi a salvare anche il materiale di salvataggio.
La terza sezione era stata sistemata. Tra qualche minuto, con un po’ di fortuna, il cassone avrebbe raggiunto il tetto del «Selene.
«Dodici metri» annunciò Lawrence. «Siamo a soli tre metri sopra di voi, Selene. Da un momento all’altro dovreste sentirci.»
Infatti a bordo sentivano, e quel rumore era meravigliosamente rassicurante. Circa cinque minuti prima, Hansteen aveva notato la vibrazione del tubo di immissione dell’ossigeno, mentre il cassone vi premeva contro. Ci si accorgeva di quando il cassone si fermava e di quando ricominciava a muoversi.
La vibrazione si ripeté, accompagnata stavolta da una lieve caduta di polvere dal soffitto. I due tubi dell’aria erano stati tirati un po’ più in su, in modo che adesso solo venti centimetri di lunghezza sporgevano dal soffitto, e il cemento a essiccazione immediata che faceva parte della cassetta di attrezzi di ogni veicolo spaziale era stato applicato con cura attorno ai due fori di entrata. Non teneva molto bene, per la verità, ma l’impalpabile pioggia di polvere che penetrava era troppo insignificante per causare allarme. Tuttavia Hansteen pensò che fosse meglio parlarne al capitano.
«Strano» disse Pat, guardando in alto, verso i tubi che si protendevano verso l’interno. «Quel cemento dovrebbe tenere, anche se il tubo vibra un po’.»
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