Anche per gli uomini della piattaforma quel geyser di aria carica di umidità era stato altrettanto silenzioso, ma le vibrazioni li avevano ostacolati proprio mentre si adoperavano strenuamente per riuscire ad avvitare l’ultimo raccordo. Ci sarebbero riusciti, prima o poi, anche se Pat non avesse interrotto il flusso. Ma quel «poi» avrebbe potuto essere fatale. Forse era già troppo tardi…
«Pronto, Selene! Pronto Selene!» urlava Lawrence. «Mi sentite?»
Nessuna risposta. La trasmittente del battello non era in funzione. Lawrence non sentiva nemmeno i rumori che il microfono avrebbe dovuto captare all’interno della cabina.
«Il collegamento è pronto, signore» disse Coleman. «Devo aprire il generatore dell’ossigeno?»
«Non servirà a niente, se Harris è riuscito a riavvitare quel maledetto trapano» pensò Lawrence. «Spero che abbia invece cacciato qualcosa nel tubo, e che si riesca a soffiarla via…»
«Sta bene» disse. «Aprite alla pressione massima.»
Con uno schizzo improvviso, la copia sconquassata di L’arancia e la mela venne sparata via dal tubo al quale aveva continuato ad aderire per il risucchio del vuoto. Dall’orifizio aperto sgorgò una fontana di gas, così freddo da essere visibile nelle volute del vapore acqueo che si condensava.
Per alcuni minuti la cascata di ossigeno irruppe con fragore senza produrre nessun effetto. Poi Pat Harris si mosse lentamente, cercò di rialzarsi e venne scagliato di nuovo sul pavimento dalla spinta del getto. Non era un getto di eccezionale potenza, ma sempre più forte di quanto lo fosse Pat al momento.
Pat giacque sotto il getto gelido che gli pioveva sul volto godendosi quella frescura tonificante e rigeneratrice. Pochi secondi dopo era completamente disintossicato e sveglio, a parte un orribile mal di testa, nonché perfettamente consapevole di quello che era accaduto nell’ultima mezz’ora.
Per poco non svenne di nuovo rendendosi conto di aver svitato il trapano e di aver lottato automaticamente contro l’aria che sfuggiva dallo scafo. Ma non era il momento di pentirsi degli errori passati; ora l’importante era di essere vivo… e di restare in vita, con un altro po’ di fortuna.
Tirò su McKenzie, ancora svenuto, come se fosse stato una bambola di stracci, e lo sdraiò sotto il getto d’ossigeno. Ora il getto era più debole, perché la pressione interna stava tornando normale; ancora qualche minuto e sarebbe diventato uno spiffero leggero.
Lo scienziato rinvenne quasi subito e si guardò attorno senza capire.
«Dove sono?» disse, con poca originalità. «Oh… ci hanno raggiunti in tempo. Grazie al Cielo posso respirare ancora. Cos’è successo alla luce?»
«Niente paura, adesso l’aggiusterò. Dobbiamo portare tutti gli altri sotto quel getto, più in fretta che possiamo. Siete capace di praticare la respirazione artificiale?»
«Non l’ho mai fatto.»
«È facilissimo. Aspettate, prendo la cassetta di pronto soccorso.»
Appena Pat riuscì a trovare quel che cercava, diede una dimostrazione sul primo soggetto a portata di mano. Per combinazione fu Irving Schuster.
«Ecco, spingete da parte la lingua, e fate scivolare questo tubetto giù per la gola. Poi premete questa piccola pompa… piano piano. Mantenete un ritmo regolare, come quello del respiro. Capito?»
«Sì, ma per quanto bisogna continuare?»
«Cinque o sei respiri profondi dovrebbero essere sufficienti, credo. In fondo non occorre che riprendano i sensi; l’importante è aspirare dai loro polmoni l’aria avvelenata. Cominciate da quelli sul davanti della cabina. Io comincerò da questi sul fondo.»
«Ma, c’è un apparecchio solo…»
«Non è necessario l’apparecchio» rispose, chinandosi su un paziente.
Questa volta non fu per caso che Pat scelse Sue. Ora le stava soffiando aria tra le labbra col metodo boccaabocca, antiquato, forse, ma sempre efficiente. Per essere giusti, però, Pat non perse più tempo del necessario con la ragazza. Stava praticando la respirazione al terzo passeggero, quando la radio tentò un altro appello disperato.
