John Christopher - I possessori

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Sfuggiti a una catastrofe cosmica i Possessori vagavano negli spazi siderali. Le spore erano state lanciate in tempo con la speranza che potessero ricreare su qualche pianeta remoto quelle creature quasi onnipotenti del cui seme erano portatrici. Le spore viaggiano.. e periscono.. nel gelo incommensurabile dei giganteschi pianeti esterni… ma alcune sopravvivono. Riposano tra i ghiacciai in attesa della vita. E sulla Terra, in Svizzera, uno strano contagio minaccia l’uomo. Pazzia, redivivi, strane cose succedono. Questa strana “presenza” deve essere distrutta!

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«Hanno cercato di dividerci,» disse George. «E ci sono riusciti. Una diversione a una delle finestre della cantina… a questo poteva provvedere facilmente il bambino. E alcuni di noi sarebbero scesi a vedere. E poi, una rapida irruzione nel salotto, la porta della scala chiusa, l’armadio spostato per bloccarla. Chiunque fosse rimasto lassù non sarebbe stato in grado di tener loro testa.»

«Se fossimo scesi tutti…» disse Douglas.

«Si sarebbero impadroniti comunque della casa. Ci hanno intrappolato quaggiù. Possono tenerci qui fino a quando arriva l’elicottero, e allora s’impadroniranno dell’equipaggio. Cioè, se non riescono a finirci prima.»

«E come?» chiese Douglas. «Noi non possiamo raggiungerli, ma neppure loro possono raggiungere noi.»

«Non possono? Quando sono pronti, devono soltanto togliere l’armadio. Niente di più facile.»

«Cosa possiamo fare?» disse Jane.

«Pensare, prima di cominciare a fare qualcosa,» disse George. «Non ce la siamo cavata molto bene, finora.»

Aveva ragione, pensò Selby. Cercava di non pensare a Elizabeth, ma la visualizzazione lo riempiva di sofferenza. Tremava irrefrenabilmente.

Douglas disse: «Se riuscissero a… be’, a prenderci, senza dubbio non potrebbero arrivare lontano. Due miliardi… Potrebbero impadronirsi della razza umana? Non diceva sul serio, vero?»

Parlare l’avrebbe aiutato a liberarsi la mente da quella tortura ossessiva. Selby disse:

«Diceva sul serio. Loro potrebbero farcela. Soprattutto con un elicottero a disposizione. Potrebbero disseminarsi nel Vallese, tanto per cominciare. In località isolate, magari in attesa di qualche bambino non accompagnato. E poi il bambino va a casa, dai fratelli e dalle sorelle, dalla madre… Anche se la gente cominciasse a capire quello che succede, non potrebbe far molto. Riuscirebbero a provocare il caos, prima ancora di impadronirsi di una minoranza consistente. E il caos sarebbe molto utile per il loro scopo.» Fissò la lampada che cominciava a fumare. «Non appena se ne saranno andati di qui, non so proprio come sarebbe possibile fermarli.»

«Quindi non debbono andarsene,» disse George.

Elizabeth era una sofferenza che l’opprimeva e lo schiacciava. Selby disse:

«Vorrei sapere come possiamo fermarli. Sono nove, contro noi quattro. Due sono bambini, lo so, ma non migliora la situazione.» Fissò il fucile che George teneva imbracciato. «Le sono rimaste delle cartucce?»

«Una sola,» disse George. «In canna. Il colpo che non ho sparato. Le altre sono rimaste di sopra.»

«Sì,» disse Selby. «L’avevo immaginato.»

«Dobbiamo pensare,» disse George. «Con calma, meticolosamente. Il prossimo errore potrebbe essere l’ultimo.»

Jane disse: «Ci lasceranno il tempo di pensare?»

«Non hanno fretta,» rispose George. «Ci hanno bloccati qui, e mancano otto ore all’alba. E fino ad ora le loro azioni sono sempre state compiute a lunghi intervalli. Abbiamo il tempo per pensare. Ma dovremo farne buon uso.»

Era vero, tutto vero, pensò Selby. C’era disperatamente bisogno di pensare. Ma lui pensava a Elizabeth e la sua mente era sconvolta dalla sofferenza.

Dopo un po’ comprese che per lei doveva essere finita, e il dolore divenne meno acuto, sebbene ci fosse ancora il pensiero bruciante di averla perduta. E la collera. Era freddamente deciso alla purificazione, alla vendetta, alla distruzione. Aveva scelto di studiare medicina perché sua madre era morta di cancro quando lui aveva diciassette anni. E questa volta aveva provato qualcosa di simile. Ma questo era più immondo del cancro, e suscitava un odio più rabbioso, più personale. E più gelido. Era importante pensare con chiarezza, senza lasciarsi sopraffare dai sentimenti.

