John Christopher - I possessori

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Sfuggiti a una catastrofe cosmica i Possessori vagavano negli spazi siderali. Le spore erano state lanciate in tempo con la speranza che potessero ricreare su qualche pianeta remoto quelle creature quasi onnipotenti del cui seme erano portatrici. Le spore viaggiano.. e periscono.. nel gelo incommensurabile dei giganteschi pianeti esterni… ma alcune sopravvivono. Riposano tra i ghiacciai in attesa della vita. E sulla Terra, in Svizzera, uno strano contagio minaccia l’uomo. Pazzia, redivivi, strane cose succedono. Questa strana “presenza” deve essere distrutta!

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Per un tacito accordo, non parlavano degli ultimi avvenimenti, ed evitavano di nominare quelli che erano perduti. Era una conversazione leggera, ricca di aneddoti. Selby raccontò alcuni episodi della sua attività di medico, e George alcuni del suo servizio nella RAF, compresa la storia un po’ pazza e divertente di due giorni passati a bordo d’un canotto di gomma nel Mare del Nord, in compagnia di un mitragliere in preda a mania religiosa. Anche questo, si chiese Douglas, si sarebbe ridotto alle stesse proporzioni… una storia da raccontare davanti al fuoco, e piena di sfumature comiche?

Mentre la loro risata si spegneva, Jane disse:

«Ascoltate.»

«Cosa?»

«Mi è sembrato di sentire un rumore.»

Subito in allarme, Selby chiese: «In quale direzione?»

«Fuori, mi pare.»

Guardarono e ascoltarono, mentre Selby attraversava la stanza senza far rumore e scostava un angolo della tenda. Sbirciò fuori per un attimo, poi la richiuse.

«Niente. Fuori è molto buio, naturalmente. Ma fra poco dovrebbe rischiararsi. A est si vede il riflesso della luna.» Fece schioccare la lingua, esultante. «Ho potuto vedere il dosso della montagna. Questo significa che la nebbia se ne è andata.»

George si alzò e andò a vedere. Poi tornò, dicendo:

«È buio, ma sereno. Domattina saremo a posto.»

Douglas vide sui loro volti il riflesso della felicità e del sollievo che provava lui stesso. Era questione di ore, ormai. Stephen disse:

«Ci porteranno via con l’elicottero, vero? Solo fino a Nidenhaut, oppure fino a valle?»

Elizabeth fece, vivacemente: «Aspetta e vedrai. Ma adesso tu devi metterti a letto. Vieni. Ti darò una specie di lavata in cucina.»

«Lascia la porta aperta,» disse Selby.

«Non preoccuparti.»

Elizabeth portò via il bambino; la sentirono allontanarsi, e poi il suono lontano delle loro voci, mentre lavava Stephen; George disse:

«Io non ho mai creduto alle previsioni del tempo, ma gli svizzeri sono così…»

S’interruppe. Non c’era dubbio sul suono, questa volta, né sulla direzione. Proveniva dal basso, e dall’esterno… un martellare, e lo spicinio del vetro che si spezzava. Si guardarono in faccia, e Douglas si sentì stringere il cuore.

Selby disse sottovoce: «Ecco. Cercano di entrare. Pensa che le assi resisteranno?»

«Non voglio correre rischi,» disse George. Prese il fucile e diede un’occhiata a Selby, che annuì. «Andiamo.»

Douglas li seguì. La stretta al cuore era paura, ma poteva continuare a sfidarla. A metà della scala della cantina, si accorse che anche Jane li seguiva. Si girò a mezzo e le disse: «Resti di sopra.»

Selby era più avanti, con la lampada, e Jane era solo una sagoma contro la luce che veniva dalla porta in alto.

«No. Vengo anch’io.»

Il suo tono non ammetteva discussioni, e del resto non era il momento. E Douglas era lieto di averla con sé. Scesero la scala e attraversarono il corridoio. La luce indicava che gli altri due erano andati nel ripostiglio delle casse. Li seguirono, e videro che stavano guardando la finestra. Era stata sfondata dall’esterno: sul pavimento erano sparsi i pezzi di vetro. Ma le assi erano ancora a posto, e fuori non si vedeva né si sentiva nessuno.

«Comunque, sarà meglio sparare,» disse George. «A titolo d’avvertimento.»

«Non mi sembra il caso. Io…»

Ancora lo spicinio del vetro, ma era difficile capire da dove provenisse. Poi, lo scricchiolio pesante e rapido delle tavole sopra le loro teste. Cominciarono a correre verso la scala: Selby per primo, con la lampada che oscillava mentre correva. Erano nel corridoio quando sentirono Elizabeth urlare. Quasi nello stesso istante, si sentì sbattere una porta, e Douglas vide scomparire il rettangolo di luce sopra di loro.

