Arthur Clarke - Polvere di Luna

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Polvere di Luna: краткое содержание, описание и аннотация

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La polvere che ricopre la luna non è né liquida né solida: e in questo mare uniforme e infido si svolge la spaventosa avventura del battello Selene, mirabilmente narrata ora per ora da uno dei maestri della fantascienza moderna. Seguendo il drammatico «montaggio» del bestseller di Clarke il lettore vedrà subito perchè una grande Casa di produzione abbia già acquistato, a poche settimane dalla pubblicazione, i diritti cinematografici di questo «Titanic» del futuro.
Alla fine, però, il film non è stato girato, e il romanzo è fra i meno ristampati in Italia del grande autore britannico: appare infatti in sole tre edizioni italiane!

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«Oh, è vero. L’avevo completamente dimenticata!»

«E io temevo che gli altri passeggeri se ne ricordassero.»

Ci vollero cinque minuti esatti per staccare dalla tuta la provvista di ossigeno di 24 ore.

I due uomini ancora coscienti a bordo del Selene si guardarono al di sopra del grigio cilindro di metallo che conteneva un altro giorno di vita. Poi, contemporaneamente, esclamarono: «Prima voi!»

Avevano i polmoni indolenziti, ma risero ugualmente. Poi Pat rispose: «Non voglio discutere» e si portò la maschera al volto,

Un po’ di vento dopo una polverosa giornata d’estate, una folata d’aria di montagna venuta a spazzare l’atmosfera stagnante di una profonda vallata… Ecco cosa ricordò a Pat quella boccata d’ossigeno. Respirò quattro volte, profondamente, espirando ben bene per liberare i polmoni dall’anidride carbonica. Poi porse la maschera a McKenzie, come se fosse stata un calumet della pace.

Quei quattro profondi respiri erano stati sufficienti a rinvigorirlo e a spazzare via la nebbia che già offuscava il cervello. Forse quel sollievo era in parte dovuto a cause psicologiche, comunque si sentiva un uomo nuovo. Ora poteva affrontare con tranquillità le cinque ore di attesa.

Dieci minuti dopo, si concessero qualche altra boccata tonificante. I passeggeri respiravano tutti normalmente, in modo lento ma regolare. Pat richiamò la Base.

«Qui Selene. Parla il capitano Harris. Il dottor McKenzie e io siamo abbastanza in forma, e i passeggeri sembrano in condizioni soddisfacenti. Richiamerò tra un quarto d’ora. Lascio la ricevente sull’ascolto. Chiudo.»

«Capitano» disse pazientemente McKenzie «non avete risposto alla mia domanda.»

«Quale domanda? Ah, già… No, non mi sono affidato al caso. Il commodoro e io abbiamo pensato che voi foste il più adatto a restar sveglio. Siete uno scienziato, vi siete accorto del pericolo del surriscaldamento prima di chiunque altro e avete saputo tacere coi passeggeri.»

«Cercherò di mostrarmi all’altezza della fiducia. Certo adesso mi sento molto più in forma di prima. Dev’essere l’ossigeno. C’è un solo problema. Quante ore durerà?»

«Per noi due, dodici ore, cioè più che a sufficienza. Ma bisogna tener presente che una parte dovremo darla agli altri, se mostrano segni di malessere. Quindi temo che durerà molto meno.»

Sedettero entrambi a gambe incrociate sul pavimento, accanto al sedile del pilota, con la bombola dell’ossigeno in mezzo a loro. Ogni cinque minuti si accostavano alla maschera, ma solo per due respiri.

Lawrence si rendeva conto che non c’era più tempo per preoccuparsi degli igloo e delle altre comodità da offrire ai naufraghi. L’essenziale, adesso, era di far arrivare quei tubi dell’aria fino al battello. Tecnici e ingegneri avrebbero dovuto compiere miracoli. Se non ce la facevano in cinque o sei ore, tanto valeva piantar lì tutto e lasciare il Selene al suo destino.

Ma Lawrence non tentò nemmeno di fare premura ai suoi uomini; sapeva che non ce n’era bisogno. Si tenne fra le quinte, controllando l’arrivo di strumenti e attrezzature dai magazzini e il carico sulle slitte da polvere, e cercando di pensare a tutti i possibili contrattempi che potevano verificarsi. Di quali altri strumenti e attrezzi ci sarebbe stato bisogno? Ce n’erano a sufficienza? La piattaforma veniva caricata per ultima, in modo da poter essere scaricata per prima. Sarebbe stato prudente pompare ossigeno all’interno del Selene prima di collegare il tubo di scarico? Questi e altri cento particolari, alcuni importantissimi, altri di secondaria importanza, gli si affollavano nella mente. Diverse volte aveva chiamato Pat per chiedergli informazioni tecniche e consigli sui punti più adatti per trivellare il tetto. Ogni volta Pat aveva risposto con crescente lentezza e difficoltà.

