John Christopher - I possessori

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Sfuggiti a una catastrofe cosmica i Possessori vagavano negli spazi siderali. Le spore erano state lanciate in tempo con la speranza che potessero ricreare su qualche pianeta remoto quelle creature quasi onnipotenti del cui seme erano portatrici. Le spore viaggiano.. e periscono.. nel gelo incommensurabile dei giganteschi pianeti esterni… ma alcune sopravvivono. Riposano tra i ghiacciai in attesa della vita. E sulla Terra, in Svizzera, uno strano contagio minaccia l’uomo. Pazzia, redivivi, strane cose succedono. Questa strana “presenza” deve essere distrutta!

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Douglas ribatté: «Capisco il motivo per mandare via Selby. Ma noi due possiamo tirare a sorte per decidere chi deve restare.»

Parlava con l’ostinazione che un uomo debole scambia per forza, in se stesso, e perciò vi si aggrappa. Era assurdo, pensò Selby, offendere qualcuno in un momento simile, ma una simile ostinazione, tanto in Douglas che in George, non poteva venire ignorata. E poteva rovinare tutto. Disse a George:

«Ha con sé i dadi?»

Douglas chiese, incredulo: «I dadi?»

Un lieve sorriso increspò un angolo della bocca di George. Aveva capito. Potevano eliminare abbastanza facilmente Douglas, che era un giocatore inesperto, e poi sistemare la faccenda tra loro.

«Li porto sempre con me,» disse. Si tolse i dadi, nella piccola custodia di pelle, dalla tasca interna. «Non ho il bussolotto, però. Andrò a cercare qualcosa.»

«Che sciocchezza,» osservò Douglas. «Sarebbe molto più semplice tirare a sorte.»

«Però sarebbe meno divertente,» disse Selby. «E non c’è fretta. Li sentiremo, se cominciano a spostare l’armadio.»

«Per me è ridicolo.»

Ma dopo aver protestato, pensò Selby, Douglas non era troppo scontento. Era estremamente importante che vincesse: aveva un modo per cavarsela con onore.

George tornò indietro dicendo: «Ho trovato questo.» Era un bicchiere di plastica blu, molto malridotto. «Non è bellissimo, ma può andare.» Tolse i dadi dall’astuccio. «Assi in su, re a lato.»

George vinse il diritto al primo tiro, con un re contro due fanti. Tirò e poi passò a Selby.

«Due coppie.»

Erano assi e dieci, con un nove. Selby tolse il nove e lo lanciò allo scoperto. Venne una donna. Passò il bicchiere a Douglas.

«Full. Donne e dieci.»

Douglas prese il bicchiere, vi guardò sotto, esitò e, con un sogghigno ironico, tirò fuori i dadi. Lasciò i due assi e tirò gli altri tre. Poi passò il bicchiere a George, senza guardare sotto.

«Quattro assi,» disse.

George alzò il bicchiere. C’erano un asso, un dieci, un nove. Disse concisamente. «Che jella,» agitò i dadi e li lanciò. Dopo aver guardato, passò a Selby. Il suo sguardo era fisso, immoto.

«Full. Fanti e nove.»

Il full non c’era, Selby lo sentiva con assoluta certezza. Un’altra falsa dichiarazione preliminare, come la volta in cui avevano giocato avendo come posta il compito, molto meno spaventoso, di fare i turni di guardia. Anche George avrebbe potuto uscirne con onore.

Alzò il bicchiere. Non c’era niente… solo una coppia di nove.

«Bene,» disse. «Questo chiude la faccenda.»

«No!»

Alzò la testa e vide che George lo fissava: si accorse che si era lasciato sfuggire un sorriso, e George l’aveva visto e aveva capito ciò che pensava. Maledisse la propria imprudenza e disse, conciliante:

«Dobbiamo stare alle regole, George. Le condizioni le abbiamo accettate tutti.»

«È il primo giro,» disse George. Sorrideva anche lui, ma rabbiosamente. «Ancora due.»

«Non abbiamo parlato di tre giri.»

«Non era necessario. Giochiamo sempre tre giri, tranne quando ci si accorda diversamente. Giusto, Douglas?»

E Douglas, naturalmente, dovette dichiararsi d’accordo, e annuì.

«Sì, direi di sì.»

Selby disse: «Due giri. Va bene?»

George chinò il capo, soddisfatto. «Bene. Giochi.»

Con un giro già in mano, Selby era in condizioni di tentare. Dichiarò tre donne a Douglas, mentre aveva due fanti, due nove e un dieci. Douglas tirò il dieci per tentare un full, ma guardò sotto al bicchiere e fece la dichiarazione senza convinzione. George scoperchiò, e mostrò un asso.

«Allora tocca a noi, Selby,» disse. Agitò, lanciò e guardò.

