John Christopher - I possessori

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Sfuggiti a una catastrofe cosmica i Possessori vagavano negli spazi siderali. Le spore erano state lanciate in tempo con la speranza che potessero ricreare su qualche pianeta remoto quelle creature quasi onnipotenti del cui seme erano portatrici. Le spore viaggiano.. e periscono.. nel gelo incommensurabile dei giganteschi pianeti esterni… ma alcune sopravvivono. Riposano tra i ghiacciai in attesa della vita. E sulla Terra, in Svizzera, uno strano contagio minaccia l’uomo. Pazzia, redivivi, strane cose succedono. Questa strana “presenza” deve essere distrutta!

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Un’altra voce. Diana. «Jane? Sono io, Jane. Sono Diana.»

E Mandy, che chiamava George. Selby ascoltò e attese. Vi fu una pausa, e un’altra voce che gli fece rizzare i capelli. La prima vittima, Andy, il bambino, che parlava con toni infantili, ma con la sicurezza e l’autorità di un adulto.

«Forse sono usciti.»

«È troppo freddo per loro.» Questo era Deeping. «Sono in grado di sopportare simili temperature?»

Poi Andy. «Per un po’. E poi dovevano essere spaventati. Credo che siano usciti.»

«Dobbiamo essere prudenti.»

Peter, con la voce che aveva ancora l’accento tedesco. Ognuno era ancora un individuo distinto eppure, orribilmente, recava l’impronta di un’identità comune, di un’assoluta unità finalistica.

Ancora Andy. «Sì. Ma molto dipende da questo. Dobbiamo correre il rischio di qualche perdita. Seguitemi. Scendiamo.»

Selby poté intuire i loro movimenti dall’ondeggiare della luce, ma l’angolo del corridoio glieli nascondeva ancora. Se si fossero diretti subito verso la porta… Ma li sentì muoversi ai piedi della scala: prima frugavano quelle stanze. Sebbene i suoi nervi urlassero per il bisogno di agire, riuscì a restare immobile. Bisognava attendere fino all’ultimo momento. Vide la luce ravvivarsi, avvicinarsi a lui. Soltanto allora accese il fiammifero e, piegandosi, l’accostò agli stracci intrisi di gasolio.

La fiamma si spense, senza prendere, e Selby lasciò cadere il fiammifero, ne cercò un altro, brancolando.

La voce di Deeping. «Cos’è stato?»

Il fuoco questa volta prese, e divampò verso il serbatoio. Le fiamme balzarono improvvisamente altissime, così rapide che Selby temette che l’esplosione avesse luogo mentre era ancora lì. Corse verso la porta, mentre dietro di lui si levava una confusione di voci, la sbatté e girò la chiave dall’esterno. Non c’era traccia di George. Si lanciò verso i gradini che portavano alla terrazza. Era arrivato in cima e stava correndo verso la porta-finestra del salotto quando la casa parve esplodere sotto di lui.

Alla sua destra, una grande ondata di fiamma crepitò contro il fianco della casa. Chiamò George, lo sentì rispondere dall’interno.

«Si allontani! Tutto a posto!»

Uno sparo risuonò, assordante, mentre Selby arrivava nel corridoio, e vide George in cima alla scala, con il fucile puntato verso il basso.

«Gli chiuda la porta in faccia!» urlò Selby. «Non possiamo perdere tempo.»

L’armadio, ancora rovesciato sul fianco, era stato spinto sulla destra della porta. Selby cominciò a spostarlo mentre George chiudeva l’uscio, sbattendolo. Non riuscì a smuoverlo. Poi George venne ad aiutarlo e, con un cigolio di protesta, il pesante mobile cominciò a spostarsi. Mentre lo stavano ancora spingendo, la porta si tese, contro il leggero catenaccio. Ma il catenaccio resse, e un attimo dopo l’armadio era a posto, incastrato contro la porta. Si fermarono, ansanti.

Il pannello superiore della porta si gonfiò un poco sotto la pressione, ma la parte inferiore era bloccata dall’armadio. Selby udiva il crepitio lontano delle fiamme, e il fumo cominciava ad arrivare dal salotto, attraverso il corridoio. Sottili spire di fumo uscivano intorno alla cornice della porta. La parte superiore si incurvò di nuovo, e il fumo era più chiaro.

Poi cominciarono le voci.

Diana. «Selby! Fammi uscire, Selby. Ti prego, ti prego!»

Ruth, Marie nel suo inglese smozzicato, e più lontane le voci dei bambini che imploravano aiuto. Ed Elizabeth. Selby si girò in preda all’angoscia e alla nausea.

