Mentre i suoi polmoni si contraevano nell’aria avvelenata, Pat Harris capì che quella ispirazione venuta dal passato, se voleva, l’avrebbe aiutato a resistere nell’ora interminabile che lo aspettava.
A bordo del piccolo ponte affollato della Slitta Uno, l’ingegnere capo Lawrence ascoltava la stessa musica e reagiva nello stesso modo. La sua piccola flotta stava per entrare in battaglia, contro il nemico che l’uomo avrebbe dovuto affrontare fino all’eternità: il tempo.
Ogni slitta da polvere rimorchiava un solo traino sul quale si ammucchiava materiale che appariva più pesante e imponente di quanto fosse in realtà. Il carico era formato soprattutto dai recipienti vuoti sui quali doveva galleggiare la piattaforma. Tutto ciò che non era essenziale era stato lasciato a Porto Roris. Appena la Slitta Uno avesse scaricato, Lawrence l’avrebbe rispedita a Porto Roris per il carico successivo. Poi bisognava mantenere un servizio continuo tra la piattaforma e la Base, in modo che, se fosse servito qualcosa, si sarebbe dovuto aspettare al massimo un’ora. Questo, s’intende, volendo essere ottimisti; ma c’era sempre il pericolo che, una volta arrivati al Selene, non ci fosse più motivo di affrettarsi.
Mentre Porto Roris spariva in lontananza, Lawrence ripassava tutto il procedimento con i suoi uomini. Avrebbe voluto fare una prova generale prima di imbarcarsi, ma aveva dovuto abbandonare l’idea per mancanza di tempo.
«Jones, Sikorsky, Coleman, Matsui: appena arriviamo sul posto, scaricate i bidoni e li collocate nell’ordine stabilito. Fatto questo, Brute e Hodges fisseranno le liste incrociate. State molto attenti a non lasciar cadere dadi e bulloni, e tenete sempre legati i vostri attrezzi. Se per caso cascate in mare, niente paura; potete affondare al massimo di pochi centimetri. Lo so per esperienza. Sikorsky e Jones: voi darete una mano a stendere l’impalcatura, appena i sostegni saranno stati fissati. Coleman e Matsui cominceranno a disporre i tubi dell’aria e i raccordi. Greenwood e Renaldi si incaricheranno delle operazioni di trapano…»
E tosi via, punto per punto. Il pericolo maggiore, secondo Lawrence, era che gli uomini si ostacolassero a vicenda, lavorando in uno spazio limitato. Un banale incidente, e tutto lo sforzo sarebbe risultato inutile. Uno dei timori più assillanti di Lawrence, poi, era d’aver dimenticato qualche attrezzo d’importanza vitale. E c’era un incubo ancora peggiore, e cioè che ventidue persone potessero morire pochi istanti prima di essere salvate, solo perché l’unica chiave inglese adatta per stringere il raccordo finale era caduta fuori bordo.
Sulle Montagne Inaccessibili, Maurice Spenser non staccava il binocolo dagli occhi e ascoltava le voci che la radio trasportava attraverso il Mare della Sete. Ogni dieci minuti Lawrence chiamava il Selene, e ogni volta la risposta si faceva attendere un po’ più a lungo. Ma Harris e McKenzie riuscivano ancora a restare svegli, grazie alla loro forza di volontà e, forse, all’incoraggiamento musicale che arrivava da Clavius City.
«Cosa trasmette, adesso, quello psicologo che ha la fissazione dei dischi?» domandò Spenser. Dall’altra parte della cabina di comando, l’addetto alla radio alzò il volume. E le Valchirie cavalcarono per le Montagne Inaccessibili.
«Sarebbe tempo che chiamassero di nuovo» osservò l’addetto alla radio. La cabina divenne istantaneamente silenziosa.
Allo spaccare del secondo, si udì il segnale della slitta. La spedizione era ormai così vicina che l’Auriga poteva riceverla direttamente, senza beneficiare del raccordo con Lagrange.
«Lawrence chiama Selene. Saremo da voi tra dieci minuti. State bene?»
Di nuovo quella pausa orribile: stavolta di cinque secondi. Poi…
«Qui Selene. Nessun cambiamento.»
Nient’altro. Pat Harris non voleva sprecare il fiato che gli restava.