Lawrence si era rifiutato di parlare con i giornalisti che ronzavano intorno a Porto Roris tenendo impegnate metà delle linee di comunicazione audio e video tra la Terra e la Luna. Aveva fatto solo una breve dichiarazione, spiegando come stavano le cose e ciò che intendeva fare. Il resto era compito dell’amministrazione. Dovevano pensarci loro a fare in modo che lui potesse svolgere il suo lavoro indisturbato; l’aveva detto chiaro e tondo al capo della Sezione Turistica e aveva tolto la comunicazione prima che Davis potesse replicare.

Non aveva tempo, naturalmente, nemmeno di dare un’occhiata al programma televisivo, sebbene avesse sentito dire che il dottor Lawson si stava facendo una reputazione di personaggio brillante. Tutto merito di quel tale delle Notizie Interplanetarie, che si era portato via l’astronomo, pensava Lawrence. Chissà, quel diavolo di giornalista, com’era ai sette cieli.

Ma quel diavolo di giornalista non era affatto ai sette cieli. Chiuso nell’astronave appollaiata sulle Montagne Inaccessibili, Maurice Spenser stava rischiando l’ulcera brillantemente evitata fino a quel momento. Aveva speso centomila dollari per portare l’Auriga lassù, e adesso tutto lasciava credere che non si sarebbe fatto proprio nessun servizio.

Se le slitte non arrivano in tempo, l’opera di salvataggio, che doveva incollare allo schermo miliardi di spettatori si sarebbe trasformata in una macabra esumazione che avrebbe interessato ben pochi.

Questo era il punto di vista di Spenser giornalista. Spenser uomo, poi, era altrettanto addolorato. Aveva quasi rimorso a respirare, sapendo che quei poveretti laggiù stavano soffocando.

Altre volte si era trovato presente a vere e proprie catastrofi; ma stavolta gli pareva d’essere una specie di avvoltoio.

Tutto era tranquillo, adesso, a bordo del Selene: c’era tanta pace che bisognava lottare per non cedere al sonno. «Sarebbe bello» pensava Pat «fare come gli altri, che sognano serenamente». Pat li invidiava. Poi respirava un po’ di ossigeno e subito tornava alla realtà e al pensiero del pericolo che li minacciava tutti.

Il tempo non passava mai. Incredibile che fossero trascorse solo quattro ore da quando lui e McKenzie avevano cominciato a far la guardia ai compagni addormentati. Avrebbe giurato d’essere lì da giorni e giorni, a parlare con McKenzie, a chiamare Porto Roris ogni quarto d’ora, a controllare il polso e la respirazione di venti persone in stato d’incoscienza e a somministrare ossigeno con estrema parsimonia.

Ma nulla dura in eterno. Attraverso la radio, da quel mondo che nessuno dei due uomini s’illudeva di rivedere più, arrivò la notizia sospirata.

«Siamo partiti» annunciò la voce stanca ma decisa di Lawrence. «Dovete tenere duro per un’altra ora, dopo di che saremo sul posto. Come vi sentite?»

«Stanchissimi» rispose lentamente Pat. «Ma possiamo farcela.»

«E i passeggeri?»

«Ce la faranno anche loro.»

«Bene. Chiamerò ogni dieci minuti. Lasciate aperta la ricevente a tutto volume. È una idea della Divisione Medica. Non vogliamo che rischiate di addormentarvi.»

Lo squillo degli ottoni risuonò attraverso la faccia della Luna, echeggiò sulla Terra e nei più lontani punti del Sistema Solare. Ettore Berlioz non avrebbe mai immaginato che, due secoli dopo averlo composto, il ritmo effervescente della sua Marcia Rakoczy avrebbe ridato forza e speranza a uomini in lotta per restare in vita su un altro mondo.

Mentre la musica riempiva la cabina, Pat guardò McKenzie con un pallido sorriso.

«Sarà antiquata» disse «ma funziona a meraviglia.»

Il sangue gli pulsava nelle vene, i piedi battevano il tempo.

Dal cielo lunare, dallo spazio, veniva il passo delle armate in marcia, il galoppo della cavalleria sui campi di battaglia, il suono dei corni che un tempo avevano chiamato a raccolta le nazioni. Erano cose passate, di tanto e tanto tempo fa, cose di un mondo che, per fortuna, era cambiato. Ma conservavano un senso di nobiltà e di bellezza: gli esempi di eroismo e di spirito di sacrificio, la prova che gli uomini sapevano ancora resistere, anche quando i loro corpi avevano ormai superato i limiti della sopportazione fisica.

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