«Be’, non posso pretendere molto, vero? Coppia d’assi.»

Selby prese i dadi, tirò un terzo asso, ebbe un full, esitò e lo accettò. C’erano due dieci coperti. Li lanciò, e chiamò il quarto asso. George alzò il bicchiere, e mostrò fante e nove.

«Siamo pari,» disse. «Tocca a lei.»

Selby tirò, e guardò cosa aveva ottenuto. Una scala buca. Esitò, si rese conto che quell’esitazione era stata notata e disse:

«Niente.»

George prese il bicchiere. «Vada per niente.» E lanciò, guardò in fretta e ripassò il bicchiere a Selby. Sorrideva, intento.

«Tre,» disse sottovoce. «Tre re.»

Un’altra falsa dichiarazione. Non c’era altro, probabilmente, che una coppia di donne. Il che significava lanciare altre due donne, una cosa improbabile, che George non poteva accettare. Accettarla gli avrebbe offerto una facile via d’uscita, come aveva accusato tacitamente George di voler fare, quando si era lasciato sfuggire un sorriso. No, pensò con uno slancio di rabbia, e alzò il bicchiere.

C’erano tre re.

George riprese i dadi e li rimise con cura nell’astuccio. Questa volta il suo sorriso era trionfante.

«Che jella, Selby,» disse. «Non può vincere sempre.»

XVI.

Prima di andarsene, aiutarono George a preparare il necessario per appiccare il fuoco. C’erano tre lattine di paraffina, e l’adoperarono per intridere il legno della parete vicino al serbatoio del gasolio. Poi George bucò il serbatoio con uno spuntone di ferro: il gasolio zampillò sul pavimento, sui pezzi di legno e di cartone e sugli stracci che avevano ammucchiato intorno alla base. Poi tapparono rozzamente il buco con l’estremità d’una corda che avevano fatto intrecciando pezzi di stoffa strappata. Colava ancora fuori un po’ di gasolio, ma poco. L’unica luce era la lampada alla paraffina, e dovevano aver cura di tenere la fiamma lontana dalle parti preparate per bruciare.

«Non è molto elegante,» disse George, «ma credo che vada bene. Ora andatevene. Allontanatevi più che potete. E continuate a muovervi. È una notte molto fredda.»

Selby chiese: «È sicuro che sia tutto a posto?»

«Mi sentirò meglio quando ve ne sarete andati. È inutile affollarci qui.»

Gli augurarono buona fortuna, e George aprì loro la porta, senza far rumore, li guardò allontanarsi. Il tetto della terrazza li riparò per i primi metri: poi c’era il breve tratto, per arrivare ai capanni, che si poteva scorgere solo dalla finestra della mansarda, all’ultimo piano. Selby, quando furono nell’ombra della prima baracca, si voltò e guardò la finestra. Non c’era nessuno.

La mezza luna brillava tra strisce di nubi altissime, grige e argentee. La luce era sufficiente per permettere loro di vedere dove mettevano i piedi, ma non li rendeva visibili ad una certa distanza dalla casa che, mentre avanzavano, si perdeva tra la neve, riconoscibile solo per due fiochi rettangoli, due finestre illuminate. Il freddo era intenso, ma per fortuna non c’era vento. Erano vestiti per una serata attorno al fuoco, e il gelo li investì, aspro. Avevano trovato un vecchio impermeabile e avevano costretto Jane a indossarlo sopra il vestito, ma i due uomini non avevano nulla. Selby guardò l’orologio. Non era ancora mezzanotte. Doveva ancora passare una lunga, lunga notte. Dovevano continuare a muoversi.

Jane inciampò e Douglas l’afferrò per sorreggerla.

«Si è fatta male?» chiese.

Sebbene fossero ormai lontani dalla casa, parlavano bisbigliando.

«No. Accidenti,» disse lei. «Mi si è riempita di neve una scarpa.»

Douglas disse: «Se fossimo rimasti in casa ancora un po’… almeno saremmo al caldo.»

«Al caldo,» disse Selby, «e probabilmente in trappola. Loro avrebbero potuto…»

S’interruppe, e l’enormità di quel pensiero lo oppresse. Avrebbero potuto venire presi in trappola molto facilmente. Una barriera contro la porta della cantina per impedire che uscissero di lì. E al caldo… E se anche i nemici avessero pensato a un incendio? Era facile appiccarlo, anche senza il gasolio, poiché la parte superiore della casa era nelle loro mani. Gli chalet di legno bruciavano come paglia secca. Loro potevano stare a guardare la casa che bruciava, per poi attendere l’arrivo dell’elicottero. Non era strano, un gruppo di persone raccolte intorno al guscio d’una casa bruciata, sulla montagna. Doveva accadere parecchie volte all’anno, in Svizzera.

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