Douglas stava esponendo il suo piano di attirare giù alcuni di loro e di isolarli dagli altri, dividendo le forze dei nemici come quelli avevano fatto con loro. Sembrava un’idea fiacca, irrealizzabile. Selby disse, senza preoccuparsi di apparire scortese:

«Sentite, ci sono soltanto due modi per cavarcela. Uno è finirli in un modo o nell’altro. L’altro è assicurarci che non stabiliscano un contatto con il mondo esterno prima che possiamo farlo noi. E questo, naturalmente, comporta la necessità di sopravvivere per il resto della notte.»

«Be’, sì,» fece Douglas. «Ma se dobbiamo…»

George disse: «Ci ho pensato anch’io… a finirli. Non abbiamo molto, ma abbiamo il mazout. »

Douglas e Jane lo guardarono senza capire. Selby chiese:

«Un incendio? E servirebbe a qualcosa?»

«Può darsi. Credo che qualunque altra soluzione sarebbe inutile.»

Jane fece: «Il mazout

«Il gasolio,» disse George. «Per il riscaldamento centrale. Millecinquecento litri, l’ultima volta che ho guardato.» Fissò Selby, ignorando gli altri due. «Una bella fiammata.»

«Dov’è il serbatoio?» chiese Selby.

«In quella piccola stanza, a destra della porta della cantina.

Il pensiero lo eccitò. «Partirebbe con un bel botto.»

«Partirebbe tutto la chalet. Un vero falò.»

«Vuole appiccare un incendio quaggiù?» chiese Douglas. «E poi? Uscire fuori e aspettare i soccorsi.» La prospettiva parve rasserenarlo. «Purché i soccorsi arrivino domani.»

Selby disse: «Anche se il fuoco si appicca in fretta, loro avrebbero la possibilità di uscire, no? Le finestre sulla parte davanti dello chalet non sono sbarrate, e c’è la porta principale.»

«Se fossero di sopra, una possibilità l’avrebbero,» disse George. «Ma se fossero qui sotto…»

«E come li facciamo scendere?»

«Verranno, prima o poi. Dovranno venire. Non correranno il rischio di lasciarci fino a domattina. Verranno un’ora circa prima che albeggi, penso.»

«E noi dobbiamo aspettare fino a quel momento?» chiese Selby. Ci pensò, e il pensiero gli diede un senso di disgusto. «Non è un po’ rischioso?»

«È sufficiente che li aspetti uno di noi. Bisogna preparare una striscia di stracci intrisi di gasolio. Il serbatoio è dall’altra parte della scala. Bisognerà appiccare il fuoco quando loro sono tutti quaggiù.»

«E gli altri di noi?»

«Dovranno uscire in anticipo. Allontanarsi dalla casa. Se qualcosa andasse male, dovranno essere lontani… così potranno eventualmente avvertire i soccorritori, se arrivassero nel frattempo.»

Era una proposta ragionevole, pensò Selby. Era tutto ragionevole. Ma richiedeva molto coraggio da parte dell’uomo che sarebbe rimasto. Avrebbe dovuto attendere, probabilmente per un paio d’ore, che loro venissero; e calcolare con un tempismo perfetto il momento di appiccare il fuoco, e poi riuscire a fuggire. Se era possibile. Le probabilità non sembravano molto favorevoli.

Disse, vivacemente: «Potrebbe andare. Non riesco a pensare ad altre soluzioni. Lei conosce i dintorni, George, quindi penso che dovrebbe guidare il gruppo principale.»

George lo fissò. Nella luce della lampada, il suo volto era cupo.

«Andrete voi tre,» disse. «Io resto. Ritengo di avere il diritto di dar fuoco a casa mia.»

Selby immaginò George che ascoltava e attendeva nell’oscurità. Non era questione di eroismo. Ogni uomo aveva le sue paure, e le circostanze colpivano in modi diversi, in misure diverse. Cercava un argomento valido per dirlo, quando Douglas disse:

«Tiriamo a sorte. Noi tre. È la cosa più semplice, credo.»

Lo sguardo di Selby incrociò quello di George, ed entrambi convennero che questo, almeno, era fuori questione. Potevano avere tristi presentimenti, l’uno sul conto dell’altro, ma nessuno dei due era disposto a lasciare quel compito al terzo. George disse, a voce piuttosto alta:

«Mettiamo le cose in chiaro. Qui comando io. Abbiamo bisogno di lei, Douglas, per pensare a Jane. E abbiamo bisogno di Selby, perché spieghi a chiunque arriverà in volo che razza di situazione si è creata quassù. Crederanno a un medico, mentre di me o di lei direbbero che siamo ammattiti.»

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