«Andiamocene,» disse.

Passando davanti alla porta aperta, videro che l’altra parte del salotto era già una fornace. Il fumo, riversandosi nel corridoio, li prese alla gola, soffocandoli. Prima che George avesse aperto la porta principale, Selby si accorse che faticava a respirare. Uscirono, e l’aria della notte trapassò loro i polmoni, gelida e tagliente.

Selby s’era ricordato di prendere i loro cappotti e gli stivali dal corridoio, mentre George apriva la porta. Consegnò a George il suo, li indossarono. Nessuno dei due se la sentì di rischiare di rimanere temporaneamente indifeso mentre infilava gli stivali. Si fermarono a pochi metri dalla porta e guardarono le fiamme che salivano, prima dietro la finestra del bar, e poi ondeggiavano nel corridoio, e alla fine, in un’orribile corona, sopra il tetto della casa.

George disse: «Non avrei dovuto sparare. Aveva ragione lei. La soluzione consisteva nel chiudere loro la porta in faccia.»

«Non ha importanza.»

George scosse il capo. «Avrebbe potuto averne.»

Le fiamme erano dovunque davanti a loro, adesso, e l’aria ruggiva della loro furia implacabile. Il calore li investì, li costrinse ad arretrare.

«Ho visto uno di loro che saliva le scale,» disse George.

Fissò la fontana di fuoco.

«Era Mandy.»

XVII.

Il freddo li avvolgeva, un’esalazione delle tenebre della notte, della neve scricchiolante e crudele. La crosta si spezzava sotto ai loro piedi, ed ogni passo avanti era uno sforzo, una tortura. Continuarono a camminare per molto tempo, senza parlare per risparmiare le energie, fianco a fianco, ma senza toccarsi. La luna era ancora librata dietro le strisce di nubi alte, e gettava una luce appena sufficiente per permettere loro di vedere dove andavano. Il dosso della montagna, verso il quale erano diretti, era visibile solo come un settore più scuro del cielo.

Lei disse, finalmente: «Devo riposarmi. Almeno un momento.»

«No. Deve continuare a muoversi. Deve.»

Selby o George sarebbero stati perentori, ma sebbene fosse stanca e gelata, Jane sentì qualcosa d’altro, nella voce di Douglas. Una preoccupazione, una supplica. La scosse come, in quel momento, non avrebbe potuto farlo un comando brusco. Si costrinse a continuare. Non c’era modo di sapere che ne era stato o che ne sarebbe stato di George e di Selby. L’unica certezza era che rimanevano loro due, che l’uno non doveva abbandonare l’altro.

Douglas cominciò a parlarle, con voce che talvolta ansimava. Lo faceva per aiutarla a continuare, pensò Jane. Le parlava soprattutto della sua famiglia: aveva due sorelle sposate, un fratello ufficiale di carriera, attualmente di stanza in Germania. Ne parlava come di persone simpatiche, e come se lei dovesse conoscerli, un giorno. La mente di Jane sfiorò i sottintesi di quelle parole, ma tornò subito alla stanchezza ed al freddo.

«Non posso,» disse. «Ho bisogno di riposare…»

Si fermò, tremando: si sentiva vacillare. Douglas le venne accanto, la sorresse. La cinse con le braccia, e lei si abbandonò. Pensò, stupita, che era più forte di quanto avesse creduto, se riusciva a sostenerla così. E il suo calore era un conforto. Da quanto tempo non si era più resa conto, come adesso, della gioia della vicinanza di un altro corpo umano.

Dopo un po’, fece appello alla propria forza di volontà e disse che poteva proseguire. Continuarono come prima, ma il dosso della montagna era molto più vicino, e nascondeva un arco di cielo più ampio, sulla loro sinistra. Furono costretti a scendere più a valle, e arrivarono a un punto in cui il suolo, dall’altra parte, scendeva a strapiombo. Poco dopo, raggiunsero il mucchio di neve e di detriti lasciato dalla valanga, e non poterono proseguire.

Jane si appoggiò a un muro di neve, e Douglas la cinse con le braccia, come prima. Lei aprì il vecchio impermeabile che le aveva dato George e coprì anche lui, attirandolo più vicino. È la desolazione, si chiese, che spinge la gente ad amarsi? La pressione del freddo e della paura e della solitudine? Ma c’era qualcosa di più. Una comprensione, almeno, un’ammissione. Lei aveva avuto paura, e si era sentita sola, con il cuore raggelato, e non l’aveva saputo. E c’era un cercarsi. Si tennero stretti, confortandosi l’un l’altro.

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