XV.

Sebbene fosse in preda alla furia e al panico, Selby ebbe il buon senso di tendere la lampada dietro di sé, perché la prendesse qualcun altro. Poi si lanciò su per la scala, si avventò contro la porta che cedette leggermente sotto il suo peso, ma non si aprì. Selby arretrò e si avventò di nuovo, senza risultati migliori. La sua spalla sinistra era indolenzita per l’urto. Si girò, urtò con la spalla destra. La porta parve schiudersi per un momento, ma fu tutto.

Sentiva il bambino che gridava, ma Elizabeth taceva. Il pensiero di ciò che poteva accaderle in quel momento l’esasperò: si gettò contro la porta. Dietro di lui, sulla scala, George stava dicendo qualcosa che in un primo momento lui non capì. Poi si sentì trascinare indietro.

«Si sposti,» disse George. «Io peso almeno venti chili più di lei.»

Il tonfo dell’assalto di George fu seguito quasi immediatamente da un tremendo scroscio, e Selby sperò, pazzamente, che la porta si fosse sfondata. Ma non filtrò neppure un filo di luce; e lo scroscio, ora se ne rendeva conto, era stato di qualcosa che cadeva, non che si rompeva: qualcosa di massiccio. George ritentò ancora e poi, voltandosi, gridò:

«Il fucile!»

Ansimava per lo sforzo. Douglas, che aveva il fucile, glielo passò. George se lo mise sotto il braccio e sparò. Fu quasi un colpo fisico, una martellata contro le orecchie, in quello spazio ristretto. E c’era l’odore acre, soffocante della polvere da sparo. Ma la porta non cedette, neppure quando George si avventò per la terza volta.

«Luce!»

Jane salì, con la lampada. Videro che lo sparo aveva aperto uno squarcio nel legno della porta, ma più oltre c’era altro legno, crivellato e bruciacchiato, ma sostanzialmente intatto. George batté furiosamente il calcio del fucile contro lo squarcio, ma nulla si smosse. Disse, stancamente: «È inutile.»

Selby lo tirò per le spalle, cercando di passare. «Lasci provare a me!»

George gli lasciò il posto, e Selby spinse la porta con tutte le sue forze, ma senza riuscire ad aprirla. Alle sue spalle, George disse:

«È l’armadio del corridoio. Lo hanno spostato, e si è incastrato contro la porta. Non lo smuoveremo neanche se insistessimo per un anno. Pesa una tonnellata.»

Selby tentò ancora una volta, ma capì che aveva ragione George. Era impossibile spostare l’armadio, da questa parte. Da questa parte… Rinunciò bruscamente al tentativo, cercò di scendere la scala, passando davanti a George. Ma questi l’afferrò, lo trattenne.

«Cos’ha intenzione di fare, Selby?»

Selby cercò di divincolarsi, ma si sentiva sfinito e dolorante, impotente contro la forza superiore dell’altro. Disse, conscio dell’assurdità delle proprie parole: «Mi lasci andare!»

«Andare dove?» chiese George. «Fuori dalla porta posteriore, e su per la scala della terrazza? La strada che hanno fatto loro per entrare? Non dica sciocchezze: sarebbe completamente in loro balia.»

Selby si rendeva conto che probabilmente era vero, ma non se la sentiva di essere ragionevole. Sentiva ancora il bambino che piangeva, di sopra. In preda all’orrore e alla tristezza, si chiese se il bambino stava a guardare, trattenuto da due di loro, forse, mentre gli altri la sopraffacevano… un orrido, grottesco stupro collettivo dell’anima anziché del corpo. Si dibatté con violenza per liberarsi della stretta di George.

«Mi lasci…»

«Mi ascolti,» disse George. «Mi ascolti. So quello che prova, ma non può più fare niente per lei. Niente. Adesso deve pensare a se stesso.»

«Perché?»

«E a noi. E un paio di miliardi di esseri umani, là fuori. Non capisce? Loro hanno quasi vinto. »

Quelle parole, e la torva convinzione con cui vennero pronunciate, lo placarono. Si rilassò, lasciò che George lo conducesse giù per la scala. Si fermarono nel corridoio: George gli teneva ancora la mano sul braccio. Vide i volti degli altri nella luce della lampada, vide che non nascondevano la loro paura, e si chiese se anche la sua era altrettanto evidente. Elizabeth, pensò disperato. Oh, Dio, non permettere che le facciano del male.

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