«Dieci minuti» disse Spenser. «Ormai dovrebbero già essere in vista. Si vede niente sullo schermo?»
«Non ancora» rispose Jules.
«Ma sì, eccoli!» urlò Spenser.
La sua voce rivelò tutta la tensione del giornalista. Abbassò il binocolo e guardò la telecamera. «Sei troppo spostato verso destra!»
Jules stava già aggiustando l’inquadratura. Sul monitor, la geometrica monotonia dell’orizzonte era stata finalmente interrotta: due piccole stelline luminose erano apparse sull’arco perfetto che divideva il Mare della Sete dallo spazio. Le slitte da polvere filavano veloci sulla faccia della Luna.
Le slitte si fermarono ai due lati della bacchetta metallica che spuntava dalla polvere e immediatamente incominciò una attività frenetica. Otto figure in tuta spaziale cominciarono a scaricare funi e recipienti cilindrici a grande velocità, secondo il piano prestabilito. Rapidamente, la piattaforma si delineò, mentre l’intelaiatura d’alluminio veniva fissata e coperta dal leggero ponte di fibreglass.
In tutta la storia della Luna, nessuna opera di ingegneria era stata compiuta così in pubblico come questa che veniva seguita dall’occhio della telecamera fissata in alto sulle montagne. Ma una volta iniziati i lavori, gli otto uomini delle slitte si dimenticarono completamente dei milioni di persone che li stavano osservando. Ora quello che importava era sistemare la piattaforma e fissare le piccole gru che avrebbero guidato i trapani salvatori fino al loro bersaglio.
Ogni cinque minuti circa, Lawrence parlava col Selene, tenendo Pat e McKenzie al corrente dei progressi. Il fatto di tenere informato, contemporaneamente, anche il mondo, non gli passava neppure per la mente.
Infine, dopo venti minuti febbrili, il trapano fu montato, e la prima sezione di cinque metri sembrava un arpione pronto a immergersi nel Mare della Sete. Ma un arpione fatto per portare la vita, non la morte.
«Stiamo arrivando» avvertì Lawrence. «La prima sezione scende ora.»
«Fate presto» bisbigliò Pat. «Non resisterò ancora per molto.»
Gli sembrava di muoversi nella nebbia. A parte i polmoni indolenziti, non soffriva molto. Era solo indicibilmente stanco. Gli pareva di essere un robot addetto a un compito di cui aveva dimenticato lo scopo, ammesso che l’avesse mai saputo. In mano stringeva una chiave inglese: l’aveva tolta dalla borsa dei ferri qualche ora prima, sapendo che gli sarebbe servita. Forse gli avrebbe ricordato che cosa doveva fare, quando fosse venuto il momento di usarla.
Da una grande distanza, o così gli parve, colse un brano di conversazione che non era destinato a lui; qualcuno aveva dimenticato di chiudere il circuito.
«Avremmo dovuto fare in modo che la punta perforante potesse essere svitata da questa parte. Può darsi che lui sia troppo debole per farlo.»
«Bisogna correre il rischio; gli accorgimenti extra avrebbero richiesto un’altra ora. Datemi quel…»
Il contatto venne tolto, ma Pat aveva udito abbastanza per andare in collera, ammesso che si potesse andare in collera in quelle condizioni disperate. Gliel’avrebbe fatto vedere lui… lui e il suo amico dottor Mac… Mac e poi? non se ne ricordava più.
Si girò lentamente e guardò lo spettacolo assurdo della cabina. Dapprima non riuscì a distinguere McKenzie, tra tutti quei corpi ammassati; poi lo vide inginocchiato accanto alla signora Williams. McKenzie le accostava la maschera dell’ossigeno al viso, completamente dimentico che il sibilo dell’ossigeno era cessato da un pezzo e che il contatore della bombola segnava lo zero.
«Quasi ci siamo» annunciò la radio. «Da un istante all’altro dovreste sentirci.»
Così presto? pensò Pat. Eh, certo, un tubo pesante sarebbe penetrato attraverso la polvere facilmente. Pat si sentì molto orgoglioso di quella riflessione.
Bang! Qualcosa aveva urtato il tetto. Ma dove?
«Vi sento» bisbigliò. «Ci avete raggiunti.»
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