«Pronto, Selene! C’è nessuno che mi sente?»
In pochi balzi, Pat arrivò ad agguantare il microfono.
«Qui Harris… Stiamo bene. Ora pratichiamo la respirazione artificiale ai passeggeri. Non ho tempo di dire altro, chiamateci dopo, Lascio la ricevente in funzione, diteci come procedono le operazioni.»
«Grazie a Dio siete salvi, vi avevamo dati per spacciati. Ci avete fatto prendere uno spavento, quando avete svitato il trapano!»
La voce di Lawrence gli arrivò mentre era intento a soffiare aria nei polmoni del signor Radley, e Pat soffrì nel sentirsi ricordare quell’incidente. Sapeva che non avrebbe potuto perdonarselo mai più, anche se poi tutto si era risolto per il meglio. In quel tragico minuto di decompressione non prevista, infatti, buona parte dell’aria viziata era stata aspirata via dal Selene.
«Ascoltate» continuò Lawrence «siccome eravate surriscaldati, vi abbiamo mandato l’ossigeno a temperatura piuttosto bassa. Avvertiteci, però, se l’atmosfera diventa troppo fredda o troppo secca. Tra una decina di minuti vi caleremo il secondo tubo, così avremo stabilito il circuito completo e potremo provvedere al condizionamento dell’aria. Sistemeremo l’altro tubo verso il fondo della cabina, appena la piattaforma sarà stata spostata più in là… Ecco, ci stiamo muovendo. Vi richiamerò tra un minuto.»
Pat e McKenzie non si concessero riposo finché non ebbero pompato l’aria viziata dai polmoni di tutti i loro compagni addormentati. Poi, stanchissimi, ma con la calma serenità di chi ha visto una situazione da incubo risolversi in modo positivo, si sdraiarono sul pavimento e aspettarono che il secondo trapano cominciasse a intaccare il tetto.
Dieci minuti più tardi, lo sentirono urtare contro lo scafo esterno, nei pressi del compartimento stagno. Quando Lawrence chiamò per controllare la posizione del trapano, Pat poté confermargli che in quel punto non c’erano ostacoli. «E non preoccupatevi» aggiunse «stavolta non toccherò il trapano finché non me lo direte voi.»
Ora faceva talmente freddo che lui e McKenzie avevano dovuto rivestirsi ben bene e avevano steso delle coperte sopra i viaggiatori addormentati. Ma Pat non diede ancora l’alt; finché potevano resistere, più freddo faceva, tanto meglio. Bisognava rifarsi del calore spaventoso che aveva quasi minacciato di mandarli arrosto. Inoltre, cosa più importante ancora, forse i purificatori dell’aria avrebbero ripreso a funzionare, riattivati dall’abbassamento di temperatura.
Quando il secondo tubo fosse penetrato attraverso il tetto, sarebbero stati doppiamente al sicuro. Dalla piattaforma la provvista d’aria poteva essere rinnovata all’infinito, e ci sarebbe stato anche un margine di sicurezza all’interno della cabina. Forse l’attesa sarebbe stata ancora lunga, ma il pericolo era cessato.
A meno che, s’intende, la Luna non avesse in serbo qualche altra sorpresa.
«Be’, signor Spenser» osservò il capitano Anson «pare che, tutto sommato, siate riuscito a fare il vostro servizio.»
Spenser era esausto, dopo la tensione delle ultime ore, proprio come gli uomini della piattaforma che si trovavano due chilometri al di sotto. Li vedeva sul monitor, a distanza semiravvicinata. Era evidente che si stavano riposando, quanto ci si può riposare con indosso una tuta spaziale.
Cinque di loro, infatti, sembravano decisi a schiacciare un sonnellino e avevano risolto il problema in modo sconcertante ma praticissimo. Si erano sdraiati accanto alla piattaforma, semisommersi dalla polvere, come tante ciambelle di gomma. Spenser non aveva mai pensato che una tuta spaziale potesse galleggiare benissimo sulla superficie di polvere. Togliendosi dalla piattaforma, quegli uomini non solo si erano procurati un letto incredibilmente morbido, ma avevano lasciato più spazio libero ai compagni rimasti al lavoro per regolare l’emissione dell’ossigeno.
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